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La narrazione sull’immigrazione e le dissonanze cognitive occidentali

luglio 19, 2019 • Agorà, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Il ragionamento sull’immigrazione portato avanti dalla sinistra politica è semplice, di una logica stringente: «noi occidentali siamo responsabili della miseria dell’Africa. Col colonialismo, l’imperialismo, il capitalismo, il neoliberismo abbiamo scatenato questo esodo e quindi, ci meritiamo milioni di immigrati nelle nostre terre». Il corollario di queste affermazioni è che abbiamo il «dovere» di accogliere, le colpe del passato colonialista ricadono sulle teste degli europei contemporanei.

Le sopraccitate argomentazioni sono errate, non reggono al confronto con la Storia e sono vere solo sulla carta dei libri. Le cause della miseria del Continente nero sono da ricercarsi negli africani, non negli europei. Secondo la formule retoriche della sinistra pro-immigrazione, la colpa primordiale degli europei, dei bianchi, sarebbe il colonialismo predatorio otto-novecentesco.

Le cose non stanno proprio così, come scrive il sociologo Rodney Stark nel suo magistrale La vittoria dell’Occidente. La negletta storia della modernità, le colonie hanno drenato ricchezza dall’Europa e hanno acquisito i benefici politici e tecnologici della modernità. Una visione, questa, condivisa anche dallo storico britannico Niall Ferguson. Secondo Ferguson, studioso dell’impero britannico, le colonie hanno beneficiato del dominio europeo e non esistono prove a sostegno della tesi secondo cui i governi indigeni sarebbero stati migliori di quelli britannici o francesi.

Nessuno vuole fare una apologia del colonialismo europeo, ma è chiaro che le potenze straniere non hanno distrutto strutture socioeconomiche fondamentali per lo sviluppo del continente africano. A confutare le teorie sul «colonialismo causa di ogni male» vi sono interi Stati, primo fra tutti la Liberia. L’unico Stato africano mai sottoposto al colonialismo o al dominio estero. Fondato agli inizi del XIX secolo da un manipolo di ex schiavi, ha sempre goduto di piena sovranità politica e territoriale. Nonostante questo, oggi lo ritroviamo con alle spalle due guerre civili, uno dei maggiori tassi di stupro a livello planetario, un PIL tra i più bassi al mondo e una povertà endemica.

Altri due casi interessanti sono Haiti, divenuto Stato indipendente nel 1796, da sempre retto da ex schiavi neri e mai soggiogato alle logiche del colonialismo ottocentesco e, infine, l’Etiopia, le cui vicende coloniali si limitano alla breve parentesi fascista e poi inglese. Entrambi questi Stati soffrono di un drammatico sottosviluppo. Ancora colpa dei bianchi?

Un tema da sempre connesso al colonialismo, è quello dello schiavismo. Gli  europei organizzarono traffici di schiavi, ma i popoli africani e arabi non furono da meno. Erano mercanti di uomini africani quelli che vendevano schiavi neri agli europei, spesso prigionieri di guerra.

Questo aspetto della storia viene spesso taciuto, come è accaduto alla Conferenza mondiale dell’ONU «contro il razzismo, la xenofobia e la schiavitù», tenutasi a Durban nel 2001. In quella occasione, agli occidentali venne intimato di riconoscere le proprie colpe e di scusarsi, ma è stato oscurato il ruolo svolto dai negrieri arabi e dagli schiavisti africani. Ovviamente, si è taciuta anche la tratta degli schiavi bianchi organizzata dai turchi e dai bosniaco-albanesi musulmani.

Stando agli studi dello storico Olivier Pétré-Grenouilleau, quasi un milione di bianchi cristiani sarebbe stato ridotto in schiavitù dai berberi tra il 1530 e il 1780. Possiamo seriamente pensare che la schiavitù abbia giocato un ruolo decisivo nel sottosviluppo dell’Africa? Certamente, no.

La decolonizzazione del continente africano è avvenuta, in larga misura, negli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo. Una larga quota degli Stati dell’Africa ha alle spalle almeno cinquant’anni di indipendenza, come è possibile che non siano riusciti ad avviare politiche di sviluppo economico? Neocolonialismo, forse? Assolutamente no, gli Stati africani si sono votati al socialismo e a politiche fieramente anti-occidentali e anticapitaliste. Il ghanese Nkrumah, socialista nazionale; il guineano Sékou Touré, socialista filosovietico; lo Zimbabwe di Mugabe, la Repubblica Centrafricana del cannibale Bokassa, l’Uganda di Idi Amin… sono tutti accomunati da politiche di nazionalizzazione, dalla cacciata delle imprese straniere (Mugabe cacciò anche gli europei) e da un disastroso collettivismo d’ispirazione sovietico-maoista.

La miseria africana è figlia del socialismo delle oligarchie al potere, non del capitalismo occidentale. Un caso lampante dell’incapacità delle élites africane è la Nigeria, la cui industria petrolifera è stata nazionalizzata negli anni Settanta, i pozzi di petrolio sono in mano alla statale Nigerian National Petroleum Corporation che incassa i redditi derivanti dall’esportazione del petrolio. Come è normale che sia, in Nigeria operano anche compagnie occidentali che mettono a disposizione dello Stato competenze e capitali, ma è sempre la compagnia statale a mantenere il controllo delle operazioni di estrazione.

Nonostante i redditi derivanti dalla vendita del petrolio e le royalties incassate dallo Stato nigeriano, circa il 40% del PIL nazionale, la Nigeria è uno dei paesi più poveri dell’Africa e vittima di una emorragia immigratoria. Qui non ci sono aziende globali che «si fottono tutto», ma siamo in presenza di una incapacità nella gestione delle risorse. Un caso simile riguarda i diamanti del Botswana, la compagnia gestita dallo Stato è prima produttrice mondiale e anche qui lo sfruttamento delle risorse non ha prodotto sviluppo economico e umano. Nella classifica delle venti nazioni più corrotte al mondo, nove sono africane.

Le reali cause della miseria africana sono da ricercarsi nelle oligarchie corrotte, in una incapacità cronica di gestire aiuti umanitari, profitti e di creare istituzioni politiche stabili; in una mentalità clanica e settaria, nelle continue guerre civili, nel razzismo intertribale e nel dilagante fondamentalismo islamico.

L’Africa è quasi completamente islamizzata e la religione di Maometto è all’origine della sequela di orrori e guerre che hanno stremato il continente. Dall’eterna guerra del Sudan islamico contro il Sud Sudan cristiano e animista, fino alle stragi degli islamisti di Boko Haram in Nigeria, Ciad, Niger e Camerun. Guerre e guerriglie in cui si fa un uso sistematico dei bambini soldato, pratica che sicuramente non è un lascito degli europei.

I fatti qui elencati non riescono a scalfire le lacrimevoli certezze sulle colpe dell’Occidente. Politici e attivisti per i diritti umani ignorano o fingono di ignorare le responsabilità degli africani, continuano a consegnarci un’immagine passiva e falsamente innocente dell’«uomo nero», sempre e solo vittima della perfidia e dell’avidità dei bianchi. I capi delle nazioni europee e delle istituzioni mondiali seguitano a imporre la solidarietà e l’accoglienza degli immigrati, consegnando i popoli europei al dominio musulmano e all’estinzione.

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