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La melina

settembre 1, 2019 • Paralleli, z in evidenza

di Stefano Bonacorsi –

C’è un dato che emerge, ma si legge tra le righe, più precisamente tra le dichiarazioni calcistiche di Matteo Renzi che cita Trapattoni (non dire gatto se non l’hai nel sacco) e Gian Marco Centinaio, ministro uscente dell’agricoltura e leghista possibilista fino all’ultimo che cita Vujadin Boskov col suo “partita finisce quando arbitro fischia”.

Quello che emerge è un imbarazzante melina istituzionale. Fa melina Salvini, che da senatur 2.0 fa un colpo di testa quasi degno di Bossi, rompe il triumvirato con Conte e Di Maio salvo poi fare le giravolte degne di uno che non ha le spalle abbastanza coperte. Del resto se gestisci un partito che ha il 34% come se fosse ancora al 5%, se non hai esperienza e legami solidi internazionali (e si è visto benissimo al parlamento Ue), diciamo che fai presto a fare uno scivolone come quello appena fatto. Tuttavia darlo per spacciato è prematuro anzi, la sua melina è quella di chi guarda l’orizzonte per capire di chi si possa fidare.

Fa melina il MoVimento 5 stelle, con Di Maio che non vuole perdere la leadership, Casaleggio che non vuole rompere il giocattolo, Conte che vuole diventare riserva della Repubblica. E soprattutto, si vuole andare alla conta dei voti.

Fa melina il PD, con Zingaretti che controlla il partito e vorrebbe far fuori Renzi, lo spaccone fiorentino che controlla però i gruppi parlamentari e ha pronto il suo partito nuovo da inaugurare alla Leopolda con tanto di scissione servita sul piatto d’argento. Per non farci mancare nulla, fuori Calenda pronto a raccogliersi con Bonino, Dalla Vedova e Pizzarotti e, pensiamo noi, con quel che resta di Forza Italia area Nazareno.

Forza Italia già. Berlusconi che di calcio se ne intende, pur essendo un offensivista rinuncia alle tre punte, conta oramai i fedelissimi sulle dita di una mano e, colpa grande per un politico, non lascia eredi. Toti ha scelto Salvini e Meloni, forse l’unica a continuare con un modulo d’attacco, Carfagna sogna da sindaco di Napoli ma chissà in quale salsa, rimane Rotondi col sogno di una nuova Dc.

Ma la peggior melina è quella del Quirinale. Mattarella non decide, se non di lasciar fuori Salvini dai giochi. Lo scorso anno, da buon democristiano, anziché ragionare sulla coalizione vincente, il centro destra (37%), ragionò sul partito di maggioranza relativa.

Ha dovuto varare il triumvirato grillo-leghista, nato col benestare di Berlusconi e con l’esclusione forzata di Savona all’economia (ma ufficialmente Mattarella non impone nulla), ora vara un “BisConte” sapendo che starà insieme (forse) con lo sputo, con l’Unione Europea che cerca di far vedere agli italiani che questo è il governo migliore per loro, ma che in realtà potrebbe essere impallinato al Senato se mancheranno i voti che già Conte cerca. Della serie, laddove Napolitano decideva anche per il Parlamento, qui Mattarella non decide affatto.

Siamo al potere che si auto logora, dicono che l’emergenza è evitare le clausole di salvaguardia, lo spread, la ripresa, le cavallette, le rane, il Tevere color sangue, fate presto; e invece si perde tempo. Monti fu insediato in tre giorni e la crisi pareva esser così vera che fu inghiottito dagli italiani, come un cucchiaio di olio di ricino.

Qui si è passati, da Mattarella che chiedeva tempi brevi a colpi di scena che più che spaventare fanno ridere. E intanto tutto si dilata, le piazze si preparano ma, in realtà, si preparano le truppe. E se urne saranno, sarà un bagno di sangue.

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