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Il prezzo da pagare

settembre 2, 2019 • Paralleli, z in evidenza

di Niram Ferretti – 

 

Massimo Giannini, vicedirettore di La Repubblica, durate una trasmissione su La7, a commento della crisi di governo ci fa sapere con schiettezza che “Tutto ciò che rappresenta una minaccia all’ordine costituito, viene guardato dalle cancellerie e dalle tecnostrutture con qualche preoccupazione. Salvini era una minaccia a questo ordine costituito“.
Diciamo che non si possa essere più chiari di così. E in cosa consisterebbe questo ordine costituito a cui fa riferimento il giornalista? Di quali cancellerie parla?

Non si tratta certo di un potentato arcano, di una misteriosa struttura dietro le strutture, ma più semplicemente e prosaicamente dell’ Unione Europea, il progetto di unificazione degli stati sotto un’unica direzione politica, economica, direttiva. E’ questo ordine, che giustamente Giannini definisce “tecnostruttura”, quello contro cui il “sovranista” Salvini ha osato opporsi. Contro questo Moloch burocratico e autoperpetuante che lavorerebbe alacremente per il progresso del Continente e dunque, inevitabilmente, per l’umanità raggruppata in esso.

Il progresso, come sempre accade, ha il suo vocabolario, le sue parole d’ordine, che, ovviamente, variano nei tempi e nei luoghi, da libertè egalitè fraternitè, a “proletari di tutto il mondo unitevi!”, da “Ein Volk, ein Reich, ein Führer” a “Hasta la victoria siempre, patria o muerte!”.
Dipende da chi le formula, da perché le formula (anche se il perché è sempre lo stesso, il Bene che ne conseguirà).

Chi si oppone a queste parole, chi osa contrastarle, è la minaccia, è il Nemico. Soprattutto quando si ha la certezza di rappresentare le leggi della Storia, di sapere con certezza ciò che è giusto per i popoli e addirittura per l’umanità tutta.

Matteo Salvini dunque era, quando era al governo del Paese, un effettivo problema per chi si è autoproclamato custode dell’Ordine, di quella Necessità storica che deve procedere come il fato, senza intoppi.

Chi osa mettere in dubbio che l’immigrazione in quanto tale sia sempre e indiscutibilmente giusta?, chi osa definire dei confini identitari forti, raggruppati intorno a una storia ereditata, a dei valori e a delle memorie culturali, storiche, addirittura etniche, quando ciò che conta è l’Umanità, di cui Auguste Comte annunciava già nell’Ottocento, la parusia nell’orizzonte di una escatologia interamente immanente?

Chi osa opporsi ai paracleti franco-tedeschi di Bruxelles e Strasburgo, al loro Verbo indiscutibile, ai loro dogmi politici, economici?

Il governo in fieri, guidato dalla sagoma sartoriale di Giuseppe Conte è, a tutti gli effetti un prodotto di una pressione indiscutibile che viene dai detentori dell’Ordine, i quali, oggi, trovano nella Chiesa pauperista di Bergoglio che ha sostituito a Cristo il Migrante, una sponda assai autorevole. Ma è tutto il coro progressista che fa il tifo per Conte, persino il New York Times, houseorgan del partito Democratico, gli dà l’endorsement in queste ultime ore.

Come poteva il Segretario del PD, Zingaretti, sul quale Salvini contava per andare al voto una volta rotto con il M5S, resistere a un tale peso persuasivo? Non può essere permesso al barbaro, al gaglioffo di vincere le elezioni e acquistare più potere di quello che già aveva. Rischio troppo grosso. Una vota che egli stesso con imperizia e ingenuità ha creato l’occasione per la sua estromissione, essa doveva e deve essere colta al volo, senza esitazione. E così è stato.

La crisi sì, l’ha aperta Salvini, nessuno ve lo ha costretto, ma il governo che dovrebbe nascere sul suo smacco politico nasce solo e unicamente per impedirne l’eventuale e assai probabile vittoria se si andasse al voto.

I custodi del Progresso sono intervenuti. I custodi dell’igiene pubblica e del decoro del futuro sono intervenuti. Bisogna sbarrargli la strada, impedire che il popolo si esprima. Il rischio è troppo grande. La Costituzione non prevede forse governi apparecchiati senza la necessità del responso elettorale? Affrettatevi.

Ascoltiamo di nuovo, Massimo Giannini. “Salvini metteva in discussione tutta una serie di certezze acquisite e conquistate nei decenni”.

Eccolo il peccato capitale. L’eresia non può essere tollerata mai dall’ortodossia, sia essa religiosa o laica, poco importa. Le certezze, i dogmi devono essere preservati ad ogni costo. Il reo deve essere punito, estromesso dal consesso come corpo estraneo.

Il dogma fondamentale della UE è che gli stati debbano cedere parte della loro sovranità per diventare membri di un’unica struttura dominante che detti a ognuno le sue linee guida. La specificità dei singoli si deve sottomettere all’interesse generale. Si tratta di una riedizione della Volontà Generale di Rousseau, in cui il Collettivo è il vero ed unico padrone.

Questo Collettivo è assai più generico di quello dello Stato o della nazione, è fondato infatti sull’astrazione, su una unità artificiale non cementata da specificità identitarie, memorie condivise, appartenenze radicate a una cultura, a una etnia, a un popolo. Tutto ciò, dall’Ordine Costituito rappresentato dalla UE è considerato aberrazione. Per essa, per la Volontà che esprime con protervia, si tratta di sentirsi parte di un tutto declinato come Umanità europea, uno spazio sempre più indistinto in cui “l’egoismo” e l’individualità del particolare dovrebbero lasciare il posto all’altruismo di una apertura incondizionata al Generale.

L’orrore per il particolare, per la sua intrinseca e irripetibile unicità è un portato conseguente di chiunque promuova una visione universale e livellatrice. La UE non rappresenta altro che l’ennesima incarnazione di questo progetto figliato dall’oltranzismo illuminista. Non è certo un caso se nel preambolo della sua Costituzione non viene fatto alcun riferimento alle radici cristiane dell’Europa. Troppo marcato e specifico il riferimento. Troppo identitario ed esclusivista. Gli eurocrati non vogliono radici forti ma una piattaforma ideologica del tutto astratta su cui costruire un uomo il più possibilmente disancorato. Il neo-illuminismo integralista della UE è chiaro.

“Per Voltaire, Diderot, Helvetius, d’Holbach, Condorcet” scriveva Isaiah Berlin “Non vi è altra civiltà che la civiltà universale, di cui ora l’una ora l’altra nazione rappresenta la fioritura più ricca” .

Totalitarismo “umanitario” che sbarra l’orizzonte a ogni vibrante identità specifica che la tecnostruttura di Bruxelles vorrebbe ridurre al minimo.

Vale la pena citare sempre Berlin a proposito di Herder e al suo opporsi, all’epoca alla Weltanschauung degli Illuministi.

“Per Herder esiste invece una pluralità di culture tra loro incommensurabili. Appartenere a una data comunità, essere legati ai suoi membri da vincoli indissolubili quanto impalpabili di una comunanza di lingua, memoria storica, consuetudini, tradizioni e sentimenti, è un bisogno fondamentale dell’uomo altrettanto naturale di quello di mangiare o di bere, del bisogno di sicurezza o di procreare”

Ci vuole coraggio per opporsi all’Ordine Costituito, alla tecnostruttura a traino tedesco che ci invita, tra le altre cose, a guardare all’Islam come a una risorsa, come a parte fondante dell’Europa, con buona pace di Carlo Martello e Giovanni Sobieski. Ci vuole coraggio a dire no a un progetto egemonico che vuole solo assenso. Il prezzo da pagare per chi osa tanto, è necessariamente molto alto.

(1) Isaiah Berlin, Controcorrente, Adelphi 2000, p.19

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