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“L’imperativo territoriale” e il politically correct

agosto 7, 2019 • Paralleli, z in evidenza

 

di Davide Cavaliere –

Etologi e sociobiologi parlano di «imperativo territoriale», ogni comunità abita uno specifico territorio e quest’ultimo possiede una soglia di accettazione dello straniero.

Negli esseri umani questa soglia è piuttosto elastica, ma non è dilatabile all’infinito. Esiste un punto di rottura, un momento in cui la naturale aggressività si manifesta in una difesa dall’intrusione concorrenziale di altri individui della medesima o differente specie. È una legge di natura. Il padre dell’etologia, il premio Nobel Konrad Lorenz si accorse che l’aggressività animale cresce in modo direttamente proporzionale alla vicinanza con la sua tana o «casa».

In un mondo che invita continuamente il singolo e le nazioni ad aprirsi, ad «accogliere», a «fare spazio» a innumerevoli stranieri, la presenza nell’uomo di un forte senso della territorialità è qualcosa di scandaloso. L’etologia conferma la presenza di un impulso biologico, atavico, ineliminabile perché correlato alla nostra natura, alla difesa del territorio, della comunità, della casa che sentiamo e che sono «nostre».

Secondo l’antropologo Robert Ardrey, la natura territoriale dell’uomo è iscritta nel nostro genoma e modella le nostre vite e le nostre culture. Dopotutto, gli esseri umani fanno le guerre per appropriarsi di un nuovo territorio o per difendere quello che già hanno e le armi umane servono a questo scopo, come la corazza dell’armadillo o il veleno del serpente.

Opporsi all’invasione del proprio territorio è un istinto primordiale. A suffragare questa tesi vi è anche il lavoro dell’allievo di Lorenz, Irenäus Eibl-Eibesfeldt, autore del saggio Etologia della guerra. Eibl-Eibesfeldt scrisse che l’uomo reagisce con un atteggiamento di ostile rifiuto quando sente minacciata non solo la propria casa, ma anche la propria identità.

Quanto scritto fin ora, ci aiuta a capire quel senso di malessere e spaesamento che ci coglie quando ci accorgiamo che il nostro territorio, le nostre strade e quartieri cambiano connotati e diventano a noi estranei: vie attraversate da individui con culture, abbigliamenti estranei (chador, turbanti, djellaba …), negozi etnici, scritte incomprensibili, melodie orientali che giungono da finestre e telefonini … tutto questo genera davvero «xenofobia», cioè paura, timore del diverso.

Una paura che non ha nulla di razzista, perché non è legata a una idea di superiorità razziale, ma alla perdita del proprio «habitat», della propria nicchia. Ci si percepisce meno sicuri. Se a questo dato, si aggiunge anche una diversità storica, religiosa, culturale, allora il senso di assediamento aumenta in modo vertiginoso e ci si rende conto, che vivere su uno stesso territorio non significa affatto vivere insieme. La società nel suo complesso, scivola verso una sempre maggiore mancanza di coesione e verso una frammentazione degli spazi urbani: quartieri islamici, cinesi, indiani, peruviani.

La diversità non investe solo l’arredo urbano o l’aspetto fisico, ma anche ambiti più profondi. Ogni popolo ha un proprio modo di articolare il rapporto con lo spazio, quella che un altro antropologo, Edward T. Hall, ha chiamato «dimensione nascosta» ed è fatta di distanze, di usi culturali dello spazio. Hall è stato sempre molto chiaro, ogni popolo abita un mondo sensoriale-spaziale differente. In luoghi multiculturali, il sovrapporsi di schemi spaziali differenti può far sorgere conflitti e incomprensioni gravi.

I sostenitori dell’immigrazione ignorano la cruda realtà dell’animale umano. Credono che dalla convivenza di gruppi etnico-culturali differenti nasca, automaticamente, amicizia e «contaminazione» culturale. Le differenze  culturali ci impediscono di poterci identificare totalmente con l’Altro, di essere profondamente partecipi della sua psicologia, delle sue sofferenze e felicità.

Eppure, oggi, a milioni di italiani viene imposto di convivere con persone dalla differenza struttura socio- culturale, quello dell’accoglienza è diventato un obbligo e si pretende che il tutto non generi malessere. Un’insofferenza pronta a esplodere in molte periferie e con essa la dolce favola della «amicizia fra i popoli».

Se al quadro fin qui tracciato aggiungiamo che la maggioranza degli stranieri presenti sul suolo italiano ed europeo è fatta di musulmani, spesso animati da uno spirito di rivalsa nei confronti dell’Occidente, quello che ci si prospetta è uno scenario simile a quello descritto Laurent Obertone nel suo profetico libro: Guerriglia. Il giorno in cui tutto si incendiò. Dalla Francia, dalla Svezia, dalla Germania … già arriva odore di cassonetti dati alle fiamme e guerra civile.

 

 

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