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Il copione cadaverico e i suoi recitatori

aprile 29, 2019 • Mondo, z in evidenza

di Niram Ferretti –

I salvatori della nazione dall’incombente tirannide si moltiplicano in tempi di pericolo. Mentre in Israele, prima delle elezioni vinte di nuovo da Netanyahu, il suo rivale, Benny Gantz, paventava nel caso di una altra vittoria del premier, l’avviarsi del paese verso il modello turco, e qui in Italia, Eugenio Scalfari e Roberto Saviano ci ammoniscono sul piano inclinato in cui ci troviamo a causa di Matteo Salvini, negli Usa, il grido di allarme è lanciato ora da Joe Biden.

L’ex vicepresidente americano entra così nell’agone degli sfidanti di Trump e ripropone sulla scena l’episodio dell’agosto 2017 in cui, a Charlottesville, Virginia, ci furono scontri tra, da una parte neonazisti e suprematisti bianchi e dall’altra neo-talebani mascherati da social warriors favorevoli alla rimozione di una statua equestre del generale confederato Robert Lee. Durante gli incidenti che si verificarono, una donna venne uccisa da un uomo che si lanciò contro di lei con una macchina e diciannove persone vennero ferite.

A seguito dell’episodio, Donald Trump specificò che dalla parte di chi si era radunato per protestare contro chi voleva la rimozione della statua, insieme a gentaglia che portava insegne naziste e urlava slogan antisemiti, c’erano anche persone per bene. Fu subito accusato di essere un sostenitore dei suprematisti bianchi.

Joe Biden, nel video con cui si candida a sfidare Trump nelle presidenziali del 2020 lo rimarca e avverte della minaccia che il presidente in carica rappresenta per il paese.

“Con quelle parole il presidente degli Stati Uniti attribuì una equivalenza morale tra coloro i quali disseminavano l’odio e coloro i quali, con coraggio, vi si opponevano. In quel momento seppi che la minaccia a questa nazione non aveva paragone con qualsiasi altra io abbia visto nella mia vita”.

Nulla di paragonabile all’11 settembre, nulla di paragonabile alla crisi dei missili del 1962 quando Biden aveva già vent’anni. Secondo Biden, la minaccia Trump, per gli USA è assai superiore a quella del terrorismo islamico e a quella che fu rappresentata dall’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda.

La minaccia che Trump rappresenterebbe era già stata, d’altronde, ben esplicitata dai democratici prima che diventasse presidente, ed ora, allo scadere del suo mandato, durante il quale gli Stati Uniti sono rimasti esattamente come erano prima, una democrazia, ma con la differenza di avere al comando un presidente repubblicano invece di uno democratico, il paese sarebbe ancora in grande pericolo.

Il refrain è implacabile e irrigidito in un rictus lessicale senza scampo. Bisogna salvare la nazione dal tiranno che sarà. Trump, Netanyahu, o Salvini, o Marine Le Pen, non importa. La minaccia alle nostre libertà è dietro l’angolo, ed è immancabilmente rappresentata da chi si trova a destra. Si tratta solo di tempo e poi potremmo solo rimpiangere di non avere dato ascolto a Biden o a Gantz o a Eugenio Scalfari.

Il fatto che Trump non prese mai, ovviamente, la difesa dei neonazisti e del Ku Klux Klan ma disse parole chiare che non sancivano alcuna equivalenza, è irrilevante. Il dispositivo schiacciasassi della propaganda non conosce requie, macina senza sosta parole d’ordine preconfezionate di cui i parlati si fanno portavoce unico. Una sola bocca, un solo vocabolario, come in una recita collettiva dove si replica lo stesso copione fisso, povero di idee, infallibilmente accusatorio.

“Fascista”, “razzista”, “islamofobo”, sono oggi le tre parole talismano con cui gli autoproclamati dispensatori della luce bollano chiunque dissenta dal loro verbo. Il coro liberal contro Trump è unanime, da Bernie Sanders a Beto O’Rourke, a Joe Biden, i candidati a sfidarlo sono perfettamente intercambiabili quando si tratta di accusarlo. Evidentemente credono che potranno sbaragliarlo ripetendo esattamente le stesse cose che sono state dette nella campagna elettorale precedente. Ed è questo, probabilmente, uno dei migliori vantaggi che il presidente in carica possa avere, quello della rigidità demagogica delle accuse rivoltagli dai suoi antagonisti.

In Israele, Benjamin Netanyahu è stato riletto portando a casa il migliore voto ottenuto dal Likud dal 2003 nonostante, anzi proprio in virtù del fatto di essere stato bollato come poco meno di Dillinger da chi voleva prendere il suo posto. In Italia, Matteo Salvini, nonostante Scalfari e Saviano che ci annunciano l’avvento di una nuova dittatura, si appresta alle europee con le vele gonfiate da un consenso crescente.

Forse che, in democrazie ben salde, chi vota a maggioranza i futuri presunti tiranni e dittatori, avverte che le urgenze sono altre e ben più reali della fine prossima dell’ordinamento democratico?

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