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Il capro espiatorio. Israele e la crisi dell’Europa

ottobre 6, 2019 • Io Leggo

Recensione di Davide Cavaliere –

Il saggio di Niram Ferretti, Il capro espiatorio. Israele e la crisi dell’Europa compendia e sublima tutta la letteratura sulla decadenza della civiltà occidentale. È una mappa che aiuta il lettore a orientarsi tra le macerie dell’Abendland; un romanzo giallo, un film di Hitchcock: abbiamo sotto gli occhi il cadavere morale di una civiltà, ora si tratta di cercare il criminale o meglio, i criminali. Se nel precedente Il sabba intorno a Israele. Fenomenologia di una demonizzazione, Ferretti svelava nomi, ragioni e strategie della denigrazione perpetua dello Stato ebraico, nel nuovo saggio viviseziona la demonizzazione dell’Occidente nel suo complesso, di cui antisemitismo e antisionismo sono un corollario inevitabile, sono il sale di una brodaglia ideologica indigesta.

All’origine dell’immenso cantiere atto alla demolizione della civiltà giudaico-cristiana, troviamo due elementi: le ambizioni geopolitiche di una Francia eternamente «napoleonica» e il sorgere di dottrine neomarxiste col loro armamentario concettuale fatto di odio di sé, avversione al Cristianesimo, mitizzazione del Terzo mondo e colpevolizzazione dei bianchi, sulle cui teste ricade la colpa di aver «sfruttato» l’uomo extra-europeo.

Animato dalla consueta anglofobia francese, il generale De Gaulle sognava un’Europa egemonizzata dalla Francia, alleata coi paese arabo-islamici in funzione antiamericana, con conseguente diffusione, magistralmente raccontata dalla insigne studiosa Bat Ye’Or, di una propaganda antisionista e filoaraba in tutta Europa. Propaganda che culmina con l’esaltazione acritica del sultano del terrore, Yasser Arafat.

Ferretti concentra la sua attenzione soprattutto sul secondo elemento, il marxismo culturale che da interminabili decenni corrode le fondamenta del continente. Il nuovo marxismo che vede la storia europea solo come un susseguirsi di errori e insuccessi da emendare. L’autore la chiama «l’Europa dei congedi», una civiltà che si accomiata dalla sua identità e dal suo passato e chiama questi abbandoni, «progresso». Un progresso inteso unicamente come processo di sradicamento, come graduale depauperamento di sé.

La nuova ideologia umanitaria è intimamente gnostica. Dichiara il suo orrore per il mondo nella sua attuale configurazione e mira a cancellarlo per fare spazio al nuovo, intrinsecamente migliore. Un progetto che assume sempre più una forma totalitaria e agisce attraverso una perfida «falsificazione del bene». Il linguaggio politicamente corretto serve a squalificare con rapidità chiunque osi «guardare dentro» a parole inflazionate e svuotate di senso quali «antirazzismo», «islamofobia», «diritti umani»… il libro offre uno spaccato veritiero del totalitarismo morbido e benevolo in cui ci troviamo a vivere e pensare.

Nella realistica analisi operata nel libro, l’Unione Europea è l’espressione istituzionale dell’illusione di un continente intero, di essersi liberato delle pastoie nazionaliste e religiose. L’Europa si crede avanguardia dell’Umanità, si colloca fuori dalla Storia reputandosi al riparo dalle minacce e dalle logiche della guerra e del dominio. Dopo essere stata il teatro della Shoah, si presenta come «forza gentile» (per usare l’espressione di Tommaso Padoa-Schioppa) che fa del diritto positivo, della diplomazia, della multilateralità dei fini della politica quando, come ricorda il John Bolton citato nel testo, sono solo dei mezzi. Siamo in presenza di un continente che è il ventre molle del mondo, che rifiuta ideologicamente l’uso della forza, animato da sensi di colpa, che fa dei Diritti Umani una vera e propria religione laica e che posa uno sguardo pietoso e compassionevole sulle sue, presunte, ex vittime. Arabi e africani in primis, martiri per eccellenza del razzismo e del colonialismo.

L’idea che l’Europa ha di se stessa è la principale causa della sua avversione agli Stati Uniti e a Israele. Due nazioni che rifiutano di piegarsi al destino post-nazionale che la Storia impone al mondo e di cui l’Europa è guida. Sono due Stati nazionali ancora troppo fieri, ancora troppo sovrani, ancora troppo innamorati di sé. Sono refrattari al culto dell’Umanità e agli utopismi astorici. Se gli Stati Uniti con Obama hanno dimostrato di poter diventare «più europei», Israele non lancia segnali di «illuminazione», innervato com’è di patriottismo. Con la sua supposta morale superiore, l’Unione Europea è un fattore di divisione dell’Occidente. In questo contesto, Israele finisce per rappresentare il «capro espiatorio» del titolo, su cui l’Europa proietta i demoni di un passato che non ha mai veramente guardato negli occhi. Se gli israeliani sono come i nazisti, allora non dobbiamo dolerci troppo per la Shoah; se sono sadici come i nostri padri, non possono pretendere nulla da noi europei perbene. Discende da qui la «nazificazione» di Israele, il cui esercito viene sempre paragonato alle armate hitleriane e i suoi politici a tanti piccoli Himmler con la Kippah. Niram Ferretti porta alla luce questa perversione concettuale, dirada le ombre della cattiva coscienza europea.

Per descrivere l’attività dell’uomo di pensiero, Popper usò l’immagine delicata del giardiniere di un luogo meraviglioso. A Niram Ferretti non si addice questo quadretto, lui afferra una vanga e dissoda con tenacia un terreno troppo a lungo abbandonato all’ipocrisia, scava fino alle radici del male europeo. Il capro espiatorio. Israele e la crisi dell’Europa è una radiografia delle malattie che ci affliggono, un libro chiaro, limpido, che in una Nazione seria susciterebbe un ampio dibattito. È un testo tragico, ma non pessimista. Si avverte un certo entusiasmo quando cita sezioni della Dichiarazione di Parigi, una reazione è possibile. Il fatto stesso che un libro come questo (e simili) siano pubblicati e letti ci fa sperare che le arterie di questa Europa apparentemente morta, non abbiano ancora smesso di pulsare.

 

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