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Perchè ricordare il 4 novembre

novembre 4, 2019 • Paralleli, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

L’Italia è prima di tutto un luogo della mente. Un sogno di poeti e pensatori: Dante, Petrarca, Leopardi, Foscolo, Pellico, Mazzini, Pascoli. Un numero elevato di intelletti hanno pensato e amato l’Italia e anelato alla sua unità nazionale. Ma c’è stato un momento nella Storia, dove non solo i poeti e i letterati, ma anche i calzolai, i contadini, gli operai, i maniscalchi, i pescatori … hanno amato l’Italia e combattuto per essa: la Prima guerra mondiale. I fanti dell’ultima guerra del Risorgimento, anche se analfabeti e diseducati dalla fatica, hanno sentito intensamente, fin nelle viscere, la «Nazione Italia».

Loro hanno visto l’Italia come una madre, come una presenza assoluta in cui avere fede. Il soldato Roberto Maiorino scriveva: «Dalla guerra io sono stato umiliato. Ma non fa nulla. Io offro tutta la carne, il sangue, la mia stessa felicità perché sia assicurata la felicità dei molti che saranno». Un esempio di abnegazione, di chi vede nella Patria non un vincolo bensì il luogo di una felicità possibile, terrena e individuale. «La patria è la casa dell’uomo, non dello schiavo», scrisse Mazzini ai giovani d’Italia.

Per chi è abituato a ridurre la Storia a farsa moraleggiante, della Grande Guerra non saprà cogliere il lato eroico e ideale, non riuscirà a capire che questo evento tragico ha formato gli italiani, facendoli incontrare nelle trincee del Podgora o sulle pietraie del Carso. Molti si sono scoperti italiani sotto il fuoco nemico, nelle «tempeste d’acciaio» scatenate dalle mitragliatrici teutoniche, nella comunità del vallo trincerato quando tutti sono «sotto l’elmetto di ferro e sotto il panno rozzo e hanno il medesimo segno fraterno», citando Gabriele D’Annunzio.

Sono morti a migliaia per fare l’Italia, milioni di fanti, spallata dopo spallata, assalto dopo assalto. Hanno maledetto quella guerra e hanno lanciato anatemi contro il fango e i Savoia, ma l’hanno combattuta per ciò che amavano, l’Italia. Dopo settant’anni di retorica pacifista, ci sembra impensabile che legioni di uomini vadano a sacrificarsi per la Nazione.

Della guerra sappiamo vedere solo l’abomino, non sappiamo cogliere il lato estetico e virtuoso di un fenomeno che attraversa, come una tensione nervosa, tutta la storia umana. La guerra è totale, assorbente, un dramma omerico, che richiede l’accantonamento di ogni capriccio individuale. Il pacifismo che denuncia «l’orrore» della guerra è privo di senso storico e della realtà.

La Grande Guerra, al pari del Risorgimento, ha smosso le forze interiori della Nazione. Ha risvegliato il vero senso dell’avere una Patria, come scrisse Giovanni Gentile: «la nazione non c’è se non in quanto si fa». La Nazione non è riducibile alla tradizione né alla geografia, è un processo morale, un dinamismo dell’appartenenza.

Il patriota Nazario Sauro scrisse: «su questa Patria, giura che sarete ovunque e prima di tutto italiani», siamo stati fedeli a questo ammonimento? Parrebbe di no. L’Italia è una Nazione in decadenza dalle cui culle non arriva un vagito, abbiamo smesso di perpetuare noi stessi e ci lasciamo morire convinti di non aver più nulla da dare.

L’Italia di oggi è infiacchita e immemore del suo affascinante passato, una vecchia abbandonatasi su fotografia color seppia dei bei tempi andati. Un’Italia sfibrata, che fatica a ricomporre l’ordito della memoria e si fa corrodere dai suoi demoni interiori, dai suoi figli degeneri che ne negano persino l’esistenza, che non si sentono accarezzati da quel dolce suono: Italia.

Forse, la memoria dei giovani volontari di quelle trincee, le loro lettere, i loro diari e i loro versi, un vecchio tricolore sgualcito e scolorito possono restituirci un briciolo di Amor di Patria. Ecco perché dobbiamo festeggiare e celebrare il 4 novembre, festa degli italiani.

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