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Dal concetto di nazione al super Stato europeo

maggio 20, 2019 • Paralleli, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

L’Italia del presente assomiglia a David Crockett asserragliato dentro Fort Alamo, ma ad assediarla non c’è il generale Santa Anna bensì europeisti alla moda, esterofili e sacerdoti laici dell’«Umanità». Attorno all’Italia si stringono le spire del variegato mondo dell’anti-nazione, l’incestuoso circolo accademico-politico che mira a negare la realtà storica delle nazioni e dei popoli.

A partire dagli anni Ottanta, il dibattito intorno al concetto di Nazione è stato dominato dai «decostruzionisti» imbevuti di filosofia post-moderna e sociologia marxista. Due nomi su tutti, quelli di Benedict Anderson e Eric Hobsbawm, due intellettuali innamorati dell’Unione sovietica e fieramente internazionalisti. Hobsbawm ha esplicitamente definito le nazioni come «costruzioni» sociali della classe dominante nell’Ottocento: la borghesia; Anderson ha coniato l’abusata espressione «comunità immaginate»: le nazioni si fonderebbero su mitologie artificiali, mere sovrastrutture fabbricate a tavolino da nazionalisti, ancora una volta, borghesi. Ovviamente, né Hobsbawm né Anderson né i loro epigoni hanno saputo spiegare perché le nazioni sarebbero «immaginate» e «costruite», mentre l’Umanità o il Proletariato e oggi l’Europa sarebbero reali, concrete e autentiche.

Nessuno è tanto ingenuo da credere che le nazioni non si fondino anche su miti cesellati dai poeti e dalla retorica, non a caso celebriamo Cavour e Mazzini come due compagni e alleati durante il Risorgimento, quando il primo avrebbe messo a morte volentieri il secondo, ma da qui a negare la storicità delle nazioni ne passa.

L’Italia non se la sono inventata in un pomeriggio quattro ricchi borghesi, la parola «Italia» la si può leggere su monete risalenti agli anni fra il 91 e l’89 a.C. Periodo durante il quale gli alleati italici scesero in guerra contro i romani. Durante questo conflitto, il concetto «Italia» smette di essere una semplice denominazione geografica per indicare un insieme di genti, unite da un legame che li fa sentire un unico popolo legato da interessi comuni. La coscienza nazionale italiana è sopravvissuta grazie alla Lingua: basti pensare ai bellissimi versi di Dante, Petrarca e Leopardi dedicati all’Italia.

Se le nazioni, Italia compresa, fossero solo delle architetture simboliche imposte da una fantomatica classe egemone alle classi subalterne, come si spiega l’enorme successo e la pervasività dei miti nazionali? Come spiegare i giovani poeti, contadini, pittori, operai, volontari tanto nelle file di Garibaldi quanto nelle trincee del Podgora? Loro hanno sentito, intensamente, fin dentro le viscere e nelle carni la «Nazione Italia». L’hanno vissuta e l’hanno amata anche quando sembrava non esistere affatto, smembrata in tanti staterelli. Di questo ardore patriottico è rimasta traccia nelle cronache risorgimentali, nelle corrispondenze e nella memorialistica delle due guerre mondiali. Di fronte a quanti, uomini e donne, sono morti per la nazione, i decostruzionisti rimango muti ad ascoltare le loro teorie sgretolarsi.

L’idea di un Risorgimento elitario e borghese, che non toccò minimamente le masse è smentito dai numeri. Il risveglio nazionale italiano coinvolse decine di migliaia di volontari, tantissimi se si pensa al livello medio dell’istruzione al tempo. Certo, non fu un vero e proprio movimento di «massa», ma coinvolse un ampio numero di individui se lo raffrontiamo alla formazione dello stato nazionale in Francia, Spagna e Germania. I plebisciti del Centro Italia per l’annessione ai neonato Regno d’Italia nel 1860, mostrano numeri esigui ma importanti, se consideriamo il tempo storico.

Come è possibile che teorie così strampalate abbia avuto così tanto successo? Il terreno su cui è sorta la malapianta delle dottrine cosmopolite avverse alle nazioni è stato preparato dal Sessantotto, che ha denunciato la Nazione come oppressiva e ha svilito l’amor di Patria. Ma la vera ascesa delle «controstorie» anti-nazioni e anti-italiane è avvenuta alla fine degli anni Ottanta, nel periodo della costruzione dell’Impero europea di Maastricht e di Tangentopoli. La dissoluzione della fiducia nello Stato operata dagli scandali politici, la diffusione di un individualismo volgare ed edonista orientato solo al successo economico ha diluito il senso di comunità. In questo clima si è infilata la retorica europeista che vede gli italiani come «fannulloni mediterranei» con la corruzione nel Dna, bisognosi di un vincolo esterno che doveva essere l’Unione Europea.

La strategia politico-culturale degli eurofili anti-nazionali di destra e di sinistra tende a screditare gli italiani, gli intellettuali «esteromani» esaltano le virtù teutoniche e stigmatizzano l’«italietta» . Tutto ciò è funzionale alla cancellazione della Nazione italiana, necessaria alla creazione del super stato europeo. Il genio italiano deve essere rinnegato – come è accaduto di recente con la vicenda di Leonardo Da Vinci, diventato francese e poi italo-francese – così come deve essere rinnegata la Lingua italiana, sebbene sia una delle lingue più studiate al mondo, in ambito europeo è rimpiazzata dall’inglese e sempre più dal francese e dal tedesco.

Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di un nuovo Risorgimento soprattutto dal punto di vista chiave della cultura. Dobbiamo ritrovare la volontà di ridare all’Italia il suo primato indiscutibile nelle lettere, nelle scienze, nelle arti.

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