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Christopher Hitchens l’anticonformista

aprile 25, 2019 • Paralleli, z in evidenza

 

 

di Davide Cavaliere –

Quello che segue è un personale elogio di Christopher Hitchens. In gioventù fu un socialista trozkysta, un apologeta della rivoluzione sessuale e un caustico critico di Ronald Reagan. Apprezzatissimo dalla sinistra «liberal» angloamericana, era destinato a una comoda carriera da giornalista salottiero e «radical chic».

All’inizio degli anni Novanta, però, ruppe con la galassia patinata della «caviar left» quando si schierò a favore dell’intervento armato contro il nazional-comunista Milošević e in favore della repubblica bosniaca. Fu la prima di una serie di posizioni politiche «bastian contrarie», che lo portarono a sostenere George W. Bush e la guerra al terrore.

Hitchens, come l’intero mondo occidentale, non si aspettava che il XX secolo sarebbe finito là dove era cominciato: nei Balcani. Negli anni che seguirono la Guerra Fredda, in quella lunga striscia di terra erano ritornati i campi di concentramento, le fosse comuni, gli stupri etnici, le deportazioni e tutto l’armamentario genocida dell’Europa. Le immagini e le testimonianze che arrivano da Sarajevo, Gorazde, Olovo, Srebrenica… facevano pensare all’inferno dantesco illustrato da Gustave Doré o alla Treblinka raccontata da Vasilij Grossman.

Al prospettarsi di un intervento armato, la sinistra europea e americana reagì con un pacifismo ipocrita e affettato che Hitchens non tardò a fustigare. Come al tempo della guerra civile spagnola, le inerti potenze democratiche abbandonarono la Bosnia e accettarono con passività che le popolazioni delle città lungo la Drina fossero cancellate dalla carta geografica. Come scrisse nel suo brillante libro Consigli a un giovane ribelle:

«Tutta la sfibrata retorica ufficiale dopo tanti anni di deterrenza e vigilanza, tutta la propaganda sul «Mai più», tutti gli argomenti approssimativi dell’isolazionismo parevano fondersi in un’unica fiumana di eufemismi, evasività e ipocrisie».

Quel concentrato di reticenze e ipocrisie venne nuovamente a galla a seguito degli attentati dell’undici settembre 2001. Con le macerie delle Torri Gemelle ancora fumanti, i peggiori sospetti di Hitchens sulla sinistra presero corpo rapidamente. Già in molti evocavano lo spettro dell’imperialismo a stelle e strisce, paragonavano l’attentato organizzato da al-Qaeda ai missili da crociera lanciati da Clinton in Sudan tre anni prima e il vecchio Noam Chomsky si spendeva in un parallelismo fra i terroristi islamici e gli Stati Uniti. Insieme al linguista del MIT, gli scrittori Norman Mailer e Gore Vidal rovistarono nel fango del loro passato marxista e vi trassero fuori un cospirazionismo paranoico e antiamericano. Altri come John Updike e Susan Sontag erano spaventati dell’idea di stare dalla stessa parte del repubblicano Bush e finirono per stigmatizzarne il «machismo» e il militarismo.

Hitchens rimase fermo nella condanna del fondamentalismo islamico. Quando la reazione del governo americano arrivò, si spese a favore della guerra in Afghanistan arrivando ad affermare che se gli USA, in passato, avevano sostenuto i talebani in funzione antisovietica, avevano la duplice responsabilità di rimuoverli da Kabul fino all’ultimo villaggio afghano. Ma lo scontro più duro con gli ex compagni «liberal», Hitchens lo ebbe a proposito della «questione irachena». Il presidente Bush era intenzionato ad abbattere il regime di Saddam Hussein e su di lui già piovevano le accuse di «genocidio-imperialismo-crimini contro l’umanità». Hitchens era da sempre un sostenitore della causa kurda e aveva visitato i territori del Kurdistan iracheno dopo i bombardamenti e la gasazioni del regime baathista. Quella contro Saddam era, per il giornalista angloamericano, una guerra antifascista e un ritorno della sinistra all’internazionalismo cioè, agli ideali che avevano ispirato il suo amato George Orwell durante il «soggiorno» in Catalogna.

Nei mesi che precedettero la guerra strinse amicizia con il dissidente iracheno Ahmad Chalabi e col vicesegretario alla Difesa, Paul Wolfowitz. Denunciò le carenze dell’Onu e del suo ispettore Hans Blix. Durante la guerra scrisse un memorabile articolo in memoria di Mark Daily, un giovane americano morto nel deserto iracheno. Un pezzo memorabile e commovente.

Hitchens non era solo «rose e fiori», fu sempre un convinto oppositore del sionismo anche se, negli ultimi anni, ammorbidì questa sua posizione e criticò aspramente Hamas. L’ateismo militante e antireligioso di cui era portavoce era spesso superficiale e banale, ma bisogna riconoscere che giocò un ruolo fondamentale nelle sue posizioni in merito all’Afghanistan e all’Iraq. Le due guerre avrebbero dimostrato che l’America laica e tecnologica era più forte di Allah.

Hitchens diede comunque prova di una notevole onestà intellettuale e di una buona dose di anticonformismo rispetto ai «salotti buoni». Ci vuole coraggio a sfidare certi ambienti, la sinistra salottiera si dimostra spesso vendicativa e al povero Christopher non fece sconti.

Hitchens rimane una figura affascinante per la scrittura brillante, il gusto per la polemica e le abitudini politicamente scorrette: fumava Rothmans rosse, beveva molto Johnnie Walker Red Label (mi auspico che la scelta dei colori non fosse legata all’appartenenza politica) e per aver scritto alcune delle righe più belle di sempre:

«Guardati dall’irrazionale, per quanto seduttivo. Rifuggi dal “trascendente” e da tutti quelli che invitano a subordinarti o ad annientarti. Diffida della compassione; preferisci la dignità per te e per gli altri. Non aver paura di essere considerato arrogante o egoista. Immaginati tutti gli esperti come se fossero mammiferi. Non essere mai spettatore dell’ingiustizia o della stupidità. Cerca la discussione e la disputa per il piacere che ti dànno; la tomba ti offrirà un sacco di tempo per tacere. Dubita delle tue stesse motivazioni e di ogni giustificazione. Non vivere per gli altri più di quanto tu ti aspetteresti che gli altri vivano per te».

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