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Il disprezzo

giugno 28, 2019 • Politica, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Dopo Giorgia Linardi, Gino Strada, Luca Casarini, Marc Reige, il moralmente retto universo dell’umanità ha una nuova eroina: Carola Rackete. Dai suoi pori di giovane tedesca sprizza amore per l’umanità e disprezzo per lo Stato italiano reo, a suo avviso, di impedire lo sbarco dei poveri e affamati africani raccattati a largo della Libia.

Ma ricapitoliamo la vicenda: la nave SeaWatch 3, al comando della Rackete splendente di umanità, il 14 giugno «salva» quarantadue immigrati a largo delle coste libiche. Dato che si tratta di un «salvataggio» e di una «emergenza» come la ONG ci tiene a far sapere, gli immigrati andrebbero condotti nel porto più vicino, ma la signora Rackete rifiuta i porti libici in quanto «non sicuri».

Ammettiamo pure l’insicurezza degli scali portuali libici, il secondo più vicino sarebbe quello di Zarzis in Tunisia, ignorato dalla «capitana coraggiosa» e poi quelli di Malta. Ma sulla nave non vogliono sentir ragioni, l’unico porto in cui possono e devono sbarcare gli immigrati è quello di Lampedusa.

O Italia o morte. Arrivati a questo punto bisogno fare una necessaria precisazione, come ricordava Lorenzo Mottola su Libero, la ONG SeaWatch ha raccolto nel 2018 circa 1.800.000 euro in donazioni da parte di privati. Una somma che quest’anno, grazie all’esposizione mediatica garantita dalle polemiche con il Viminale, dovrebbe crescere considerevolmente. La nave della Rackete col suo carico umano di prestanti africani si è piazzata davanti alle acque nazionali italiane per circa due settimane, zig-zagando a vuoto e sfidando, con affermazioni tra il lacrimevole e il minaccioso, il divieto di sbarco imposto dal governo.

Nel frattempo, gli stessi «migranti», secondo la ONG, avrebbero fatto ricorso alla Corte dei Diritti Umani (sic!) contro il divieto di sbarco imposto dall’Italia. La Corte, che riunisce i membri del Consiglio d’Europa ha dato torto alla SeaWatch ma tant’è la nave, ignorando la sentenza delle Corte, i divieti di tre ministeri (interno, infrastrutture e difesa), la Guardia di Finanza e quella Costiera, come una Dolores Ibárruri del mare, al grido di «Pasaran» è entrata nelle acque italiane e ora staziona davanti all’isola di Lampedusa.

Immediatamente la Sinistra italiana si è schierata con la Giovanna d’Arco del mare, i parlamentari del PD sono corsi in affanno sull’isola siciliana e, immancabilmente, è arrivata la raccolta fondi in sostegno della «capitana» Rackete.

Siamo in presenza di un vero e proprio atto ostile nei confronti dell’Italia, una Organizzazione privata sfida un governo che appare inerte davanti a una palese violazione dei suoi confini e dalla sua sovranità.

La ONG responsabile di aver violato i confini della Nazione è appoggiata da una schiera di politici, intellettuali e giornalisti in overdose umanitaria. Una banda mediaticamente sovraesposta, esterofila fino all’odio verso l’Italia e intenta a sostenere ogni azione illegale contro lo Stato pur di veder applicata la propria etica cosmopolita.

I turiferari dell’accoglienza a spese degli italiani, continuano a ripetere che ci sono «vite da salvare» nonostante sia completamente falso e in nome di questo principio si sentono autorizzati a scavalcare le Leggi di uno Stato. Viene meno il Diritto e la Democrazia, sepolti dagli imperativi categorici di una morale umanitaria che si pretende superiore a qualunque sovranità e corte.

Se non verranno presi severi e inflessibili provvedimenti contro i «pirati umanitari», significa che lo Stato non esiste se non come flatus vocis, privo di sostanza ed capacità d’agire. È compito di uno Stato nazionale evitare che in futuro i suoi cittadini siano ostaggio di questo racket(e) in nome di una supposta bontà.

Come al solito, l’Unione europea è stata assente. Una bella addormentata a Bruxelles. Ma finge di dormire, gli euroburocrati si sfregano le mani assistendo alle violazioni della ONG, poiché il loro obiettivo è abbattere gli Stati Sovrani e le Organizzazioni Non Governative sono il cavallo di Troia di questa operazione.

L’Italia, se vuole preservare la propria libertà e indipendenza, deve riacquistare la pienezza dei poteri sovrani nazionali. L’Italia deve essere spietata con le ONG: arrestare gli equipaggi che commettono reati, riportare in Libia i clandestini riconoscendola unilateralmente come porto «sicuro», sequestrare e affondare le navi delle ONG e organizzare un blocco navale, magari col sostegno americano. Questa è l’unica strada, l’alternativa è la fine della Patria.

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