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Storia minima

settembre 30, 2019 • Io Leggo

Recensione di Davide Cavaliere –

Dopo i racconti de L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde, Matteo Fais mette nelle mani dei lettori un romanzo breve, feroce, urbano. Un romanzo scortese, perché sbatte in faccia al lettore il suo tempo malevolo, alienato, plumbeo. Fais getta sale su ferite aperte, non edulcora la contemporaneità, non consola. Descrive. Proprio come farebbero i naturalisti francesi più volte citati nel testo.

Ogni capitolo del libro di Matteo Fais, Storia minima, è quadro della devastazione contemporanea. Sono schegge di dissoluzione. È un libro dagli echi bukowskiani e houellebecqhiani direbbe qualcuno, ma sarebbe un provincialismo riduttivo, poiché l’autore affronta con una sensibilità tutta italiana i temi della solitudine, della miseria sessuale, della tirannia del lavoro, del sesso casuale, delle donne.

Il protagonista del libro è un giovane «scoraggiato», anonimo, perso in una città altrettanto anonima. Sappiamo solo che ha un porto (di mare? di fiume? Un lago?), ma poco importa, potrebbe essere uno qualunque dei tentacolari agglomerati di luci, catrame, vetro, metalli, cemento … che chiamiamo «città». Sconosciuta, come la città di Marcovaldo di Calvino.

Dopo una laurea in Scienze politiche, il protagonista dovrebbe entrare nella più terribile incarnazione del mondo moderno: il mercato del lavoro. Si appresta, dunque, a diventare uno schiavo delle riforme del lavoro e dei contratti a tempo, a progetto, indeterminati e precari. Non ne ha voglia, possiede la virtù di non doversi sentire utile. Passa il tempo a leggere e ascoltare musica classica, a coltivare raffinatezze inutili per una società che lo vorrebbe alla febbricitante ricerca di un impiego, di una mansione, di un salario che lo rendano «indipendente» dai genitori, ma «dipendente» dai capricci del mercato, del caporale, del capo ufficio.

In un mondo che organizza l’entusiasmo, che ci invita a sorridere, a cercare la felicità, ad essere giovanili, l’anonimo protagonista è vittima di una afflizione perenne, attraversata dalle vene blu della malinconia. Si sente vecchio dentro, forse non è mai stato giovane, se non anagraficamente. Trova un briciolo di consolazione nel possedere le donne, si sente appagato solo nel lieto ebetismo che segue l’eiaculazione, poi torna la mestizia. Le donne con cui si accompagna sono perlopiù sbandate dalla vita insignificante, come la vita del protagonista. Fais è bravissimo nel trasmettere il senso di squallore di quegli incontri: «La portai a mangiare un panino. La semina era ridanciana. Non si convinceva che passassi le mie giornate immerso nella lettura e trovava le mie buone maniere del tutto fuori moda, anche se la mia presenza la dilettava tantissimo. Io le sorridevo scuotendo la testa. Forse pensava che fossi un po’sconvolto dai suoi toni da scaricatore di porto». Ogni incontro è un passo in avanti nella catabasi.

Al giovane, a forza di leggere, viene voglia scrivere un libro, ma si rende presto conto che non ha nulla da raccontare. Non può attingere dalla sua vita, che è solo una sequenza di fotogrammi slegati, manca il filo conduttore, non c’è un destino al di là delle congerie degli eventi. Frammenti di esistenza incapaci di concatenarsi: «La mia generazione non aveva conosciuto la guerra. Io non avevo mai ucciso un uomo, forse neanche un insetto di considerevoli dimensioni. Non avevo mai soccorso un commilitone ferito». La vita del protagonista è solo una delle tante vite insignificanti di cui si compone un Occidente in via di disintegrazione.

La condizione del protagonista e di chi lo circonda non è casuale. È una condizione generata da una precisa ingegneria sociale, quella di un liberalismo assoluto che procede come una gigantesca sega circolare nel recidere ogni legame. Fais penetra nel cuore di tenebra della nostra epoca, un mondo di uomini a cui sono state strappate le radici e a cui è stata tolta ogni possibilità di soddisfacente relazione sociale.

Una civiltà informe, igienica, ipercivilizzata, moralista: «Un essere civilizzato difficilmente arriva a provare un reale trasporto verso un altro essere umano, un trasporto fatto di sangue e passione intendo, non mediato da un astratto principio di rispetto». L’autore mette in scena quella frase di T. S. Eliot: «Così finisce il mondo, non con uno schianto ma con un lamento». Sono lamenti quelli che concludono il libro, un libro che meglio di ogni asettica indagine sociologica riesce a raccontare il disagio di una civiltà, il sadismo di una società che vorrebbe incarnare il Bene, ma riesce a partorire solo dolore.

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