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Sì al nazionalismo, no all’imperialismo

agosto 14, 2019 • Cultura e Società, z in evidenza

di Daniel Pipes –

Il libro straordinariamente contro-intuitivo, The Virtue of Nationalism (Basic Books) di Yoram Hazony, rettifica un semplice, ma colossale errore. L’autore afferma che la mostruosità nazista, non era frutto del nazionalismo, ma dell’imperialismo. Hitler non aspirava a rendere grande la Germania sul piano dell’educazione, della giustizia e dell’industria, ma a creare un impero (Reich) millenario e a conquistare il mondo.

Questo fatto, evidente a tutti durante la Seconda guerra mondiale, fu ben presto dimenticato poiché i tedeschi del dopoguerra, in particolare il cancelliere Adenauer (in carica dal 1949 al 1963), ritenevano che demonizzare il nazionalismo e trasformare i tedeschi in cittadini europei esemplari avrebbe contribuito a normalizzare il loro paese e a impedire un altro tentativo tedesco di conquista brutale. O, per riprendere la formulazione più mordace di Hazony, i tedeschi hanno deciso di perseguire il loro sogno imperiale non attraverso l’invasione, ma con il meccanismo più elegante dell’odierna Unione Europea (UE).

L’autore si ostina a distinguere tra un nazionalismo virtuoso (“le nazioni (…) sono in grado di  tracciare autonomamente il loro corso futuro”) e un imperialismo pernicioso (“Uno Stato imperiale (…) è sempre uno Stato dispotico”). Storicamente, Stati cupi come l’Impero romano o spagnolo portarono con loro oppressione e arretratezza. Oggi, l’imperialismo è dilagante. L’esempio più evidente è la Cina, la cui prosperità consente a Xi Jinping di nutrire delle ambizioni globali, alla stregua di Russia e Iran.

In modo meno evidente, l’imperialismo liberale esercita un grande fascino in Occidente. Annovera il “nuovo ordine mondiale” di Geroge H. W. Bush, la “nazione indispensabile” di Madeleine Albright, la campagna di George W. Bush a favore del “progresso della libertà” e la “leadership americana” di Barack Obama. In una sorprendente analogia storica, Hazony paragona il potenziale ordine imperiale europeo e quello americano a quello del Papa e dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, con i primi che rivendicano la preminenza morale e i secondi che vantavano una potenza militare.

Secondo l’autore, le federazioni e le istituzioni internazionali, dotate di ideali astratti e universalistici, sono per loro natura imperialiste, anche quando assumono forme sottili, non militari e apparentemente benigne. Non meno dell’imperialismo apertamente aggressivo, ciò che Hazony chiama la costruzione liberale del mondo diffonde dogmatismo, fanatismo, odio e intolleranza.

Al contrario, e come indica il titolo del suo libro, Hazony è intenzionato a riscattare il nazionalismo dalla sua cattiva fama attuale. Egli difende l’idea seconda la quale “un mondo di Stati nazionali indipendenti costituisce il miglior ordine politico a cui possiamo aspirare”.

In questo ordine politico, la religione ha un ruolo centrale. Le idee trovano origine nella Bibbia ebraica e la loro realizzazione in ciò che Hazony chiama la costruzione protestante, stabilita nei Paesi Bassi, nel Regno Unito e negli Stati Uniti. In questi paesi, una cacofonia di voci discordanti in competizione tra loro ha spinto il miglioramento in tutti gli ambiti dell’attività umana, ispirando l’eccellenza nelle arti e nelle scienze, creando una prosperità senza precedenti e lasciando in eredità libertà senza precedenti.

Gli americani dovrebbero comprendere facilmente i benefici del pluralismo, perché i 50 Stati federati degli Stati Uniti d’America sono notoriamente  laboratori di democrazia. Lo stesso dicasi per i 44 Stati sovrani d’Europa, dove una svolta positiva di un paese (come la tolleranza religiosa) viene spesso emulata dagli altri Stati, mentre un’idea terribile (come l’accoglienza incontrollata di un milione di migranti non europei) è ricusata. “È soltanto attraverso i numerosi esperimenti nazionali che possiamo imparare, nel corso della storia, quale sia di fatto il migliore”.

Considerando vulnerabili gli Stati nazionali, Hazony accoglie con favore il ritorno al nazionalismo espresso dalla Brexit, da Donald Trump, da Jair Bolsonaro e dai civilizzazionisti. L’autore ritiene che ciò sia una rivolta popolare necessaria contro la costruzione liberale, la manifestazione di un nazionalismo di buonsenso da parte delle masse contro l’imperialismo egoista degli esperti. Questo fenomeno ha luogo anche in paesi non occidentali come l’Arabia Saudita, dove il principe ereditario Mohammad bin Salman cerca di abbandonare la via imperialista dell’Islam wahhabita.

Essendo israeliano, Hazony nutre ovviamente uno speciale interesse per le conseguenze di questi fenomeni nel suo paese, un piccolo Stato anti-imperialista. Egli scorge un sillogismo diffuso, ma falso, secondo cui 1) il nazionalismo ha generato Auschwitz; 2) Israele (a causa della suo ricorso frequente alla forza militare) è il paese più nazionalista dell’Occidente; pertanto, 3) Israele è il paese occidentale più pericoloso e più nazistoide. Tale logica spiega i risultati del sondaggio Eurobarometro del 2003 – altrimenti inspiegabili –  secondo i quali Israele costituiva la minaccia più grande alla pace mondiale (con gli Stati Uniti al secondo posto, insieme a Iran e Corea del Nord). Una corretta comprensione del nazionalismo israeliano sarebbe un toccasana per la reputazione del paese.

Washington Times – August 4, 2019 – Traduzione a cura di Angelita La Spada

http://www.danielpipes.org/18970/yes-to-nationalism-no-to-imperialism

 

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