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Zingaretta

agosto 3, 2019 • Politica, z in evidenza

di Niram Ferretti –

“Prendi questa mano zingara”, cantava Iva Zanicchi, “dimmi pure che destino avrò”. Il destino riservato a Matteo Salvini dalla zingara che vive in un campo rom alle porte di Milano, è quello di ricevere una pallottola in capo. Molto chiaro, molto netto ciò che il futuro dovrebbe riservargli. Il Ministro dell’Interno, già Ministro della malavita per il plagiario e guru immigrazionista Saviano, e per altri fascista e razzista e trucissimo, risponde con un tweet definendo spregiativamente la donna “zingaraccia”.

Ed è qui che si aprono le cataratte dell’indignazione per il razzismo insito nella qualifica attribuita da Salvini alla Signora, ladra impenitente e rea confessa, che con il marito ha costruito un villino abusivo stile Dynasty sopra un terreno non edificabile.

Pierluigi Battista, principe dell’incisività felpata twetta, “Zingaraccia dillo a tua sorella”, per ricevere in risposta a stretto giro da Maria Giovanna Maglie, “Perché, sua sorella va in giro a fare pubbliche minacce di morte?”. Ma si sa, Salvini vuole sterminare i Rom, forse poi verranno gli ebrei nonostante la sua dichiarata vicinanza ad Israele e l’essere stato ricevuto e pubblicamente apprezzato da Benjamin Netanyahu. Il che non basta a Noemi di Segni, presidente UCEI la quale dirama un comunicato in cui ricorda che nell’anniversario del Porajmos, il massacro dei Rom compiuto dai nazisti, bisogna mantenere alta la vigilanza davanti ai “nuovi segnali di pericolo che si ripresentano in modo sempre più allarmante anche per l’irresponsabilità di chi, ai più alti livelli istituzionali, continua a soffiare sul fuoco di orrendi pregiudizi“.

“Ci vuole sterminare”, dice infatti la Rom, “mi sento minacciata”. E dunque bisogna fermare questa minaccia, il pericolo incombente, con una buona pallottola piazzata al punto giusto. In altre parole, l’auspicio che Salvini venga assassinato è semplicemente dovuto all’esigenza di difendersi. Chissà se la Di Segni è d’accordo con questa interpretazione offerta dalla pregiudicata.

Il problema, insomma, non è l’abuso, l’illegalità a cielo aperto, la delinquenza conclamata, ma è la sostantivazione grossolana, è “zingaraccia”, è l’offesa al popolo, all’etnia, peccato imperdonabile oggi in cui l’antirazzismo è il dogma a cui inchinarsi senza sosta, è il corpo contundente con cui tacitare chiunque abbia la lingua sciolta e sbotti magari contro zingari non irreprensibili che rubano, edificano abusivamente, auspicano un destino di morte violenta.

Certo Salvini avrebbe potuto evitare il termine, avrebbe potuto avere più aplomb, magari, invece di “zingaraccia”, usare “zingara”, o “zingaretta”, richiamando al femminile il nome dell’attuale segretario del PD.

Avrebbe potuto farlo per non esporre il fianco a chi già lo accusa di essere il nuovo Mussolini. Il fatto è, che anche se avesse scritto “zingara”, scritto da lui sarebbe stato usato come prova del suo indomabile razzismo, perché “zingaro” è sostantivo diventato spregiativo e forse presto, come “negro” o “frocio” verrà cassato dalla lingua ben parlata, quella degli antirazzisti, dei progressisti, delle anime belle che sanno usare solo parole inclite.

I Rom vanno certo difesi da chi li vorrebbe sterminare, come va difesa ogni etnia da simili propositi. Andrebbero difese anche, però, in un paese in cui la legalità non è mai stata prerogativa assai diffusa le leggi dello Stato e quelle comunali di cui fa strame la Signora del campo Rom, la zingaretta che vorrebbe Salvini morto con una pallottola nel cranio.

 

 

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