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La gaudiosa fabbrica del meaculpismo

settembre 6, 2019 • Agorà, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Durante le elezioni studentesche all’università di Torino, il principale collettivo universitario, ovviamente di estrema sinistra, proponeva nel suo programma un insegnamento meno eurocentrico e l’inserimento nei corsi di studio di autori non europei e non occidentali. Gli studenti della sinistra radicale e anche qualche professore, mirano a proporre anche in Italia quello che già avviene nei campus americani, cioè una didattica che accantoni il riferimento primario alle radici occidentali e ridimensioni il ruolo degli antichi greci e romani e degli israeliti.

I classici della cultura europea, da Omero a Faulkner, devono cedere spazio a semisconosciuti letterati e filosofi africani, asiatici, afroamericani e latinoamericani. Nulla di nuovo sotto il
sole, durante quella colossale contro-rivoluzione che fu il ’68, gli studenti delle università scandivano con gioia: «from Plato to NATO», da Platone alla NATO, sintetizzando in uno slogan le loro assurde tesi sull’«essenzialismo» della cultura occidentale. A detta dei guru della controcultura, poi divenuti baroni universitari con redditizie posizioni in seno alle accademie, il grande misfatto della cultura europea sarebbe la sua tendenza ad assolutizzare i valori della propria concezione del mondo e dei rapporti sociali.

Questo atteggiamento sarebbe alla base del razzismo, del colonialismo e dell’imperialismo. Tutta la cultura europea viene identificata solo coi suoi aspetti più esecrabili, la Bibbia e Platone hanno come inevitabile approdo la guerra in Vietnam. Il padrino di questa de-occidentalizzazione della cultura fu il palestinese Edward Said, che ancora oggi figura tra i santi laici delle accademie e dei salotti progressisti. Said si è arricchito insegnando alla Columbia University e ha contribuito a trasformarla nell’epicentro dell’odio verso gli USA e Israele. Said tentò di dare corpo a un nuovo umanesimo, sganciato dall’Europa e dai suoi elementi razzisti ed «essenzialisti».

Gli effetti devastanti delle teorie di Said & Co applicate all’insegnamento, furono
raccontate da Allan Bloom nel suoi libro più famoso, La chiusura della mente americana. I misfatti
dell’istruzione contemporanea. Con l’obiettivo di promuovere l’uguaglianza, di cancellare le differenze di sesso e razza, le élites culturali hanno imposto un soffocante politicamente corretto. Allievo di Leo Strauss, denunciò il relativismo, il nichilismo, il bigottismo del sesso sbandierato, la frammentazione dei corsi accademici in mille tasselli etnici e sessuali. Qualche anno dopo, lo storico australiano Robert Hughes denunciava «la saga del politicamente corretto», la cultura del piagnisteo, da lui definita come: «il cadavere del liberalismo degli anni Sessanta, è il frutto dell’ossessione per i diritti civili e dell’esaltazione vittimistica delle minoranze».

Né Bloom né Hughes hanno potuto assistere alle follie degli ultimi anni, come il
fenomeno delle «microaggressioni». Chiedere a un nero o a un ispanico «dove sei nato?» significa
sottolineare la sua diversità, un piccola aggressione verbale, una «microaggressione» per l’appunto. In Italia le cose non vanno meglio, basti pensare a quando un gruppo di studenti facinorosi supportati da docenti ideologizzati, impedirono a Papa Benedetto XVI di tenere una lezione a La Sapienza.

Gli atenei italiani e europei hanno fatto ricorso agli «speech codes», per disciplinare le comunicazioni tra corpo docente e studenti, la vocale finale viene sostituita da un asterisco, in modo da rendere neutra la parola anzi, «inclusiva». Alcune università sottopongono a sanzioni amministrative tutti coloro che si abbandonano a un linguaggio presuntivamente irrispettoso. Il picco di ridicolaggine è stato toccato ad Harvard, le matricole sono state «caldamente inviate» a firmare un documento in cui si impegnavano ad agire con «inclusività», perché «la gentilezza occupa un posto alla pari con la realizzazione intellettuale».

Nelle accademie non si insegna più, si fa terapia di gruppo. Le università italiane sono centrali per la diffusione del politicamente corretto. In molti atenei si sono avviati corsi di storia dell’omosessualità, genere e sesso, donne e letteratura, sociologia delle migrazioni, interculturalità, il tutto si mescola alla mai scomparsa moda foucaultiana e deleuziana, il fascino che gli intellò di sinistra provano per le fumosità concettuali, le glossolalie strutturaliste, i paralogismi del postmoderno. La «svolta linguistica» non ha mai ceduto il passo a null’altro e l’eccessiva importanza attribuita al linguaggio, giustifica i bizantinismi del lessico politicamente
corretto.

Non potendo cambiare la realtà e la natura delle cose, siccome l’Essere sfugge alle loro rivoluzioni,
cambiano i nomi alle cose, la nascondono sotto il velo ipocrita di un linguaggio sterile e igienico. Le
università non parlano il linguaggio limpido della Verità, ma si esprimono mediante barocchismi
stucchevoli. La principale vittima della correttezza politica e dei suoi epigoni è la Letteratura. Non esiste più la Letteratura, esistono le pseudo scienze della semiologia e della linguistica saussuriana.

Quando la letteratura non è preda di un imbarazzante moralismo retrospettivo e allora Ovidio con le Metamorfosi rappresenta lo stupro e deve sparire; Dante colloca Maometto all’inferno, deve scomparire; Shakespeare nel Mercante di Venezia puzza di antisemitismo, meglio che se ne vada dalle biblioteche; Kipling era un imperialista britannico, cancelliamolo dai programmi scolastici; Nabokov in odore di pedofilia, censuriamolo… allora diventa vittima di una analisi dissociata dall’opera: significante, significato, segno, morfema, simbolo, semantica, immagini associate … il senso del testo si smarrisce nella possibilità di una pluralità di sensi.

La trama non conta più, contano solo le connessioni semantiche e simboliche nel contesto
semiologico. Come Umberto Eco sia assurto al rango di maître à penser, rimane un mistero. A difendere la Letteratura dalle follie post-strutturaliste, marxiane, femministe, semiotiche, ci pensò Harold Bloom. Tentò un recupero della grande tradizione letteraria occidentale, quella che ha per protagonisti i temibili maschi bianchi. La sua opera più famosa è Il canone occidentale, dove ha riunito gli imprescindibili della letteratura della nostra civiltà.

Bloom è decisamente filoinglese e l’aver inserito Chaucher al posto di Boccaccio può far
storcere il naso a qualcuno, dà però ampio spazio a Boccaccio, Pirandello, Leopardi e anche a Montale e Calvino. Bloom, ma non solo lui, ci ricorda che le civiltà si perpetuano attraverso le cultura. Il processo di autodemolizione della civiltà occidentale iniziato col ’68, la sua resa alla retorica multiculturalista, la corruzione della lingua attraverso politicamente corretto, i soliloqui polisillabici dei postmoderni ci traghettano verso la dissoluzione della forma della civiltà, la dissoluzione della sua fisionomia e non sarà, come diceva Foucault, la cancellazione dell’Uomo «come sull’orlo del mare un volto di sabbia», ma la cancellazione del solo «uomo europeo».

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