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L’Italia tra rinascimento e umanesimo, culla della civiltà occidentale

ottobre 20, 2019 • Agorà, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

La narrazione antipatriottica della sinistra descrive i popoli come equivalenti e intercambiabili. Uno vale uno. Le Nazioni sono dissolte nel mare bianco dell’Umanità. Francesi, italiani, russi, cinesi, congolesi… sono perfettamente scambiabili; precisamente uguali salvo variazioni epidermiche e fenotipiche. Non è così. I popoli hanno una loro identità, una forma peculiare, un inconscio nazionale affollato di archetipi, storie, miti, sensibilità, linguaggi. Benché diluito e offuscato dalla globalizzazione, il carattere nazionale italiano esiste e si mantiene saldo nel profondo della nazione, nella provincia dello spirito. Ma come si è formato? Da dove arriva il genio italiano?

Nulla si può dire degli italiani senza riferirsi ai romani. In particolare, all’umanesimo romano. Essi ponevano al centro della civiltà l’Uomo e la sua Parola. Il cittadino romano era l’Uomo per definizione, l’universale. La Parola del romano è la sua essenza, corrisponde sempre al reale cioè al vero. Per questo motivo il romano non giura quando testimonia un fatto. La lingua romana, il latino, è un idioma preciso, analitico e logico; capace di rendere conto della realtà nel dettaglio, ricco di raffinatezze espressive e razionalmente strutturato. I romani, più dei greci, colsero la potenza evocativa del linguaggio e la sua eloquenza. Hanno inventato l’ars oratoria, studiato l’emissione e l’intensità della voce e fatto «musica» con le parole. Scrive Seneca a Lucillo: «Noi non dobbiamo avere come scopo che la voce sia educata, ma che educhi».

Si condensa qui la saggezza romana: la lingua come mezzo e come educatrice. La Parola come strumento di persuasione ed espressione della «potenza» di chi parla. La sensibilità romana al linguaggio e alla sua armonia, si riflette nello spirito italiano. Non a caso sarà Guido d’Arezzo, secoli dopo i romani, a inventare la notazione scritta della musica: Do-Re-Mi-Fa-Sol-La-Si. E non per nulla la Parola scritta ha rivestito un ruolo fondamentale per gli italiani. La lingua italiana, figlia del latino, è stata il mezzo con cui gli italiani hanno custodito la propria unità nazionale. L’identità italiana è figlia di un poeta (caso unico al mondo), Dante, che ha ordinato e dato dignità all’italiano.

Dai romani, gli italiani hanno ereditato l’amore per la natura, i suoi ritmi e regolarità. Un amore espresso nelle Georgiche e nelle Bucoliche di Virgilio, nella descrizione del respiro lento delle stagioni, della ricchezza delle messi e delle dolci colline attraversate dai pastori. Una sensibilità per la natura che giunge al Santo Patrono d’Italia, Francesco d’Assisi, il santo più vicino a Cristo.

Francesco ama la bellezza della natura e, come Gesù, la indica. Il poverello di Assisi ricorda il Gesù che dice ai discepoli: «Guardate gli uccelli del cielo; Osservate come crescono i gigli del campo». Il Cantico delle creature nasce dal fascino per il reale ed è scritto in un italiano limpido e solare. In Francesco, il messaggio evangelico sposa la filocalia italiana. La povertà del frate è un ritorno all’essenziale, alla terra, al vero. Come notava Curzio Malaparte, i santi italiani sono leggere e poetici; quelli tedeschi sono bardati con pesanti armature. La passione per la Parola caratterizza anche Francesco, che predica anche agli uccelli. Come un novello Orfeo, con le parole al posto della cetra, placa il lupo di Gubbio, la fiera feroce.

L’amore che il carattere italiano nutre per la bellezza, nel medioevo assume la forma della Donna Ideale. Per Dante, Beatrice incarna la poesia, l’amore, il bello. I poeti del Dolce stil novo hanno creato e cantato la Donna, una figura che trascende il poeta e lo ispira. La Donna è la metafora del desiderio, il desiderio dell’Amore e del Bello. Una smania che scombussola, Dante sviene davanti a Beatrice.

L’estetica italiana esplode durante il Rinascimento. La bellezza italiana non è quella mistica dei tedeschi né quella geometrica dei francesi e tantomeno quella cupa e fervente degli spagnoli o quella lussuosa e precisa dei fiamminghi. Nell’arte rinascimentale, la natura è depurata e ricondotta all’armonia e all’ordine attraverso la mano dell’artista. L’arte italiana è una fune tesa tra realtà e ideale. Mìmesis: l’artista procede dal vero e lo plasma con equilibrio. Brunelleschi, Donatello, Michelangelo, Giorgione… hanno sincronizzato il loro respiro col respiro del cosmo.

Leonardo da Vinci incarna l’anima dell’Italia rinascimentale: scienziato e artista, inventore di armi e pittore di Madonne. Intellettuale totale, mente inquieta e logica. La certezza dei contorni delle sue figure umane, la loro solidità, la vivacità dei gesti e delle espressioni, la luce dei volti contrasta con gli spazi indefiniti, oscuri, nebbiosi, umidi dei paesaggi. Ordine e caos. Leonardo non fu un genio italo-francese, ma puramente e limpidamente italiano.

L’architettura rinascimentale è degna erede di quella romana: regolare, precisa, funzionale. Le città sono diamanti urbani incastonati in gioielli territoriali. Conciliazione dello spazio umano con quello naturale, secoli prima di Frank Lloyd Wright e dell’ecologismo. La fusione di natura e ideale giunge sino ad Annibale Carracci, a Caravaggio, a Giambattista Tiepolo. Fedeltà al vero e visione immaginifica. La peculiarità dell’arte italiana sta nell’aver ricondotto i traboccanti sentimenti della vita entro il più razionale rigore compositivo. È la «sprezzatura» italiana, un spontaneità ragionata nell’arte.

Dopo due secoli di relativa tranquillità, l’Italia a lungo ritiratasi dietro le quinte della storia, torna prepotentemente sul palcoscenico d’Europa. Il romanticismo erutta e invade la penisola, scatenando il tumulto pre-risorgimentale e risorgimentale. Sono innumerevoli gli artisti che si sono battuti per l’Italia unita e indipendente. Da Petrarca sino a Pellico. Una lotta condotta attraverso l’arte, Giuseppe Verdi e la sua musica hanno incarnato l’anelito degli italiani alla libertà. Tutti, Giuseppe Mazzini in testa, hanno ricollegato l’Italia alla Roma antica. Non a caso, nei monumenti torinese e romano, Mazzini siede su un trono «romaneggiante».

Esiste un carattere italiano, che qui abbiamo cercato di raccontare brevemente. Se l’Italia è uno scrigno di tesori è grazie agli italiani, Nazione che esprime al massimo la Civiltà Occidentale. Uno spirito che persiste anche nel mondo globale, basti osservare il retro degli euro. Dietro alle monete italiane troviamo Dante, l’Uomo Vitruviano, la Venere di Botticelli insomma, l’umanesimo italiano. Dietro alle monete straniere troviamo l’aquila rapace, la dura porta di Brandeburgo, l’esagono francese. A ricordarci la persistenza del genio italico, nonostante tutto.

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