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Sviluppo e salute nell’ultimo secolo

giugno 24, 2019 • Agorà, z in evidenza

Redazione –

Tratto da We Are Not Our Great-Grandparents’ Bodies di Ian Morris, per Geopolitical Futures del 12 giugno 2019

 

Il corpo umano è cambiato più nell’ultimo secolo che nei 10000 anni precedenti: dal 1919 l’aspettativa di vita alla nascita è cresciuta di 30 anni, l’altezza media di 10 cm e il reddito pro capite è sestuplicato. Sono medie mondiali, ma in molte aree dell’Asia e dell’Africa si sono verificati cambiamenti ancora più rapidi e radicali. Siamo letteralmente animali diversi rispetto ai nostri antenati.

La storia dell’umanità è stata caratterizzata da elevatissimi tassi di mortalità infantile: circa la metà dei bambini moriva nei primi cinque anni di età e la maggior parte di quelli sopravvissuti e cresciuti moriva comunque intorno ai 30-40 anni, gli uomini leggermente prima delle donne. Una mortalità tanto elevata richiedeva alti tassi di fertilità e la maggior parte delle donne aveva tra i cinque e i sette figli. In società agricole con grandi differenze sociali, soltanto piccole élite si nutrivano bene e dunque chi ne faceva parte cresceva alto e forte, ma la maggioranza della popolazione era sottosviluppata a causa della malnutrizione, con uomini alti mediamente 168 centimetri e donne alte 158 centimetri.

Con molte eccezioni, però poco rilevanti sul piano statistico, queste erano le condizioni ovunque fino ad appena tre o quattro secoli fa. Da allora la situazione cominciò a migliorare, prima nell’Europa occidentale poi nelle colonie, mentre nel resto del mondo si dovette attendere il secondo dopoguerra. Molti furono i fattori che contribuirono ai cambiamenti, ma di certo alcune misure di salute pubblica giocarono un ruolo importante: i governi impararono a vaccinare le popolazioni da morbillo e vaiolo, raccogliere i rifiuti e fornire acqua potabile. Nel XVII secolo la capacità di mettere in quarantena intere città probabilmente fu decisiva per sconfiggere la peste nell’Europa occidentale. Anche l’igiene personale fece la differenza: la disponibilità di sapone, la diffusione di biancheria di cotone facile da lavare e l’installazione di servizi igienici con acqua corrente ha prolungato la vita a moltissime persone.

Tuttavia il contributo più rilevante venne probabilmente dalla disponibilità di migliori risorse alimentari. Traporti più veloci e mercati più efficienti ridussero di molto le probabilità che la scarsità locale di cibo si trasformasse in carestia.

L’Inghilterra, per esempio, non conobbe più carestie dopo il 1597. Fin dagli inizi del XX secolo piroscafi e ferrovie hanno trasportano grandi scorte di grano dalle regioni produttive del Midwest americano e della pampa argentina alle città dell’Europa occidentale o delle coste del Pacifico. Le grandi carestie del XX secolo – come quella in Ucraina negli anni ’30, nel Bengala negli anni ’40, in Cina negli anni ’60 o in Etiopia negli anni ’80 – sono state causate più dalla volontà o dalla negligenza dei governi che dalle avversità climatiche.

Data la maggiore disponibilità di cibo e l’invenzione di macchine che hanno ridotto l’usura dei corpi, l’aspettativa media di vita è cresciuta pressoché ovunque nel corso del XX secolo.

La maggiore disponibilità di cibo ha fatto sì che donne meglio nutrite, più robuste e più sane mettessero al mondo neonati più grandi e più sani, con molte più possibilità di sopravvivere a infezioni e malattie infantili. Nel 1850 negli Stati Uniti un bambino su quattro moriva entro il primo anno di età, nel 1970 uno su cinquanta e nel 2014 soltanto uno su 163. Oggi 55 paesi al mondo hanno una mortalità infantile pari o inferiore a quella degli Stati Uniti. In Giappone, il paese più virtuoso da questo punto di vista, solo un bambino su 400 muore nel primo anno di età.

Adulti più robusti e meglio nutriti sono più resistenti alle malattie, perciò l’aspettativa di vita è cresciuta notevolmente quasi ovunque nel secolo scorso.

I paesi più sviluppati hanno visto un aumento del 25-33% dal 1900 al 1930 e di un altro 25-33% tra il 1930 e il 2000, arrivando a una media di circa ottant’anni. In Cina i progressi sono decisamente più recenti: nel 1950 l’aspettativa di vita dei Cinesi era intorno ai quarant’anni, ossia all’incirca quella che avevano gli Inglesi un secolo prima; dal 2000, però, è di soli sette anni inferiore a quella degli Inglesi.

I dati relativi alla morbilità (il numero dei casi di malattia registrati in un periodo dato, in rapporto al numero complessivo delle persone prese in esame) hanno seguito un’evoluzione parallela a quelli della mortalità. Secondo lo storico economico Robert Fogel, nel XVIII secolo la combinazione di malattie e malnutrizione rendeva un quinto degli Europei inabili ai lavori manuali. Nei due secoli successivi il diffondersi dell’uso di macchinari ha ridotto non soltanto la mole di lavoro manuale necessaria, ma anche l’usura dei corpi dei lavoratori, sia uomini che donne. Non a caso gli storici considerano certe invenzioni “motori di liberazione”, perché ci hanno liberati dall’insorgere di malattie e dalla morte precoce.

I paesi sviluppati che hanno un buon sistema sanitario possono prolungare la vita produttiva dei loro cittadini, preservando il capitale umano e migliorando il rapporto tra persone attive e inattive (variando cioè quel che si definisce indice di dipendenza). Ma nei paesi più sviluppati i benefici di queste evoluzioni si sono già raggiunti nel corso del XX secolo e il margine d’azione pare ormai piuttosto ridotto. Si può fare di più per promuovere una dieta salutare e l’esercizio fisico, per assicurare a tutti l’accesso ad acqua pulita e ridurre l’inquinamento atmosferico, ma i vantaggi saranno di certo inferiori rispetto a quelli di cui abbiamo goduto finora. Miglioramenti significativi potrebbero venire da procedure mediche più sofisticate e da un maggiore accesso a cure di alta qualità.

Tutti i paesi sviluppati debbono oggi affrontare sfide complesse perché la spesa per la sanità cresce più delle loro economie, ma gli Stati Uniti hanno anche altri problemi: hanno i più alti costi per cure mediche pro capite sia come spesa in dollari (9536 dollari pro capite nel 2015, secondo l’OMS) sia in proporzione al PIL (17%). Tuttavia gli Stati Uniti sono l’unica nazione sviluppata che non ha una copertura sanitaria universale; la percentuale di Americani sotto i 65 anni che non dispongono di copertura sanitaria è scesa dal 14,8% nel 2012 all’8,6% nel 2016, ma circa 27 milioni di persone restano ancora a rischio. Risolvere questo problema sarà molto costoso e molto divisivo dal punto di vista politico.

Nei paesi poveri, dove la spesa sanitaria resta bassissima per gli standard occidentali, la situazione è molto diversa. I Sudafricani, la popolazione subsahariana che spende di più per la sanità, spendono in media soltanto 1086 dollari all’anno, mentre altri 17 stati africani destinano alla sanità meno di 100 dollari (la Repubblica Centrafricana, disperatamente povera, soltanto 32 dollari per persona). Nonostante ciò, secondo i dati della Banca Mondiale dal 1990 al 2010 gli episodi di diarrea, infezioni respiratorie e carenze nutrizionali sono scese del 30-50% nell’Africa subsahariana e molti paesi hanno visto bruschi cali nelle probabilità di morte per malaria e AIDS.

La rivoluzione della medicina in Occidente nel XX secolo ha permesso ai suoi cittadini di vivere più a lungo, di stare meglio e di lavorare di più di quelli di altre parti del mondo, perciò ha contribuito al dominio economico, intellettuale e militare dell’Occidente. Nel XXI secolo, però, sembra che i paesi ricchi abbiano poche possibilità di cavare ancora qualche utilità addizionale da tecniche obsolete ai fini di migliorare l’approvvigionamento di cibo, la salute pubblica e le condizioni igieniche.

I prossimi passi in avanti in Occidente saranno probabilmente frutto di innovazioni ad altissima tecnologia, molto costose e forse a disposizione soltanto dei più ricchi. 

Le élite del resto del mondo continueranno a volare negli ospedali americani o europei per godere delle cure più avanzate, mentre poche strutture saranno in grado di emergere altrove e competere con quelle occidentali.

Per la maggior parte degli occidentali, però, il processo di miglioramento delle condizioni di salute potrebbe subire un rallentamento, proprio mentre un miliardo di non occidentali escono dalla malattia, così come sono appena usciti dalla povertà. Il declino relativo dell’Occidente riguarderà i corpi almeno quanto i portafogli. 

 
 
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