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Galateo politico e le vigili sentinelle del “giusto pensare”

maggio 9, 2019 • Politica, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

«Il linguaggio politicamente corretto non è altro che questo: galateo politico, non politica vera».

Così sentenziava Robert Hughes nel suo mirabile libro, La cultura del piagnisteo. Hughes scriveva negli anni Novanta e aveva previsto che l’intero universo della politica e della comunicazione si sarebbe piegato agli imperativi categorici della bontà. La televisione pubblica, quotidiani come La Repubblica e settimanali come L’Espresso sono impregnati di «angelismo» umanitario e si ergono a censori benevoli e vigili sentinelle del giusto pensare.

Tanto per capire di cosa stiamo parlando, durante i febbricitanti giorni del dibattito sul Global Compact e gli accordi di Marrakech, le erinni dell’accoglienza hanno scatenato i loro segugi. I prodi caballeros di La Repubblica inviarono il loro corrispondente dalle brume di Bruxelles, Andrea Bonanni, nella città marocchina. Quale informazione trasmise in Patria l’audace Bonanni? Disse che Salvini e la Lega, omettendo la loro firma all’accordo, negavano il «diritto al Bene». Il Bene elevato a categoria del Politico. Secondo le «Madre Terese di Repubblica», lo Stato italiano non dovrebbe tutelare i confini e la legalità, bensì ridursi a grande campo d’accoglienza e distribuzione di pasti caldi e calda solidarietà.

Un altro esempio di «pornografia» dei buoni sentimenti ci è fornito da L’Espresso in seguito alla morte di Antonio Megalizzi, il giornalista di ventotto anni deceduto tre giorni dopo l’attentato islamista di Strasburgo dell’11 dicembre 2018. La copertina del settimanale appariva così: una gigantografia del giovane, sorridente, colorato, sullo sfondo blu a stelle gialle della bandiera dell’Unione europea. Seguiva un lacrimevole elogio dei giovani sognatori europeisti, volontari in Africa, «i volti e le storie dei ragazzi e delle ragazze che cambiano il mondo» recitava il sottotitolo; un panegirico della «Erasmus generation» cosmopolita, tollerante, aperta… insomma, il ventre molle della civiltà occidentale.

Sia chiaro, la generazione Erasmus non è la meglio gioventù. La sua celebrazione piagnona è degna del salotto della D’Urso o di un video di Montemagno, funzionale ad imporre la UE attraverso i buoni sentimenti. Clint Eastwood l’ha giustamente definita «pussy generation», generazione di «fighette» che «ha paura di dire le cose vere e ci inonda di politicamente corretto. Oggi qualunque cosa dici ti danno del razzista». Questi giovani sono distanti anni luce dallo spirito critico, saranno pure dei sognatori ma «di notte sogna e vengon fuori i sogni di altri sognatori» per dirla con Gaber. Sono le prime vittime della loro utopia multiculturale. Generazione vuota, che odia sé stessa e che si batterà «per la libertà di girare in monopattino senza secondi né primi fini», come scrisse il compianto Philippe Muray.

Il servizio pubblico radiotelevisivo è un continuo sbrodolarsi addosso di luoghi comuni progressisti e amenità varie. Il gran visir dei benpensanti sintonizzati sulla Rai è lui, il soporifero Fabio Fazio e il suo celeberrimo Che Tempo Che Fa. Un programma dalle alte pretese intellettuali, che finisce per assomigliare a un golf club esclusivo per annoiati signori. Da Fazio transita il meglio (o il peggio) dell’«intellighenzia» del Bel Paese: da Ilaria Cucchi a Zerocalcare, da Massimo Cacciari a Raffaella Carrà. Il canovaccio è sempre il medesimo da anni, si mescolano personaggi pop ad altri più engagé e, alla fine, a stemperare gli animi e a mandare tutti a nanna con un sorriso ci pensa il «ravanello pallido» Luciana (o lucianina nel Fazio-idioma) Littizzetto. La non più verde signora torinese dal cachet milionario, che imbastisce le solite banalità in forma di barzelletta o motto di spirito. Inutile ribadire che i contenuti sono sempre i medesimi: immigrazionismo, esterofilia, elogio del «migrante» e della società che si vuole «aperta» e «colorata».

I mezzi di informazione italiani, cartacei o radiotelevisivi, sono dominati dal più noioso, asfittico e melenso progressismo. Collocabile, precisamente, a metà strada fra un circolo dell’ANPI e un romanzo rosa. Eppure, numerosi intellò, lamentano la crescita dell’editoria di «destra» e il vivace dibattito culturale di quell’area politica, che spesso investe anche figure della sinistra. Invece di studiare, scrivere, leggere… ignorano tutte le novità editoriali e giornalistiche. Non invitano gli autori in televisione, non danno loro spazio sui giornali o sui blog. Rimango abbarbicati ai loro salotti, alle loro redazioni, alle loro case editrici come cozze allo scoglio.

Fra un Martini e un Manhattan dicono due amenità sul fascismo, scrivono libelli in stile: «Ho 16 anni e sono fascista», deliziano il pubblico con una trovata in stile «fascistometro» (test che tutti abbiamo fatto dopo «scopri che animale sei») e ci inondano di articoletti indignati. È come vederli: «Ci sono tante case editrici di destra, cosa facciamo?», risposta: «Ci lasciamo andare all’antifascismo vittimistico e poi, facciamo quello che facciamo sempre, tiriamo a campare». Piccoli, provinciali e livorosi.

E così, Repubblica continua ad alternare agli articoli sulle divise indossate da Salvini a quelli sui «latte pappas», i papà svedesi che stanno a casa per accudire i pargoli. «Mais chacun dit ce qu’il peut», ciascuno dice quel che può, borbottava Cavour quando gli riferivano le idiozie di Casa Savoia.

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