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Le parole della bioetica

giugno 16, 2019 • Cultura e Società, z in evidenza

di Arianna Russo* –

Si fa presto a dire ‘’animalismo’’, ‘’antispecismo’’, ‘‘diritti animali’’, ‘’animal welfare’’, ma cosa indichiamo con queste parole?

Occorre innanzitutto fare una distinzione tra l’etica animale discussa in ambiente accademico e il senso comune. L’etica animale accademica è quella che teorizza sullo status morale degli animali e comprende molte correnti di pensiero e non soltanto l’antispecismo, come solitamente si fa intendere. Esistono le teorie dei diritti animali, il consequenzialismo e utilitarismo, le teorie basate su empatia e relazioni, le teorie ambientaliste e l’umanismo.

Queste sono teorie che possono avere vari gradi di applicabilità nella realtà pratica. Tutte queste correnti filosofiche posso essere compenetrate, avere una base teorica più o meno solida, più o meno funzionale. Alcune, come quella dei diritti degli animali, per vari motivi hanno incontrato una maggiore visibilità e sono, utilizzando un anglicismo calzante, ‘’mainstream’’.

Questo ha fatto sì che ci sia stato un passaggio di concetti complessi dalla cattedra alla strada, da cui è derivata la speranza/pretesa delle persone comuni, ma anche di alcune istituzioni e mondo politico, che un sistema teorizzato da filosofi anche autorevoli possa funzionare sempre su campo, in tutti i contesti, indistintamente.

Quando l’etica animale incontra la bioetica, come nel caso della sperimentazione animale, gli interessi in gioco e i sentimenti sono così tanti, così complicati da soppesare, interpretare e garantire, che viene da chiedersi quali siano le priorità: la salute, il benessere animale, l’informazione corretta? Chi deve garantire cosa: i ricercatori che portano avanti il sapere di cui tutti, animali non umani compresi, beneficiamo?

L’industria (farmaceutica ad esempio) che deve garantire la sicurezza dei prodotti? I movimenti animalisti di varia natura che devono portare avanti le teorie dei diritti animali? Il giornalismo cui spetta l’arduo compito di mostrare i due lati della medaglia? Il diritto che deve rincorrere il pluralismo della nostra società?
E sicuramente il pluralismo è proprio il punto di vista privilegiato da cui dovremmo partire.

Forse in altri Paesi grazie ad accordi di trasparenza, educazione nelle scuole, presenza di associazioni di consumatori, di pazienti e animaliste nei luoghi istituzionali deputati alle discussioni etiche, qualche passo in avanti è stato fatto, ma in Italia siamo fermi al sì/no, pro/contro, tutto/nulla, salvo rari tentativi di conciliazione e dialogo.

Dare una cultura di base su cosa è l’etica e come funziona è una priorità a lungo termine, non solo in riferimento all’etica animale, ovviamente; basti pensare per esempio alle DAT (disposizioni anticipate di trattamento), uno strumento poco conosciuto e sottoutilizzato.

Dare informazioni corrette è invece un dovere attuale. Finché non saremo in grado di fornire informazioni seguendo un’etica della comunicazione, continueremo a vedere file di impreparati, disinformati, strumentalizzati in alcuni casi (in entrambe le direzioni, sia chiaro), firmare di pancia a banchetti e inutili petizioni online. Una firma apposta dopo aver letto e visto, se va bene, uno slogan e qualche fotografia iperbolica. Questo perché la realtà dei fatti è impegnativa da comprendere, così come è impegnativo dare fiducia agli altri, agli esperti e alle istituzioni, ed è ancora più impegnativo costruirsi una scala di valori ragionata e basata su dati veritieri.

Se vogliamo far compiere all’etica animale un passo in avanti occorre promuovere nuove forme di approccio ai problemi, far capire che le soluzioni più funzionali dovrebbero tener conto del pluralismo della nostra società, abbracciandolo come forma di democrazia progressista e trovando compromessi utili alle nostre cause, senza polarizzare le rispettive posizioni.

Allo stato attuale nel nostro Paese esistono varie forze in gioco: risorse accademiche preziose che non vengono valorizzate o non vogliono farlo (filosofi morali, bioeticisti, consulenti etici), scienziati che non sempre hanno competenze specifiche in bioetica/etica animale, portatori di interessi (ad esempio industria, finanziatori della ricerca traslazionale, associazioni animaliste, partiti politici ecc), argomentatori del web (con un numero variabile di veri e propri fans), figure professionali (spesso schiacciate degli altri attori) che potrebbero spendersi almeno per gli aspetti tecnici, sicuramente fondamentali per le problematiche bioetiche.

Nel caso dell’etica animale la voce più sentita in Italia è quella delle associazioni animaliste, senza ombra di dubbio. Nel corso del tempo sono nate alcune associazioni a sostegno della ricerca scientifica, interessate ad alcune delle numerose problematiche inerenti l’etica animale. Tali associazioni hanno un ruolo fondamentale nel divulgare correttamente e promuovere a vari livelli la ricerca (soprattutto quella di base) in un Paese dove purtroppo molti degli stessi laureati ne ignorano l’esistenza o hanno una visione distorta.

Un auspicio è che a parlare (con metodo e ragione) di bioetica-etica animale non siano solo i portatori di interessi ma anche la collettività, attraverso la guida di esperti, in tutti i luoghi deputati a questo tipo di discussione (scuole, università in primis) e non solo nell’entropia del mondo digitale.

Molti percorsi universitari nell’ambito biomedico attualmente non prevedono un insegnamento approfondito nel settore disciplinare (filosofia morale) che include l’etica/bioetica/etica animale. Questa è una grave lacuna. La scienza di per sé non è né buona né cattiva, è l’utilizzo che se ne fa ad assumere connotazioni positive o negative, ma la società si aspetta risposte su questioni bioetiche anche dagli scienziati. Non soddisfare questa richiesta ha ricadute negative anche sulla ricerca.

Oggi un rischio concreto è quello di polarizzare ulteriormente l’opinione pubblica in maniera volontaria o non, a seconda dei casi. La presenza di prospettive etiche diverse e contrastanti fa parte del pluralismo, ma è importante che chi intende svolgere un ruolo in questo terreno difficile sia consapevole del fatto che non è sufficiente cercare di dare gli strumenti corretti al pubblico generico (politica e istituzioni incluse), occorre infatti insegnare ad utilizzare tali strumenti in modo critico, ragionato, democratico, rispettoso degli altri e soprattutto calato nella nostra realtà storica. E inoltre far capire che un impianto teorico può sulla carta funzionare bene e tendere all’ideale, ma applicato nella realtà culturale, sociale, demografica, geografica ed economica può essere al momento impossibile da attuare.

Questo non toglie una dignità morale ne prospettive di applicabilità per gradi in un futuro più o meno prossimo. Solo attraverso questa premessa è possibile tessere un dialogo rispettoso per trovare soluzioni condivise a problematiche che, piaccia o no, esistono indipendentemente dalle diverse posizioni in merito.

*Arianna Russo è medico veterinario, masterizzanda presso l’Università di Torino in Bioetica, pluralismo e consulenza etica.

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