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“L’uomo senza qualità” nell’era della rete

ottobre 26, 2019 • Cultura e Società, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

A seguito dell’uccisione del giovane Luca Sacchi per mano di due rapinatori, il giornale di Enrico Mentana, Open, ha ritenuto opportuno pubblicare un identikit del giovane, sottolineandone le idee «sovraniste» attraverso un post di tre anni fa. A molti è parso che quest’articolo a firma Giulia Marchina (nel frattempo, dato il profluvio di commenti negativi, il suo nome è stato tolto dall’articolo e sostituito con «di redazione»), mettendo l’accento sulle idee di destra della vittima, servisse a dire «non era un bravo ragazzo, ma un bieco sovranista». La stessa Marchina, su Instagram, ha definito Luca Sacchi come «uno che si atteggiava da sbruffone».

L’articolo, inoltre, presenta numerosi errori ed eccessi di colloquialità: da «apposto» invece di «a posto», a  Jimi Hendrix ribattezzato «Jimmi». Gli errori sono stati corretti dopo le numerose segnalazioni, ma viene spontaneo chiedersi come sia possibile mettere in rete un pezzo simile, soprattutto quando si ha la pretesa di essere un organo d’informazione «serio».

Il giornale di Mentana non è nuovo a strafalcioni, errori e refusi. Se la perfezione non è accessibile all’umano e gli sbagli sono sempre dietro l’angolo, la grammatica zoppicante di Open fa pensare all’assenza di un revisore di bozze. Curioso, data la crociata del suo fondatore in favore di una informazione di qualità.

L’attesa del «giornale di Mentana» aveva portato con sé entusiasmi e fantasie messianiche, che sono andate in fumo due minuti dopo la sua apparizione. Gli articoli sono scarni, fin troppo brevi, eccedono nella cronaca e nel gossip, mancano approfondimenti, gli editoriali sono strutturati in poche righe, articoletti «acchiappaclick» e nessuna novità. Open si limita a riportare con grigiore burocratico le stesse notizie e dichiarazioni che si trovano su tutti i quotidiani nazionali. Danno l’impressione di non affaticarsi troppo in redazione.

È impossibile commentare in modo critico senza essere sommersi da una valanga di insulti e segnalazioni. Spesso interviene in difesa degli articoletti anche il fondatore, sua «maestà» Enrico Mentana. Il direttore del Tg La7 dimostra una totale assenza di autocritica e di ironia, si limita a liquidare l’interlocutore in maniera arrogante e offensiva. Ovviamente, risponde sempre e solo ai commenti più sgrammaticati e semplici, si sceglie la vittima e l’affossa per guadagnarsi l’elogio degli adepti.

Da almeno tre anni a questa parte, abbiamo assistito alla nascita del «mentanismo», un culto laico un po’ ridicolo e bizzarro. Tale devozione è incarnata nello spazio virtuale dei social da pagine come «Enrico Mentana blasta lagggente» («blastare» nel linguaggio dei videogiochi significa «disintegrare»). La pagina in questione, tra il serio e il faceto, riporta le risposte più ardite di Mentana contro il solito «ignorantello» del web.

Enrico Mentana è diventato l’idoletto, la statuetta votiva del popolo dei cosiddetti «semicolti». Se la rete pullula di complottisti, ossessionati e ignoranti, i loro avversari sono anche peggio. Si tratta per lo più di giovani tra i sedici e i trent’anni, diplomati, hanno una cultura superficiale e, in genere, scrivono in un italiano corretto.

I semicolti ostentano una conoscenza che non possiedono e si reputano intelligenti perché non credono ai complotti e vaccinano i figli. Sono un sottobosco irritante, dal linguaggio stereotipato – impiegano sempre le stesse categorie linguistiche: «analfabeta funzionale – grazie direttore – noi purtroppo viviamo in Italia – e le coperture?» – impegnati a riversare la loro presunta competenza mista ad arroganza sul mal capitato di turno.

Negli ultimi anni, seguendo le orme di Mentana, si sono lanciati in una battaglia senza esclusione di colpi contro le «bufale», prontamente rinominate «fake news» (essendo un provinciale, il semicolto deve abusare dell’inglese) e somministrando al prossimo una filippica sociologica sulla «post-verità», espressione inflazionata al pari di «società liquida» e molto amata dai mediamente colti. Tendono ad abusare di numeri, cifre e statistiche per dare una parvenza di oggettività alle loro affermazioni e messi di fronte a dati e ricerche che li smentiscono, vi diranno: «fonte?».

Spesso sentirete il popolo di Mentana affermare: «bisognerebbe dare un patentino per votare» e «il popolo è ignorante». Per questa schiera di cervelloni, quanti non leggono Saviano e non guardano Che Tempo Che Fa sono da classificarsi come «ignoranti». Non si rendono conto di essere i figli di spazzatura televisiva e letteraria spacciata per cultura, come tutti gli ignoranti si sopravvalutano e gonfiano il loro Ego nel prendere in giro una massaia con la terza media (ovviamente si dichiarano contro il bullismo e il cyberbullismo).

Sono i figli di una cultura «media», alla portata di tutti, straripante di banalità e ancorata al progressismo salottiero. Dileggiano quanti credono alle «fake news», ma si bevono qualunque scemenza coli da Repubblica od Open.

Hanno appaltato il loro senso critico a Mentana o Mattia Feltri. La giovane Giulia Marchina, classe 1991, appartiene a questa schiera di individui arroganti e presuntuosi. Sono gli «uomini senza qualità» (per citare Musil) nell’era della rete.

 

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