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ideologia e menzogna

luglio 24, 2019 • Agorà, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

La sinistra ama le celebrazioni. Le ama da sempre: festa della donna, anniversario della liberazione, festa del lavoro, quella festa del lavoro che l’Unione Sovietica celebrava con una parata di missili, carri armati e generali pieni di mostrine e berretti enormi. La sinistra è festaiola, conviviale, simposiaca.

Dopotutto, furono i comunisti a inventarsi la «festa dell’unità» (va detto che la parola «unità» accostata ai comunisti risulta ossimorica, da quando esistono si scannano con tutti: menscevichi, anarchici, socialdemocratici…), feste alle quali, fra un lambrusco e una piadina, sono transitati un po’ tutti, persino Gorbačëv. Negli ultimi anni, però, la sinistra si è dedicata a feste meno proletarie, meno operaie, meno fritto misto e vino bianco per dedicarsi a ricorrenze decisamente più al passo coi tempi, «cool» e mojito.

Sono le varie «giornata mondiale per, contro, in favore, a favore…», i temi sono molto moderni: razzismo, omofobia, transfobia, ambiente, violenza sulle donne, migranti e altre minoranze. In tutta questa esplosione di «apericena antifascista», campeggi «resistenti», tribù urbane, gay pride (ribattezzato solo «pride», in modo da accogliere tutto il ventaglio delle bislaccherie sessual-modaiole), concerti dal balconcino, centri sociali, feste autogestite, maratone in rosa e Woman Bike Rider, la sinistra ha iniziato a celebrare l’indimenticabile G8 di Genova, la grande stagione antiliberista che univa il mondo e la «grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a madre Teresa».

Ovviamente, le celebrazioni non potevano non includere Lui, il grande martire della lotta di classe: Carlo Giuliani, l’indefesso lanciatore di idranti, il potenziale omicida che si batteva per i campesinos tentando di spaccare il cranio a un giovane carabiniere.

Il più bieco e melenso panegirico di Giuliani e del «Movimento dei movimenti» è stato scritto da una pantomima del giornalismo serio, Saverio Tommasi e pubblicato su Fanpage. Nel testo del Tommasi, Giuliani è una specie di santo laico, un giovane idealista e non un vandalo dalle tendenze sovversive e omicide. Sarebbe un ventenne da imitare, un Cristo della lotta al Capitale, una vittima delle SS in divisa, scrive Tommasi senza alcun ritegno né freno inibitorio: «E la Polizia, e i Carabinieri, fecero infatti tutto quello che volevano. Permisero ai black block di sfasciare la città. Incendiare quello che desideravano. Rompere tutte le vetrine che gli passavano a tiro. E poi decisero di picchiare i ragazzi come me e te». Poche righe in cui si condensa tutta la retorica della sinistra sui fatti del G8, ideologia al calor bianco.

A sentir Tommasi a devastare Genova non furono gruppi organizzati di facinorosi allattati al seno di Noam Chomsky, bensì l’inerzia delle forze dell’ordine. La realtà è ribaltata, sembra un incisione di Escher. Nella narrazione tommasiana, la forza pubblica non fu vittima di una aggressione organizzata e già sperimentata a Seattle.

Nelle vene di Tommasi non scorre sangue, ma vittimismo lacrimevole in forma liquida e più avanti ci dice: «i Defender (delle specie di camionette) passavano in mezzo alla folla cercando di investire le persone.», sembra quasi di sentirlo singhiozzare, naturalmente omette che le «camionette» erano bersaglio di una pioggia di sassi, mattonelle e bottiglie.

Il delirio non termina qui, tra il serio e il faceto, il buon Tommasi ci dice: «la camionetta non fu assaltata da Carlo, che Carlo non c’entrava un cazzo non te l’hanno detto, ragazzo mio». E certo, San Carlo da Genova era uscito di casa con un passamontagna in testa per andare a mangiare un tramezzino e bere una spuma, reggeva in mano un idrante perché da grande voleva fare il pompiere, ovvio.

Non servono le immagini, la palese volontà di colpire un carabiniere, no, Giuliani (sempre chiamato Carlo da Tommasi, così da dare un’aria amichevole al giovane) stava giocando e ci aggiunge anche un bel «cazzo» liberatorio, perché Tommasi è indignato e ci tiene a farcelo sapere.

Saverio sembra un bambino quando scrive con fasulla innocenza: «non ti hanno raccontato che gli stessi che lo hanno ucciso gli hanno fatto delle cose brutte», Tommasi si riferisce alla tesi, mai confermata, secondo cui gli agenti delle forze dell’ordine avrebbero scagliato un sasso sul volto di Giuliani per avvalorare la tesi della morte accidentale.

Dalla ideologia siamo passati direttamente alla menzogna. Saverio Tommasi è un manovale dell’estrema sinistra, un riciclatore di opinioni da centro sociale, a lui non importa che il carabiniere che sparò sia stato prosciolto dalla giustizia italiana e da quella europea. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha assolto lo Stato italiano per il caso in questione.

Per Tommasi i fatti non contano, lui si batte contro la realtà e in un ridicolo finale scrive: «Era un ragazzo come me, come te. Un ragazzo che quel giorno aveva voglia di salsedine e sole, e invece morì in piazza Alimonda». Passiamo sopra al riferimento pseudo poetico al mare e alla gioventù, ma stando al suo ragionamento ogni volta che un ragazzo ha voglia di  sole e belle ragazze deve prendere un passamontagna, un idrante, una chiave inglese, un sampietrino, cercare un veicolo dei Carabinieri e tentare di sfracellare la testa o la mandibola agli agenti.

La storia della sinistra è piena di piccoli operai della menzogna e della dissimulazione, l’articoletto di Tommasi è un piccolo gioiello da bigiotteria di falsificazione dei fatti, impregnato di sentimentalismo becero trasforma un vandalo in una vittima e i black block in amichevoli personaggi da film Disney. L’ideologia è servita con lustrini, zucchero filato e tanto, tantissimo vittimismo, forse troppo. Alla fine, la bocca percepisce il sapore rancido dell’impostura.

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