MENU

Lo stallo dei sistemi parlamentari

agosto 9, 2019 • Politica, z in evidenza

di Stefano Bonacorsi –

In Italia è evidente almeno dal 2013, in Spagna hanno votato quattro volte negli ultimi tre anni e rischiano di farlo una quinta a settembre se non si troverà la quadra per il governo a guida socialista di Sanchez.

Nel Regno Unito è meno evidente ma il fu governo May era traballante per lo stesso motivo verificatosi in Italia e Spagna. In Germania sono anni che regna una Grande Coalizione, l’ultima volta per metterla insieme ci hanno messo sei mesi. Il culmine si è toccato con la designazione di Ursula Von Der Leyen alla Commissione Europea: l’Europarlamento l’ha confermata con soli nove voti di scarto, in una coalizione tutt’altro che omogenea. Signori, benvenuti nella crisi dei sistemi parlamentari.

I sistemi parlamentari sono i diretti discendenti delle monarchie costituzionali dell’ottocento, quelli delle costituzioni ottriate, cioè concesse dai sovrani, nelle quali l’apparato istituzionale vedeva il parlamento contrapporsi al capo dello stato, in un sistema scarsamente bilanciato dove, e qui ci limitiamo al caso Italiano del fu Statuto Albertino, il Re era comandante supremo delle forze armate, aveva la nomina esclusiva dei senatori e soprattutto la nomina e la revoca dei ministri.

Non ci perderemo in noiose lezioni di diritto costituzionale, basti sapere però che il Governo, nel Regno d’Italia era inizialmente un corpo intermedio, di nomina regia che doveva godere della fiducia del popolo tramite il parlamento.

Le prassi e le mutazioni istituzionali, e veniamo al tempo repubblicano tuttora corrente, hanno portato il governo ad essere vera e propria espressione del parlamento anche se, dal 1994 a oggi, è presente nell’opinione pubblica il fraintendimento che il governo sia eletto dal popolo, ma di questo ne abbiamo già argomentato in precedenti contributi a queste pagine.

I sistemi parlamentari in linea teorica sono la sublimazione della volontà popolare perché, come emerge dal sistema Westminster, il parlamento è centrale nella vita politica, espressione della sovranità che appartiene al popolo. Ma siamo alla teoria, la pratica ci riporta ai formalismi istituzionali e ai meccanismi “di palazzo”.

Boris Johnson, neo premier britannico, non ha avuto bisogno di passare dalle elezioni per essere nominato primo ministro di sua maestà; ma la sua investitura è passata dalla conquista della leadership del partito conservatore, meccanismo in Italia adoperato da Renzi nel 2014 per salire a Palazzo Chigi, pur se con modalità molto meno british e tremendamente da prima repubblica.

Sta di fatto però, che in entrambi i sistemi è legittimo che il capo dello stato nomini un capo del governo, senza necessariamente passare da elezioni anticipate rispetto alla scadenza naturale della legislatura. Ciò che è importante è che il parlamento dia fiducia a quel capo di governo. E qui veniamo allo stallo che investe i sistemi parlamentari.

Nella maggior parte delle democrazie europee, il parlamento è centrale, ma i vari consessi non dispongono di maggioranze omogenee. Dalla Germania alla Spagna (emblematico è il caso del Belgio) servono delle coalizioni per poter dare fiducia ai governi, programmi condivisi, compromessi, punti di incontro. Questo perché i governi sono espressione di maggioranze parlamentari e non più un prolungamento dei capi di stato, contrapposti al potere legislativo (come avviene in Francia).

Maggioranze sempre più frammentate, vuoi per il sistema partitico, vuoi per leggi elettorali cervellotiche, ma che rispecchiano una volontà popolare che si divide, oggigiorno sempre più tra élite e “popolaccio”. La frammentazione del parlamento europeo coi partiti storici ai minimi termini e i movimenti “altri” divisi e mal diretti ne sono la prova più eclatante).

La cronaca di queste ore riporta brutalmente d’attualità il tema di una riforma costituzionale, non tanto quella difesa da Di Maio della riduzione del numero dei parlamentari, quanto quella più necessaria di una virata in senso presidenziale, per meglio bilanciare il rapporto di fiducia tra esecutivo e parlamento, ma soprattutto rispecchiare la volontà popolare.

Non è un mistero che, a chi si chiedeva perché Salvini non staccasse la spina al governo Conte, i più esperti e navigati rispondevano che sarebbe stato comunque Mattarella a decidere se e quando votare.

Evidentemente o ci sono condizioni per le quali a Salvini conviene rischiare, oppure assisteremo all’ennesimo teatrino, in cui vedremo che il difetto principe dei sistemi parlamentari, è che sono troppo secolarizzati rispetto alla volontà popolare.

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »