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Il volo di Icaro dei presidenti della camera dei deputati

giugno 4, 2019 • Politica, z in evidenza

di Stefano Bonacorsi –

Da avamposto per la Presidenza della Repubblica a trampolino verso l’oblio. Questo è ciò che significa, in soldoni, fare il Presidente della Camera dei Deputati almeno dal 1994 a oggi.

Se diamo un’occhiata alla successione sullo scranno più alto di Montecitorio in epoca repubblicana scorgiamo un particolare non piccolo: dal 1948 al 1994 vi hanno seduto personalità che poi sono passate al colle del Quirinale, oppure sono state papabili per tale incarico. In ordine cronologico di Gronchi, Presidente della Camera dal 1948 al 1955 e poi della Repubblica dal 1955 al 1962, di Leone che gli succedette da quell’anno fino al 1963 (e poi andò al Quirinale dal 1971 al 1978), di Pertini che ricoprì l’incarico per otto anni prima di salire al Colle. Poi ci furono la breve esperienza di Scalfaro (1992) a cui succedette Napolitano (1992-1994), ultimo Presidente della Camera “asceso” in una fase successiva della cariera, alla prima carica dello stato.

Poi lo spartiacque: Irene Pivetti, prima (e unica) leghista a ricoprire l’incarico è scomparsa dai radar fino a quest’anno, candidata con Forza Italia per le europee ma non eletta. Luciano Violante (1996-2001) al pari del suo successore Pier Ferdinando Casini, ha avuto un lento declino, fino a lasciare la carriera di parlamentare nel 2008 in ossequio al nuovo corso del Partito Democratico, partito nel quale, dopo una carriera da avversario, Casini è approdato dopo essersi staccato da quel Berlusconi a cui era arrivato a contendere la leadership, dopo che proprio il Cavaliere era stato l’approdo per i democristiani di area conservatrice.

Eh si che proprio Casini ha iniziato, dal ruolo di terza carica dello stato, all’assalto di un ruolo di leadership alternativa ai sistemi esistenti. In epoca di bipolarismo fu lui a lanciare l’idea di un terzo polo che guardasse al centro. Fallito in parte il tentativo (il 5% alle politiche del 2008 in cui presentava per la prima volta l’UDC fuori dal Pdl) si accordò con Fini, Presidente della camera dei Deputati dal 2008 al 2013 per sostenere la coalizione con Monti per l’Italia. Fu un fiasco, Fini, da poco a capo del suo Fli (Futuro e libertà per l’Italia) finì fuori dal Parlamento, Casini si salvò per poi approdare sul lido renziano.

In mezzo ai due Fausto Bertinotti (2006-2008), che fece rivivere ai comunisti i fasti di Nilde Iotti e Pietro Ingrao. Dopo aver provato a sfidare Prodi alle primarie dell’Unione nel 2005 e presentarsi come leader della coalizione, si è posto a capo di una coalizione alle elezioni del 2008, ma quella fallimentare della Sinistra Arcobaleno. Contrordine compagni, gli elettori hanno sbagliato.

Veniamo ai giorni nostri: Laura Boldrini da diplomatica fu proiettata nell’emiciclo di Montecitorio nel 2013 e, a sorpresa, ne divenne la terza donna a ricoprire la carica di presidente che, per l’occasione diventerà presidenta. Da posizione privilegiata si buttò nel guazzabuglio di Liberi e Uguali alle elezioni del 2018, non da leader ma certamente da figura di rilievo. Eletta sì, ma da generale senza esercito.

E oggi? Oggi abbiamo Roberto Fico, che studia da leader de la izquierda che vendrà, che vuole salvare il MoVimento 5 Stelle dalle fauci della Lega. E lo fa con dichiarazioni pubbliche che niente hanno da invidiare a Bertinotti o alla Boldrini, e con ambizioni di leadership che ricordano da vicino quelle di Casini o Fini.

Nulla a che vedere coi ruoli pacati e istituzionali della Prima Repubblica, oggi il ruolo di Presidente della Camera dei Deputati è, da un lato una modalità sobria per cercare di eliminare avversari politici nel più classico dei promoveatur at amoveatur. E proprio perché chi ricopre tale ruolo, capisce che il profilo istituzionale gli legherà le mani, lo utilizza per porsi come alternativa, proprio a chi lo ha inizialmente sostenuto. Un tentativo di riscatto insomma, che finisce, nella maggior parte dei casi, come un volo di Icaro. Chissà se Fico, ha studiato i predecessori, prima di (s)porgersi come come successore di Di Maio.

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