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Il tema del logos che sancisce la differenza tra civiltà cristiana e islamica

ottobre 2, 2019 • Cultura e Società, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

La crisi dell’Occidente è una crisi del pensiero. La crisi di un pensiero «forte», indagatore della Verità dell’Essere, di un pensiero che davanti alla pluralità degli enti e dei mondi non arretri fino a giudicare «insensata» qualunque domanda metafisica sul senso, sulla causa finale del mondo, un pensiero che non abbandoni la Gottesfrage, la Domanda di Dio.

Fu Joseph Ratzinger a diagnosticare questa patologia dell’anima moderna, lo fece nel suo discorso a Ratisbona, dove disse: «L’Occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma di una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente».

Superare l’autolimitazione della ragione è una questione dirimente per la Civiltà Occidentale. Recuperare l’ampiezza del Logos greco contro la dominante raison illuminista, che restringe il suo raggio d’azione al solo mondo materiale, ai soli fatti empirici e traducibili in linguaggio matematico. Il problema non ha solo una rilevanza filosofica, ma anche identitaria e politica.

L’Occidente nasce dall’incontro e dal tenersi unitario di filosofia greca e religione monoteistica ebraica, fra ragione e rivelazione, fra conoscenza e fede. Insomma, una civiltà imperniata su Atene e Gerusalemme (senza voler escludere il contributo giuridico e politico di Roma). Anche su questo tema, il pontefice emerito Joseph Ratzinger si è dimostrato di una chiarezza adamantina: «In considerazione dell’incontro con la molteplicità delle culture si ama dire oggi che la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione […] Questa tesi non è semplicemente sbagliata; è tuttavia grossolana e imprecisa. Il Nuovo Testamento, infatti, è stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco – un contatto che era maturato nello sviluppo precedente dell’Antico testamento».

L’unità fra Atene e Gerusalemme è, quindi, costitutiva dell’identità e della tradizione cristiana e della sua autocoscienza di religione e civiltà. Una riflessione che l’io cristiano ha avviato su di sé già a partire dalla Patristica, che poneva il pensiero cristiano in continuità col pensiero greco e richiamava all’unità di ragione e fede. Giustino vedeva nel Cristo il Logos fattosi carne e nella verità cristiana la verità filosofica. Una riflessione proseguita dalla Scolastica, dove la ragione sostanzia la fede e serve a dimostrare l’esistenza di Dio e spinge l’uomo alla fede nella sua rivelazione. Unità infine rinnegata dalla progressiva secolarizzazione moderna, che ha negato alla religione il valore di ragione «pubblica».

L’incontro di Atene e Gerusalemme, che vede nelle tradizione la ragione fondata sulla religione, ha come corollario la richiesta politica della teologia, la convinzione che la vita politica sia informata e innervata dalla Verità, plasmata dal Logos, che la Polis sia il luogo in cui si realizza la Verità. Tommaso d’Aquino rifletteva sulla Legge eterna, cioè una ragione che regge l’universo: «Il piano con il quale Dio, come principe dell’universo governa le cose».

Gli uomini partecipano alla Legge eterna mediante la Legge naturale (che tanto spazio ha avuto nella riflessione giuspolitica): «La partecipazione della Legge eterna nella creatura ragionevole» e che il filosofo neoscolastico Jacques Maritain ha definito come la Legge che serve «per accordarsi ai fini essenziali e necessari dell’essere umano». Inoltre, Tommaso, conferiva al diritto positivo, da lui chiamato Legge umana, la facoltà di regolare «in modo particolare delle cose cui già si riferisce la Legge di natura».

La società non sarebbe il prodotto di una ingegneria sociale, ma il riflesso di un ordine che trascende l’uomo. Per il pensatore della politica Eric Voegelin, l’ordine politico è il prodotto sociale di un ordine cosmologico: «Dio misura invisibile dell’uomo». L’illuminismo, vanto e vanità dell’Europa contemporanea, ha sottratto la Verità ultima e la fede alla ragione.

Anche in questo caso ci viene in aiuto Joseph Ratzinger, quando affermò: «Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del “da dove” e del “verso dove”, gli interrogativi della religione e dell’ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla “scienza” intesa in questo modo e devono essere spostati nell’ambito del soggettivo. Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la “coscienza” soggettiva diventa in definitiva l’unica istanza etica.

In questo modo, però, l’ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell’ambito della discrezionalità personale». Si spalancano le porte a quella «dittatura del relativismo che non conosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». Dittatura che oggi si esprime nel dominio assoluto del diritto positivo che «giuridicizza» ogni desiderio. Atteggiamento distruttivo della libertà, poiché «assolutizza» l’individuo che diventa prigioniero di se stesso e dei suoi desideri.

Per Eric Voegelin, aprirsi alla realtà conduce all’ordine sia nella società che nell’animo, questo ripiegamento autistico su se stessi contro la realtà non può che condurre al disordine morale e politico. La teoria politica moderna, non a caso, è approdata a un relativismo avalutativo incapace di distinguere fra Bene e Male, fra Verità e inganno, compiendo il trapasso dalla filosofia politica alla «scienza» politica: attività tesa a programmare procedure e disinteressata ai valori.

Il tema del Logos sancisce anche la differenza tra Civiltà Cristiana e mondo islamico. L’Islam non conosce la ragione ma solo la parola rivelata direttamente all’uomo Maometto. Il Corano non conosce Logos, non è interpretabile né secolarizzabile. È solo Legge. Una Legge la cui origine divina la rende superiore alla legge della Polis. L’Islam si è liberato dal peso di dover gettare il fondamento della politica, della buona legge. In questa automutilazione della ragione, c’è la nostra condanna a morte.

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