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Il dominio del disprezzo

maggio 7, 2019 • Paralleli, z in evidenza

Pubblichiamo l’intervento di Niram Ferretti in occasione della presentazione di “Gli ebrei del mondo arabo: l’argomento proibito“ di Georges Bensoussan che si è tenuta lunedì 6 maggio presso il Teatro San Carlino a Brescia.

 

 

Prima di affrontare brevemente la specificità di questo piccolo e denso testo di Georges Bensoussan, Gli ebrei nel mondo arabo, l’argomento proibito, pubblicato in Italia da Giuntina, mi sia consentito fare alcune brevi osservazioni generali riguardo all’approccio che l’autore ha nei confronti della storia e del modo di narrarla. Perché mi preme farlo? Perché oggi viviamo un’epoca in cui più di ogni altra nella storia umana siamo subissati da una mole impressionante di informazioni che la nostra mente stenta ad assimilare e di cui una buona parte non solo è del tutto inutile ma persino dannosa. E dannoso è soprattutto ciò che si fonda sulla menzogna e la propaganda.

In quella che è stata definita l’epoca della post-verità (perché ormai sembra che sia possibile vivere solo in epoche contrassegnate dai prefissi), la storiografia è uno degli ambiti più colpiti. Ci è stato spiegato che non esistendo la verità, non esisterebbero neppure i fatti, ma ci sarebbero solo delle narrazioni la cui “verità” risiederebbe unicamente nella loro maggiore o minore forza di persuasione.

Il lavoro di Georges Bensoussan, di cui questo libro insieme ai numerosi altri da lui scritti, è testimonianza, va in una direzione esattamente opposta. Bensoussan da storico crede nella realtà e nei fatti e, alla pari di Edmund Husserl, crede soprattutto una cosa, che uno studioso degno di questo nome abbia il dovere morale e intellettuale di lasciare che siano i fatti a imporsi alla sua coscienza. I fatti obbligano lo storico a parlare in base al loro manifestarsi e devono essere i fatti a essere serviti non a diventare servi di una cornice interpretativa (ideologica) precostituita.

Come scriveva Albert Camus ne La Peste, “Era l’evidenza questa. Beninteso, ci si poteva sforzare di non vederla, tapparsi gli occhi e rifiutarla, ma l’evidenza ha una forza terribile che finisce sempre col vincerla su tutto“.

E ora veniamo al libro. All’oggetto di questa serata, un piccolo libro, come ho appena detto prima, di 143 pagine escluse le note, ma denso, stratificato, intenso, come tutti i libri di Georges Bensoussan.

Quale è l’evidenza che esso ci consegna? E’ questa, che lo stesso autore riassume a pagina 54-55 del testo, “L’onnipresenza del timore abita la storia di tutte le comunità ebraiche in terra araba”. “L’onnipresenza del timore”. Soffermiamoci su queste parole. Nessun pacifico idillio, nessun locus amoenus, nessuna età dell’oro dell’armonia e del reciproco rispetto. Questo è un mito. Bensoussan lo scrive nella prefazione:

“La leggenda di al-Andalus che è stata forgiata in primo luogo dall’ebraismo europeo nel XIX secolo…ha voluto fare del passato ebraico in terra arabo-musulmana un’era globalmente felice”.

Bisognava dunque raccontare e raccontarsi che rispetto alle sofferenze e alle persecuzioni subite nell’Europa cristiana, l’Islam, per un lungo periodo avesse avuto nei confronti degli ebrei un atteggiamento molto più conciliante e rispettoso al punto da potersi addirittura trasformare in un modello di convivenza.

“Frustrati dalla lentezza dei progressi dell’emancipazione ebraica in Occidente”, gli intellettuali ebrei del XIX secolo crearono questo mito dell’età dell’oro da contrapporre allo scenario europeo-cristiano. Ma la realtà fu ben diversa. La realtà scrupolosamente testimoniata dai fatti, ovvero, sempre per citare Bensoussan, dall’”enorme quantità di cronache, documenti d’archivio, testimonianze e documenti tratti da fonte diplomatica o militare di origine araba, occidentale ed ebraica”. Tutto un insieme di informazioni inequivocabili il quale ci dice che, “lungi dall’essere la terra dell’Eden, il mondo arabo è stato per la condizione degli ebrei una terra di dhimma, che letteralmente significa una terra di ‘protezione’, e cioè, nel linguaggio e nella realtà del tempo, una terra di sottomissione“.

Nell’architettura socio-culturale edificata dall’Islam l’ebreo è stato sempre considerato, salvo rare e straordinarie eccezioni unicamente funzionali alla logica del potere, un individuo degno di disprezzo, un referente istituzionalmente inferiore. Questa inferiorità, fonte di disprezzo, per secoli è stata reputata un fatto assolutamente naturale, così come, nell’antichità era considerato naturale, e dunque appartenente all’ordine del cosmo, che vi fossero uomini destinati alla schiavitù. Nel Maghreb, in Yemen, in Iraq, in Palestina, altrove, ovunque ci sia stato un dominio musulmano e una presenza ebraica, l’ebreo era fissato a priori in un ruolo subalterno, ruolo decretato tale appunto dal destino. Una conseguenza drammatica di ciò e che Bensoussan evidenzia in più parti del suo libro è che questo destino, fatto di inferiorità sociale e miseria spesso abbietta, è stato incorporato  per lunghi secoli dagli stessi ebrei nella propria auto-percezione, e dunque saldato psicologicamente alle loro stesse coscienze di individui sottomessi.

Quando questa “fatalità”inizia a incrinarsi oltre la metà dell’Ottocento in virtù dell’opera portata avanti da istituzioni come l’Alliance israelite universelle, fondata a Parigi nel 1860, la quale si premura di introdurre tra gli ebrei d’Oriente i modelli di istruzione occidentali, il mondo arabo-musulmano reagisce con ripulsa.

L’immagine ontologizzata dell’ebreo inferiore, culturalmente calcificata per secoli, infatti, lascia il posto a qualcosa che non può essere concepito. Non solo l’ebreo inizia, emancipandosi a parificarsi al musulmano, ma addirittura, in virtù di questa emancipazione comincia a sopravanzarlo. Tutto ciò per il mondo arabo musulmano è intollerabile.

A un certo punto del libro l’autore cita un opuscolo stampato a Beirut nel 1939 in cui il Comitato Supremo di Gerusalemme denuncia il “pericolo ebraico” riferendosi al conflitto in Palestina, con queste parole:

“Prima dell’immigrazione, i paesi arabi hanno conosciuto un tipo di ebreo orientale, pacifico, rassegnato, felice e riconoscente di vedersi al riparo dalle persecuzioni”.

Ora tutto è cambiato. L’ebreo che giunge in Palestina è “arrogante”, è “colonizzatore”. Certo è un essere ben strano rispetto a quello ancora più strano ma ben collocato al suo posto come i servi della gleba o i domestici in cucina, definito da una specie di ossimoro, “felice e rassegnato”.

Si può essere felici e rassegnati? Eppure questo accostamento rivela tutta una mentalità, rivela un rifiuto ben chiaro nei confronti di qualcosa di diverso rispetto a ciò che è sempre stato e che si immagina e si vuole consegnato alla perennità. Rimanere al proprio posto, sottomessi, rassegnati e felici, protetti dai padroni, come cani obbedienti e non troppo rumorosi.

Nel mitico regno della convivenza armoniosa tra arabi ed ebrei, c’è tutta la volontà di allontanare i fatti, di respingerli lontano, di raccontarsi delle favole, la principale, quella di un mondo pre-coloniale in cui vigeva una convivenza pacifica tra ebrei e arabi che sarebbe stata distrutta dall’arrivo degli europei. Lo stesso mito, che nel suo discorso di debutto all’ONU del 1974, Yasser Arafat propose alla platea che lo avrebbe poi calorosamente applaudito, quando raccontò di un idillio pastorale in Palestina tra arabi ed ebrei prima che subentrasse la sinistra “entità sionista”.

Il recupero dei fatti, della realtà, della terribile evidenza di cui parla Albert Camus, è ciò che Georges Bensoussan ci consegna in questo testo.

 

 

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