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La retorica del debito pubblico come causa della crisi

giugno 17, 2019 • Politica, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Il recente dibattito sui mini-bot e sulla procedura d’infrazione per debito eccessivo, che l’Unione europea fa pendere sull’Italia come una lama, ha assunto dei toni surreali e, come al solito, anti-italiani. Solo il presidente della Consob Paolo Savona ha avuto il coraggio di parlare apertamente di «pregiudizi» nei confronti dell’Italia e del suo sistema economico, sfatando la convinzione, il dogma su cui si regge la retorica europeista: il debito pubblico è la causa della crisi.

Quello del debito pubblico, spauracchio degli euroinomani, sarebbe un non-problema se l’Italia possedesse ancora la propria sovranità monetaria. Se uno Stato ha un debito espresso nella propria valuta ed è pienamente sovrano non potrà non onorarlo, perché potrà sempre coniare il denaro necessario alla restituzione del debito. Un europeista che leggesse queste righe, si lascerebbe andare a facile ironia: «e quindi vorresti stampare moneta? E l’inflazione?».

Ovviamente, l’eurofilo di turno ignora (o finge di ignorare) che la Banca Centrale Europea ha stampato oltre mille miliardi per acquistare sul mercato titoli di Stato dell’eurozona e questa cifra è entrata nell’economia delle nazioni senza provocare nessun aumento dell’inflazione. Fatto questo ragionamento, risulta chiaro come sarebbe possibile per la BCE cancellare il debito acquistato senza conseguenze: il debito sparirebbe nello stesso nulla da cui è stato generato il denaro per comprarlo.

Un titolo di Stato è come se fosse una banconota a cui è applicato un tasso d’interesse, se il tasso è zero non c’è differenza fra le due cose, il debito può essere sostituito dal denaro creato dalla Banca Centrale Europea senza effetti sui prezzi. In passato, la Lega presentò un atto al Parlamento europeo domandando la cancellazione del debito riacquistato dalla BCE sui mercati. L’atto è stato ignorato, com’era ovvio.

Ai fanatici sostenitori dell’Unione europea, alle groupie della Commissione europea andrebbe anche ricordato che il Giappone, ha un debito pubblico due volte più alto rispetto alla media europea, non subisce la crisi come la subiamo noi, ha tassi negativi sul proprio debito e porta avanti politiche economiche espansive (meno tasse e più investimenti).

Anche la santa Germania ha un enorme debito pubblico, fin dalla nascita della moneta unica la Germania aumenta il proprio debito infrangendo i tratti europei di cui chiede a gran voce il rispetto. Inoltre, la Germania «nasconde» una consistente fetta del suo debito in una banca pubblica chiamata Kreditanstalt für Wiederaufbau (KFW).

Se si contasse anche il debito che occulta non ci sarebbe una significativa differenza fra il debito tedesco e quello dei cosiddetti «PIIGS» (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna). In genere, dai vertici dell’Unione europea fino all’ultimo elettore di +Europa si tende ad omettere che i primi paesi della zona euro ad andare in crisi, Irlanda e Spagna, non avevano alcun problema di debito pubblico. Quello della riduzione del debito è sola la fisima dei fanatici del mercato, degli economisti bocconiani e degli altri santi protettori e apologeti della moneta unica.

Se la BCE garantisse i debiti degli Stati non avremmo comunque risolto i nostri problemi economici, rimarrebbero gli effetti negativi di una moneta unica. L’euro è il vero responsabile della crisi che attanaglia il Vecchio continente, un’unica moneta per Stati diversi, con apparati produttivi differenti non può funzionare. Senza sovranità monetaria, uno Stato non ha alcuna libertà e si riduce a supplicare col cappello in mano il denaro di cui ha bisogno. L’euro è una moneta forte infilata nelle tasche di Nazioni economicamente «deboli», generando effetti devastanti sul piano socio-economico. Vediamo perché:

essendo una moneta forte non supportata da sistemi economici solidi, rende meno convenienti i beni prodotti in una data Nazione, le aziende faticano ad esportare e la disoccupazione è destinata a crescere. Non potendo «svalutare» la propria moneta per rendere più convenienti e competitivi i propri prodotti, l’unica alternativa è comprimere il costo del lavoro, mediante contratti precari, flessibilità salariale e importazione di manodopera a basso costo: gli immigrati.

L’Italia, che ne dicano i suoi detrattori, ha un’industria ben sviluppata, una manifattura in crescita nonostante la crisi  e un sistema di esportazioni che si difende bene. Non ha bisogno dell’euro e della burocratica Unione europea, al contrario necessità di recuperare la propria sovranità monetaria.

Uno Stato che può «stampare moneta», può comprare i propri titoli di debito evitando la salita dei tassi. Se il tasso di cambio dovesse scendere, significherebbe un aumento della richiesta dei prodotti italiani. Non avendo però il controllo della sua valuta, l’Italia si trova in balia dei banchieri della BCE e delle loro pelose e ingiustificate intromissioni nei nostri bilanci.

Eppure, nonostante gli evidenti disastri generati dall’euro, la battaglia contro la moneta unica è stata abbandonata. Lasciata a pochi «pazzi», a bizzarri individui che si battono contro il Progresso e la Bontà inveratisi nella moneta comune. Quella contro l’euro e suoi ferrei apparati non è solo una lotta economica, ma una battaglia per la libertà e l’indipendenza dei popoli che devono essere liberi di filarsi la propria storia. Necessitiamo di un nuovo Risorgimento, anche questa volta l’Italia dovrà vedersela con un Impero, quello partorito a Maastricht.

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