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Oriana Fallaci, uno sguardo acuto sugli eventi

settembre 16, 2019 • Cultura e Società, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Tredici anni fa moriva Oriana Fallaci. Una morte annunciata da un cancro, un alieno antropofago che albergava nel suo corpo minuto. La creatura tumorale non le diede la possibilità di finire il suo ultimo lavoro, una lunga saga della famiglia Fallaci attraverso gli ultimi duecento anni. Un romanzo ottocentesco, «classico», che si fa beffe, pagina dopo pagina, di chi va predicando la morte del romanzo. Quello di Oriana è un libro sulle radici, sui legami di sangue, sulla maternità (lo chiamava «il mio bambino»), la paternità e la nazionalità, su quelle allacciature che danno senso all’uomo e plasmano la sua identità.

Lei era nata in Toscana e la ricordava con un misto di affetto e mestizia. La Toscana in cui si condensa e si cristallizza il genio italiano, dove la natura incontra la mano dell’uomo e le nuvole diventano affreschi di Michelangelo, le pianure si trasferiscono nei paesaggi di Piero della Francesca, le montagne diventano lo sfondo eterno delle scene sacre di Masaccio. Della sua famiglia aveva assorbito la dignità austera, la sobrietà dello spirito, il coraggio, la voglia di nuotare controcorrente, il senso dell’onore.

La Fallaci cresce con la guerra, con la prossimità della morte sotto bombardamento, con le minacce urlate in tedesco da bocche gotiche, parole dure e minacciose dall’eco crudele. Avrà sempre timore dei tedeschi e nelle narici conserverà l’odore del sapone al limone che usavano per disinfettare le divise. Alla fine del conflitto, riceve un riconoscimento d’onore dall’Esercito Italiano, ha quattordici anni.

Delusa dalla politica, dalla Patria, dall’amore si rifugia nell’eremo newyorchese, in una casa nel cuore dell’Upper East Side, anima raffinata e liberty della città americana. Una mattina di settembre, dopo aver visto la carlinga scintillante di due aerei di linea penetrare nella carni d’acciaio delle Torri Gemelle, rompe il suo silenzio con un lungo articolo poi divenuto libro, La rabbia e l’orgoglio.

Quell’evento la sconvolge più del Vietnam, più di Beirut e delle bombe su Firenze. La cima argentea delle torri avvolta da una impenetrabile cortina di fumo nero, la sinfonia monotona delle sirene, uno sciame di macchie bianche avvolge le torri, sono documenti e persone trascinati al suolo dalla gravità e dalle correnti d’aria. Dopo una lunga agonia le torri crollano, le fiamme hanno divorato le strutture portanti, sembra un’implosione, un buco nero interno ingoia gli edifici. Rimarranno solo delle lamiere contorte, deformi, annerite come alberi dopo un incendio. Le vittime sono tremila, i sacchi per cadaveri non servono, i corpi sono fusi, smembrati, ridotti a pulviscolo.

Al-Qaeda ha portato la guerra in America. La festosa New York si copre di fiotti neri di fumo e di lutto. La rabbia non conosce confini, il trauma è profondo e il libro della Fallaci ne risente, in positivo. La prosa è ipnotica, marziale, incalzante. Il ritmo è quello di una fanfara militare, il clangore delle parole è quello delle armi. La Fallaci piomba sugli eventi col sibilo delle bombe, il suo è un grido simile allo stridore del metallo che si incrina e il nemico non ne esce vivo.

La rabbia e l’orgoglio è una requisitoria contro l’Islam radicale, ma anche e soprattutto contro un Occidente debosciato, burroso, indolente e flaccido. Una predica laica, savonaroliana e incendiaria contro una civiltà che non ama più sé stessa. La Fallaci enumera le conquiste dell’Occidente e le contrappone al deserto islamico, squarcia il velo di Maia dell’ipocrisia, sale sulla torre più alta e grida le sue verità, che sono sotto gli occhi di tutti e che solo qualche zelante intellettuale si ostina a volerle nascondere dietro ad analisi faziose e riflessioni vuote.

Il suo «j’accuse» è una formidabile macchina da guerra scagliata contro i filistei antioccidentali e, al tempo stesso, una specie di manifesto risorgimentale e patriottico. Nessuna risposta sarà all’altezza, per stile e contenuti. Le pagine più dure sono dedicate agli italiani. Leggendole si ha l’impressione di masticare pietre, di ingoiare un farmaco amaro e necessario. Ha il cipiglio di un eroe risorgimentale quando scrive, a proposito di immigrazione e musulmani:

«I nostri principi, i nostri valori. Sto dicendo che da noi non c’è posto per i muezzin, per i minareti, per i falsi astemi, per il fottuto chador e l’ancor più fottuto burkah. E se ci fosse non glielo darei. Perché equivarrebbe a buttar via Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, il Rinascimento, il Risorgimento, la libertà che abbiamo bene o male conquistato, la democrazia che abbiamo bene o male instaurato, il benessere che abbiamo indubbiamente raggiunto. Equivarrebbe a regalargli la nostra Patria, insomma. L’Italia. E l’Italia io non gliela regalo».

La Fallaci ha le ossa tricolore, quando parla dell’Italia non usa mai la parola «paese». Evoca gli eroi del Risorgimento e della Resistenza, dardeggia l’esterofilia degli italiani, la nostra cronica mancanza di memoria, il nostro orgoglio nazionale assente che si manifesta solo alle partite di calcio, il sussiego con cui veniamo trattati dagli stranieri, i turisti cafoni che non meno degli immigrati maltrattano i nostri monumenti. Oriana crede all’idea di nazione, sa che i popoli hanno un carattere e non sono integrabili. Rigetta il multiculturalismo e ricusa l’Unione Europea, definita «club finanziario fallito». Le pagine finale de La rabbia e l’orgoglio sono memorabili, accese, intense. Hanno un fervore mazziniano, un’avventatezza garibaldina, sono ispirate dalla stessa Musa che ispirò un giovane Mameli quando scrisse Il canto degli italiani. Il suo è un patriottismo viscerale, cardiaco, muove dai ventricoli:

«E poi gli risposi che quando ascolto l’Inno di Mameli io mi commuovo. Che a udire quel Fratelli-d’Italia, l’Italia-s’è desta, parapà-parapà-parapà, mi viene il nodo alla gola […] Del resto il nodo alla gola mi viene pur a guardare la bandiera bianca rossa e verde, la bandiera italiana, che sventola».

Il suo nazionalismo, la sua amicizia con gli Stati Uniti e Israele – straordinaria la sua difesa dello stato ebraico e la sua aggressione dell’antisemitismo – la sua scorrettezza politica la isoleranno. Nessun timore, lei ha sempre combattuto da sola, contro la vita, gli eventi, le avversità. La sua Toscana, irriconoscente e livorosa, non le ha dedicato nemmeno una targa. Non è stata dimenticata, era troppo grande, troppo rumorosa, ma è stata ridotta a macchietta, a icona femminista, proprio lei, che dalle femministe era stata attaccata e delusa.

La sua vita è diventata una serie televisiva insincera ed edulcorata. Le hanno fatto un dispetto crudele, ma glielo hanno fatto dopo la sua morte, diversamente non avrebbero avuto il coraggio. A molti manca la sua voce arrochita dalle sigarette, posata, materna. Mancano le sue dita con le unghie rosse, i suoi occhi che guardano in alto mentre cerca la parola giusta, i suoi occhiali da diva. Mi piace pensare che non abbia trovato pace neanche da morta e che le sue spoglie mortali siano attraversate da un fremito di rabbia, da un sussulto di orgoglio ogni volta che l’Italia viene offesa

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