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la debolezza occidentale e il lusso della neutralità

agosto 23, 2019 • Agorà, z in evidenza

 

di Davide Cavaliere –

Lo scorso anno, alla Kermesse di Fratelli d’Italia a Roma, venne ospitato Steve Bannon. Quello Steve Bannon, stratega della campagna elettorale di Donald Trump e sempre dipinto dai mass media come un figuro lutulento e oscuro. Dal palco di Atreju, Bannon ha tenuto un discorso ragionevole e colto, che ha suscitato un’ampia controversa attorno alla sua figura e al «destino» del sovranismo. I contenuti del suo intervento sono stati criticati soprattutto dall’ala giovanile e più radicale del partito di Giorgia Meloni e dalla galassia comunemente detta «rosso-bruna».

Bannon è un conservatore americano, animatore del sito Breitbart News, rigetta in toto i paradigmi della sinistra salottiera e progressista e propone una rinnovata alleanza occidentale, non solo economico-militare ma anche simbolica e politica. Inoltre, si è fatto promotore di una «internazionale» populista, The Movement, che raggruppi i principali partiti euroscettici e sovranisti del Vecchio continente.

Secondo Bannon, il globalismo delle oligarchie occidentali ha reso la nostra civiltà debole di fronte alle minacce esterne. Le minaccia esterna è rappresentata dalla triangolazione Cina-Iran-Turchia. Bannon ha studiato Samuel Huntigton, considera il mondo islamico e l’asse confuciano-islamico (Pakistan e Cina) come avversari naturali dell’Occidente. Una nuova alleanza euro-atlantica dovrebbe mettere in atto un contenimento della parte islamica del mondo, un contenimento simile a quello teorizzato da Brezezinski nei confronti dell’Unione Sovietica. Per porre in essere questo disegno bisogna riportare la Russia nelle barricate occidentali, spingendola a spezzare i legami che la uniscono ad Ankara, Teheran e Pechino. Una asse di difesa atlantico-Europa-Urali come quello pensato anche dal politologo francese Alexandre Del Valle.

Ma il fulcro del pensiero politico e meta politico di Bannon è un asse Washington-Roma-Gerusalemme. Sionista convinto e cattolico tradizionalista, Bannon sogna la disintegrazione dell’Unione europea a vantaggio di un nuovo e più esteso patto atlantico. L’Unione europea si è dimostrata ostile allo Stato ebraico, bisogna restaurare i rapporti con Israele e par farlo è necessario seppellire la politica estera europea filoaraba inaugurata dalla Francia nel 1973.

La politica mediterranea deve quindi essere sottratta al paese dei Galli e alla UE e consegnata nelle mani dell’Italia, Nazione che nel corso del tempo si è dimostrata vicina agli Stati Uniti e che ha pagato a un prezzo molto alto l’attivismo francese in Libia. In questo, Bannon, ricorda da vicino i neoconservatori David Frum e Richard Perle, che nel loro saggio Estirpare il male. Come vincere la guerra al terrore sostenevano la necessità di «considerare l’Arabia Saudita e la Francia come rivali, forse nemici».

Il sostegno a Israele è imprescindibile nel progetto politico di Bannon, non a caso si richiama costantemente alle radici giudaico-cristiane dell’Europa. Radici negate dai laicisti e dai tecnocrati dell’Unione, che sembrano non aver compreso che i popoli necessitano del sacro, dei simboli, delle identità.

L’atlantismo e il sionismo professati da Bannon non piacciono a una buona fetta della destra rosso-bruna, che mescola elementi neofascisti e neobolscevichi. Essi si abbandonano a una vuota e stantia retorica antiamericana e fanno il gioco dell’imperialismo russo e islamico (iraniano in particolare). Sognano un impero eurasiatico, ma cosa avrebbe da guadagnare l’Italia da un asse Parigi-Berlino-Mosca-Teheran? Il nostro paese si ritroverebbe relegato a una posizione di secondo piano, schiacciato da potenze di stampo neoimperiale.

L’Italia non ha amici in Europa e non può fidarsi di una Russia troppo vicina a Berlino. L’unica mossa strategica intelligente possibile per l’Italia, è ribadire la sua collocazione atlantica e proporsi come interlocutore privilegiato degli Stati Uniti nell’Europa occidentale. Francia e Germania sono troppo compromessi col regime iraniano, troppo antiamericani e mirano a sganciarsi dagli USA attraverso un progetto di esercito europeo.

L’Italia, con l’appoggio degli Stati Uniti, può diventare egemone nel Mediterraneo e mitigare le mire espansioniste francesi, turche e iraniane. L’Italia potrebbe essere un vettore di stabilizzazione della Libia e punto di riferimento per le crisi del bacino mediterraneo. È necessario, però, un governo che non tentenni, che non indugi, che non strizzi l’occhio a Cina, Venezuela e Iran. Un governo, forse sarebbe il primo della Repubblica, che assuma una collocazione geopolitica netta e chiara. Il futuro è incerto, le insidie sono molte e non ci si può permettere il lusso della neutralità.

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