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Dissoluzione ebraica in nome dell’Umanità

agosto 2, 2019 • Cultura e Società, z in evidenza

di Niram Ferretti –

Il radicalismo antiebraico che viene dagli ebrei è una di quelle patologie con cui è necessario fare i conti, e per le quali, purtroppo, non esiste alcuna cura. Chi, come Karl Marx ritrae nella Questione ebraica del 1844, l’ebraismo sotto il sembiante della religione del denaro la cui dissoluzione potrà servire solo la buona causa della società disalienata, è un celebre esempio di quell’odio per la storia e la tradizione che anima nel profondo i fautori progressisti del Nuovo Mondo che verrà.

Nipote di due rabbini ortodossi, Marx getta alle ortiche insieme all’”oppio” religioso i panni obsoleti della sua stessa genealogia. Il passato, con tutto il proprio ingombrante peso di cultura e appartenenza a una comunità, a un popolo e a una religione, è orrendo. Splendido è solo il futuro, il domani in cui l’uomo sarà pienamente Uomo e niente più di quello. E’ la linea di pensiero che ritroveremo nel lavoro di un altro pensatore ebreo marxista, Isaac Deutscher, il quale, in un suo saggio del 1954 dal titolo emblematico, L’ebreo non ebreo, spiegherà la necessità di liberarsi di questo ingombrante carapace.

“La religione? Sono un ateo. Il nazionalismo ebraico? Sono un internazionalista. In nessuno di questi due sensi sono un ebreo. Sono tuttavia un ebreo per la forza della mia incondizionata solidarietà nei confronti dei perseguitati e degli sterminati”.

Il nuovo dogma chiede adesione piena all’incondizionato. Se Dio non c’è, può esserci solo l’Umanità, soprattutto quella oppressa, questo surrogato mistico a cui votarsi con ardore liberatorio. E oggi, tramontato il marxismo hardcore, fallita la rivoluzione, affermatosi prepotentemente il Weltmarket, restano sempre “i perseguitati” e gli “sterminati” sotto forma soprattutto dei migranti, i nuovo proletari, gli underdogs con cui, chi ha cuore il Bene e la Morale, non può che solidarizzare sempre.

L’ebraismo “illuminato” è dunque quello necessariamente ideologico che recide i vincoli con una appartenenza prima di tutto etnica e religiosa per riplasmarsi laicamente nella forma di una nuova religione, quella dei cuori ardenti per la sofferenza degli oppressi.

Non c’è Torah che tenga di fronte a questo nuovo verbo. Più puro, più incontaminato, più precisamente declinato. Niente treccine, abiti neri, e possibilmente niente filatteri e kippot, tutto ciò appartiene a un repertorio ormai usurato. Se non si è dalla parte del migrante o dell’oppresso non si può essere ebrei genuini. Chi poi sia l’oppresso e in che misura il migrante sia davvero sempre da compatire e accogliere è questione altra e più spinosa, problematicamente scomoda. L’importante è dichiararsi comunque sempre a favore, come lo si era religiosamente dell’orfano e della vedova, e lasciare a rabbini fin troppo minuziosi distinzioni oltremodo fastidiose.

Il Mondo Nuovo è quello in cui ogni identità specifica sarà dissolta nell’unità solidale, disalienata. Come non pensare a Lev Bronstein, più noto come Leon Trotzky, l’araldo della rivoluzione permanente? Fu a lui, quando era a capo dell’Armata Rossa, che il rabbino capo di Mosca, Jacob Mazeh, chiese di proteggere gli ebrei dai pogrom. La risposta di Trotzky fu esemplare, “Perché lo dici a me? Non sono ebreo”.

Non si è ebrei quando alla nascita dai genitori si è anteposta la nuova natalità rivoluzionaria che cancella ogni anagrafe e biografia e riplasma in nome dell’Idea.

L’estremismo di Noam Chomsky, il più ossessivo demonizzatore ebreo del paese che non ha mai abbandonato, gli Stati Uniti, e uno dei maggiori oppositori di Israele, è nutrito dalle stesse allucinate proiezioni che abbagliavano Marx, Trotzky e Deutscher. Anche per lui, la società perfetta, la Città del Sole è senza barriere e muri ma soprattutto è senza America e Israele.

Là, in quegli approdi, la felicità sarà perfetta. Essere ebrei è solo un refuso della storia, il prodotto guasto di un mondo vecchio che si ostina a resistere all’incalzare del Progresso.

La società giusta e pienamente umana è anche quella di un altro ebreo non ebreo, George Soros, il tentacolare finanziere paladino della “società aperta” definizione desunta proditoriamente da Karl Popper e riadattata all’agenda “umanitaria”, di questo filantropo autoproclamato.

“Mia madre era piuttosto antisemita e si vergognava di essere ebrea”, disse Soros in una intervista al New Yorker. Sicuramente lui di vergogna non ne ha alcuna nel reputarsi un grande riformatore economico “Come Keynes, o anche meglio, uno scienziato, come Einstein”. La sua scienza, non ebraica e risolutamente antisionista, l’ha messa al servizio del futuro e, inevitabilmente, del progresso.  Pur non essendo marxista, Soros non ama gli stati nazione, le tradizioni consolidate, la ricchezza depositata del passato che conferisce ai popoli la loro cultura e identità specifica. Tutto questo deve essere rimosso e sostituito da un nuovo scenario sovranazionale dentro il quale prospererà una umanità prodotta da uno straordinario esperimento di ingegneria politico sociale.

Per gli aedi del futuro, siano essi Marx, Deutscher, Chomsky o Soros, le forme consolidate e tramandate sono solo impacci, relitti da togliere di mezzo in nome di idee, astrazioni, allucinazioni. Marx profetava che nella società futura essere ebrei non avrebbe avuto più alcuna importanza, si sarebbe stati solo Uomini, uguali nella propria spogliata umanità.

Israele, lo stato degli ebrei, è un insopportabile anacronismo per gli ebrei non ebrei (così come per Marx lo era il sionismo) che, al posto di uomini e nazioni, vedono solo l’Uomo affrancato secondo i loro protocolli.

L’utopico radicalismo demonizzante che li anima, (chi si oppone alla benefica agenda che propongono può emergere solo dalla tenebra profonda), è la conseguenza di avere reciso le proprie radici, con la comunità, con l’identità, con il passato e avere messo al loro posto creature artificiali generate dalla mente.

Il Golem Uomo, al posto dell’ebreo. Superato l’ebreo. Inghiottito dal futuro. Dall’Umanità, orrida astrazione.

 

 

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