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Ipocrisia parlamentare

settembre 4, 2019 • Politica, z in evidenza

di Stefano Bonacorsi –

 

Ha scritto su “Le Figaro” Jaques De Saint Victor, che quello che è avvenuto in questi giorni è la vittoria della democrazia parlamentare. Le vecchie istituzioni reggono il colpo nonostante la democrazia della rete rappresentata da Rousseau e le dirette Facebook di Salvini. Sarà, ma non ci vediamo niente di vittorioso in un accordo di puro interesse, messo insieme da regie e strategie occulte che si nasconde dietro al “bene degli italiani”.

Poi d’accordo, il sistema italico, la fantomatica “Costituzione più bella del mondo” consente un’interpretazione borderline del diritto, dai poteri del Presidente della Repubblica al concetto di fiducia parlamentare. Il tutto senza un filo di omogeneità e senza nemmeno cercare una coerenza istituzionale che leghi le riforme elettorali e autonomistiche dei primi anni novanta.

Dal 1993 a oggi abbiamo assistito alla trasformazione del nostro sistema da collegiale a maggioritario tramite l’elezione diretta di sindaci e presidenti di regione. Soprattutto con le regioni si ha avuto una virata in senso presidenziale, le coalizioni esistono sì, ma se cade la giunta si torna al voto. Non mancano i trasformismi ma se, per esempio, nel Lazio si dimettesse Zingaretti domani, non salirebbe Parisi in virtù di un cambio di maggioranza, ma sarebbe sciolto il consiglio regionale.

A livello nazionale invece, pur se negli ultimi 25 anni si è tentata una sferzata in senso maggioritario, prima con le leggi elettorali (l’unica cosa che è cambiata con una certa frequenza negli ultimi anni) e poi anche con la costruzione di soggetti politici a vocazione maggioritaria, la tendenza è quella di continuare nel solco fossile del parlamentarismo, invocando la centralità del Parlamento soltanto però nella formazione delle maggioranze che devono sostenere gli eventuali governi.

Per tutto il resto ci sono le questioni di fiducia e i decreti legge di cui si denuncia continuamente l’abuso (ma Presidente e Corte Costituzionale non intervengono mai) e le deleghe legislative con cui un Governo, che nella costituzione ha poteri vaghi di “indirizzo politico”, prende seriamente in mano le redini della formazione delle leggi, con buona pace di Camera e Senato e rispettive commissioni.

Gli ipocriti affetti da paranoia da svolta autoritaria sono pronti a tirare fuori la centralità del Parlamento nella vita politica ogni qual volta fa loro comodo, dimenticando però che il consesso legislativo è sì centrale ma necessita di una omogeneità di fondo. Per lo meno nella scorsa legislatura i governi Letta-Renzi-Gentiloni ottennero la fiducia da maggioranze per lo più simili.

Qui siamo di fronte a uno scenario nemmeno simile a quello del 1994 o del 2011, ma al 1922 quando dopo una manifestazione di piazza, il Re incaricò Benito Mussolini di formare un governo, dopo le dimissioni di Facta. Anche qui si ebbe un radicale cambio di maggioranza, e un governo non tecnico ma politico, laddove nel ’94 e nel 2011 si ebbe almeno la decenza di creare governi tecnocratici sostenuti da maggioranze ampie col paravento di programmi di transizione, d’emergenza spread e quant’altro.

Qui invece siamo alla farsa più totale: il programma non c’è, l’emergenza delle clausole di salvaguardia Iva è solo una scusa laddove basterebbe un decreto, lo spread è basso più per il bazooka di Draghi (e Lagarde continuerà ad adoperarlo) che non per il nuovo umanesimo di Conte. L’emergenza era arginare Salvini, pensando che gli italiani fossero da rieducare.

Non reggerà a lungo, addirittura potrebbe non passare la fiducia al Senato dove già si contano i voti e desistenze improbabili. Sarebbe meraviglioso, che il parlamentarismo dietro cui si sono schierati gli ipocriti salvatori della patria, gli si ritorcesse contro.

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