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La galassia del «radicalismo umanitario»

giugno 13, 2019 • Paralleli, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Si chiama Giorgia Linardi, è la portavoce della ONG SeaWatch, si esprime in un italiano scandito, sintetico e con frasi programmate. Quello della Linardi è solo uno dei volti di attivisti che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni. Sono i seguaci dell’«umanitarismo», versione deproletarizzata e fashion del vecchio internazionalismo comunista.

Il nucleo fondamentale di questa nuova ideologia è l’idea che non esistono differenze nazionali, i confini sono un male e gli individui appartengono esclusivamente al mare indistinto dell’umanità. Braccio operativo della brigata globale dell’umanità sono le Organizzazioni Non Governative, le famose ONG. Lo studioso Giovanni Damiano, vent’anni fa così scriveva: «Le ONG […] esse stesse “per natura” transnazionali, contribuiscono a veicolare spinte universalistiche mascherate dietro una facciata puramente umanitaria».

Nell’attuale società mondializzata e supina al catechismo del Bene, le ONG sono considerate dei feticci, dei totem davanti ai quali inginocchiarsi poiché «salvano le vite». Soccorrere chi è in pericolo non è di per se sbagliato, «chi salva una vita salva il mondo intero» troviamo scritto nel Talmud, ciò che si contesta alle ONG è l’azione politica e ideologica che svolgono. Come già detto, il loro operato prende le mosse da una determinata visione del mondo.

Il Bene, in tutti gli ambiti (compreso l’ambito d’azione delle ONG), è fatale al bene. Dal Male possono prodursi buoni effetti (pensate alla corsa agli armamenti nucleari, che ha impedito una Terza guerra mondiale), dal Bene invece no. Il Bene ideologico è destinato a produrre catastrofi e la buona volontà degli attivisti in stile Giorgia Linardi non fa eccezione. Vediamo perché: nel Febbraio del 2017, l’Agenzia Europea della Guardia di Frontiera e Costiera, da alle stampe un rapporto in cui si accusano esplicitamente le ONG di favorire, «involontariamente», il traffico di esseri umani.

La loro presenza fa calare le richieste di soccorso, aumentando partenze e «salvataggi» in mare e quindi, s’innalza il numero dei morti e s’intensifica l’attività degli scafisti. Poco dopo la pubblicazione del documento della sopraccitata Agenzia Europea, si scopre che i «recuperi» o «salvataggi» avvengono a poche miglia nautiche dalle coste nordafricane.

Non è irrazionale affermare che le navi umanitarie fungano da «traghetto» verso le coste italiche. Operando in questa maniera, i trafficanti di esseri umani impiegano imbarcazioni sempre più fatiscenti e poco costose, sicuri che a poche miglia vi sono le navi delle ONG a far concludere ai «passeggeri» la traversata.

Oltre al tema del salvataggi in mare, anche quello dell’«accoglienza» a terra s’incarica di dimostrare il fallimento della filantropia ideologica e coatta. Lo Stato italiano spende circa 3 miliardi per accoglienza e integrazione degli immigrati, denaro che finisce a cooperative e ONG, alimentando un ben documentato giro d’affari, che spesso va a detrimento di quegli uomini che si è tanto generosamente «salvato». Non si elencheranno qui le numerose truffe e realtà criminali, piuttosto si prenderà in considerazione l’effetto psicologicamente e socialmente negativo dell’obbligo dell’accoglienza.

L’ideologia umanitaria delle ONG è stata propagandata anche dalle istituzioni pubbliche e dalle massime sfere dello Stato. L’«accoglienza» è diventata un dovere nei confronti degli immigrati, un obbligo per tutti gli italiani e una verifica dei loro sentimenti: accogli? Sei buono; non accogli? Sei cattivo. Un clima che mina la fiducia in se stesso di un popolo. Le ONG vorrebbero un territorio nazionale trasformato in campo profughi, sebbene pochissimi immigrati siano davvero profughi, totalmente aperto in ossequio ai loro valori «no borders» e dei governanti intenti a prendersi cura di tutta l’umanità pietosa e sofferente.

Dall’insediamento del governo Lega-Movimento Cinque Stelle, il ministro dell’interno Matteo Salvini ha impedito alle navi delle ONG di attraccare o sbarcare gli immigrati e ha ridotto il denaro pubblico per le politiche di integrazione e accoglienza. Da allora abbiamo assistito a un drastico calo delle ONG nel Mediterraneo e delle partenze dalle coste nordafricane. Anche il numero delle cooperative si è ridotto, venendo meno l’utile di impresa, il business dell’accoglienza è meno fruttuoso e con i tagli operati non riescono più a ottenere profitto.

Alcune associazioni sono addirittura ricorse al Tar per il ripristino dei 35 euro giornalieri, ridotti a 20 dall’attuale governo. Tutta la variegata galassia del «radicalismo umanitario» si è mobilitata contro il Viminale, persino l’ONU. Come tante beghine di buon cuore, davanti al calo delle donazioni e della spesa pubblica, hanno accusato il ministro di «avvelenare gli animi» e ricordando al mondo intero che loro, i buoni, «salvano delle vite».

Un atteggiamento, questo, che riporta alla mente una frase scritta dal marchese De Sade, nella Filosofia nel boudoir: «Le opere di bene sono un vizio dell’orgoglio, non una virtù dell’anima». Gli agenti delle ONG non conoscono l’eterogenesi dei fini e non vogliono guardare gli effetti negativi del loro operato e dell’ideologia che li muove. Oggi, le ONG e le numerose cooperative solidali appaiono meno immuni dalle critiche e dalle obiezioni, ma non bisogna abbassare la guardia, la loro narrazione rimane quella dominante nei mass media e nella politica.

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