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L’egemonia culturale della sinistra su Gramsci

luglio 22, 2019 • Politica, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Antonio Gramsci, al pari di Enrico Berlinguer, è diventato un idolo della sinistra. Una pop star della politica, un mito edulcorato, addolcito, laccato. Gramsci è un genio all’ombra della Mole, un buono, un martire della dittatura, un liberale, un’icona venerata dalle schiere della bontà.

L’agiografia di Gramsci imbevuta nel miele veltroniano non regge il confronto con la Storia, quella che se si ha voglia di conoscere, ci rivela un Gramsci ben diverso dalla sua controfigura di bambino prodigio e arruffato.

Gramsci fu  un leninista convinto (nonostante un tardivo ripensamento durante gli ultimi anni della sua vita), un bolscevico fedele alla dottrina sovietica. La sua opposizione alla dittatura fascista non si appellava allo Stato di diritto e alla democrazia liberale, bensì alla dittatura di Lenin e alla violenza per conto della dialettica della Storia. Gramsci non avversava la tirannia in quanto tale, ma solo la tirannia reazionaria incarnata dal fascismo.

In carcere, in una cella nella quale regime fascista gli permetteva di ricevere libri e riviste e di scrivere i sui celebri «Quaderni», teorizzò uno Stato onnipotente e totalitario ben peggiore di quello che lo teneva prigioniero. Gramsci aderì con entusiasmo fanatico alla dottrina di Lenin e accettò le pratiche di «igiene sociale» messe in atto dai bolscevichi per purificare la Russia. La sua mente era afflitta da una monomania: abbattere il capitalismo e la borghesia a ogni costo, sradicare gli elementi corrotti e corruttori non solo borghesi ma anche «socialisti riformisti», quella che definì la «banda di opportunisti» con a capo Filippo Turati.

Gramsci fu anche il teorico di una nuova strategia per la conquista del potere: l’uso della cultura, un’immensa opera di alfabetizzazione marxista, un apostolato di massa, la conquista dei gangli vitali di una società per penetrazione e infiltramento. Gramsci opera una inversione della filosofia di Marx, conquistare la sovrastruttura di una società per abbattere la sua struttura, l’impalcatura economica. Da qui la sua insistenza sociologica sull’idea che ogni ordine sociale sia, essenzialmente, un fenomeno culturale. Togliere alla borghesia le sue stampelle istituzionali, simboliche, culturali è la premessa all’edificazione della società senza classi.

Questo suo approccio alla presa del potere è alla base del più grande fraintendimento della figura di Gramsci. Da sempre considerato un intellettuale puro, un campione della cultura, un appassionato pedagogo, possedeva una visione strumentale della cultura, da piegare a ragioni rivoluzionarie. Gramsci fu il martello pneumatico ideologico che frantumò la tradizione letteraria e artistica dell’Italia. Liquidò Dante e Petrarca come reazionari e classisti. Mise in croce anche il «retorico» Foscolo e tacciò Leopardi di «calligrafismo». Una lettura dei classici che risente pesantemente della suo sguardo ideologico, delle sue deformazioni intellettuali che lo portano a un anacronismo comico.

Innamorato della Russia, si spende in un esterofilo panegirico di Tolstoj. Nessuno si salva dall’artiglieria gramsciana: Mazzini, Pascoli, Carducci o Malaparte. Tutta la cultura italiana viene affondata in nome della «vicinanza al popolo». Auspicava un rimodellamento della scuola italiana sul modello sovietico: la scuola come fabbrica, depurata dalle pastoie borghesi e dagli orpelli del classicismo.

Coma ha scritto il sociologo Luciano Pellicani, per Gramsci, il comunismo era una «rivoluzione metapolitica». Un millenarismo operaio, un vettore di salvezza universale del collettivo umano. Disponeva una fede assoluta nella prassi rivoluzionaria e insisteva sulla necessità di un partito militarmente organizzato, una macchina guidata da rivoluzionari di professione, avanguardie dell’umanità emancipata. Una visione totalitaria del Partito come Chiesa, come custode della Verità della Storia e dell’ortodossia marxista-leninista. Un Partito divinizzato, che plasma e forgia la coscienza di classe e rischiara il mondo col bagliore palingenetico della società comunista. Società del futuro che, per Gramsci, esige l’abbattimento violento della marcescente civiltà borghese.

Gramsci fu un gigante del Novecento, una mente violenta perennemente alla ricerca di una soluzione totale, di una teoria onnicomprensiva che individuò nella dottrina marxista. Un intellettuale devoto, un apostolo del Cristo rosso, il luciferino Lenin. Questo era il vero Gramsci, non il fumetto che ne fa la sinistra oggi, simpatetico col politicamente corretto delle sfilate arcobaleno. Gramsci era un uomo dalla mente di ferro, un soldato della rivoluzione, non il San Francesco del leninismo che parla di lotta di classe ai passerotti.

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