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La Germania e le sue eterne ambizioni imperiali

settembre 8, 2019 • Mondo, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

La Germania è un mistero per l’Europa. E per Germania s’intende la civiltà di lingua tedesca, Austria inclusa, poiché è la lingua a plasmare e sostanziare il carattere tedesco, quella che per potremmo chiamare «tedeschità». La Germania è un arcano, a lungo gli intellettuali si sono interrogati sul perché un mondo civile e raffinato come quello tedesco, abbia ucciso l’Europa scatenando due guerre mondiali. La volontà di potenza dei tedeschi di volta in volta affascina, inquieta, turba, ma soprattutto interroga.

Paul Celan nella poesia Fuga della morte scrive: «la morte è un maestro tedesco ha l’occhio celeste/la sua mira è precisa il piombo ti investe». La Germania è identificata con la Morte e se guardiamo ai capolavori della cultura tedesca, la Morte è onnipresente. Dal Faust di Goethe alla decadenza europea descritta da Spengler ne Il tramonto dell’Occidente.

Il tema della fine, dell’approssimarsi della morte è una costante della letteratura del finis Austriae. Dalla mestizia dolente di Robert Musil intorno alla dolce Vienna, ai dipinti oscuri di Egon Schiele e Oskar Kokoschka; all’ossessione per il disfacimento e la vecchiaia in Thomas Mann; per arrivare, anni dopo, ai timori inquieti di Thomas Bernhard. Per Ivan Goll, Berlino è il focolare di una pestilenza mortifera, l’«eurococco», destinato a infettare tutta l’Europa.

Il morbo è il mercantilismo sfrenato, l’ossessione per il denaro, la brama di arricchimento, la frenesia che corrode la vita e che Ernst Ludwig Kirchner ha rappresentato, anni prima, in uno dei suoi quadri più famosi: Potsdamer Platz. Dove l’angoscia esistenziale si mescola all’atmosfera di una catastrofe collettiva imminente.

La paura della morte è la debolezza del carattere tedesco. Il contraltare della sua forza, il timore mai sopito di non essere all’altezza del proprio destino di potenza e di crollare; i tedeschi temono la propria debolezza e anche quella altrui, perché gli ricorda la loro. Un italiano di padre tedesco, Curzio Malaparte, al secolo Kurt Erich Suckert, nel suo magnifico Kaputt scrive: «Il tedesco ha paura degli inermi, dei deboli, dei malati. Il tema della paura, della crudeltà tedesca come effetto della paura, era diventato il tema fondamentale di tutta la mia esperienza […] Ciò che muove il tedesco alla crudeltà, agli atti più freddamente, più metodicamente, più scientificamente crudeli, è la paura.

La paura degli oppressi, degli inermi, dei deboli, dei malati, la paura dei vecchi, delle donne, dei bambini, la paura degli ebrei». I tedeschi non si sentono adeguati al ruolo di dominatori che si sono attribuiti e, di fatto, nella storia hanno sempre perso. Hanno perso contro i comuni italiani nel Medioevo, sono stati sconfitti da Napoleone, hanno perso durante il Risorgimento e poi la Prima e la Seconda guerra mondiale. Dopo ogni sconfitta ritornava sempre quell’interrogativo: «non siamo i migliori, allora cosa siamo?», è l’eterna domanda della Kultur germanica: «in cosa consiste essere tedeschi?». Ma sempre, la «tedeschità» finisce per coincidere con l’universalità.

L’uomo tedesco è il vero Uomo, solo la civiltà tedesca è vera Civiltà, da qui discendono le loro eterne ambizioni imperiali. Nessuna sconfitta, nessuna Austerlitz e nessuna Stalingrado hanno mai incrinato questa certezza. Certezza che, come abbiamo visto, sempre si accompagna a un senso di inadeguatezza, al timore del crollo, alla paura ossessiva delle morte che pervade le opere del genio tedesco. La morte tragica degli eroi, il Valhalla, la marcia funebre di Wagner, una morte temuta e celebrata.

Cercare il significato della vita, della pienezza dell’essere è un cercare all’infinito. Dalla fine del Secondo conflitto mondiale, la Germania ha smesso di cercare. La sua identità coincide solo più col genocidio, è la «dimensione metafisica di Auschwitz» per citare lo storico tedesco Rolf Peter Sieferle. Il suo peccato originale, la colpa imperdonabile, da espiare attraverso la cancellazione della Germania. Ma siccome i caratteri nazionali sono duri a morire, il progetto tedesco di autoannulamento diventa un programma universale.

La Germania è la vera umanità, la Germania parla per tutti e le sue decisioni devono avere valore universale. È il senso della frase che Helmut Kohl ha pronunciato agli europei: «La Germania è il vostro destino». La Germania vuole annegare il suo passato nel mare indistinto dell’Europa, dimenticarsi di sé stessa e delle sue ecatombi. Al tempo stesso, ha deciso che questo dovrà essere il destino di tutte le Nazioni europee. Nel «nulla» niente può primeggiare, nessuna identità, nessuna nazione e quindi, nessuna guerra e nessun genocidio.

L’unificazione europea di cui si è fatta promotrice e fulcro serve a questo scopo. Demolire l’Europa fingendo di costruirla. Siamo davanti a una Europa che non ha identità, tradizioni, storia … solo mercato e finanza e la Germania di oggi è questo: una forza economica e basta. Demograficamente morente nonostante la ricchezza, religiosamente defunta, passiva e stagnante. Giulio Meotti l’ha definita: «vile e rannicchiata sotto le coperte».

Sieferle ha invece parlato di una Nazione che vuole scomparire, afflitta da un «infantilismo morale». L’Unione Europea ha trazione tedesca, è uno specchio della Germania, stiamo diventando tutti nichilisti, stiamo diventando tedeschi. Realizzando il nulla, la Germania ci sta imponendo la sua volontà.

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