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Europa, una “gabbia d’acciaio?

aprile 24, 2019 • Paralleli, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Con l’approssimarsi delle elezioni europee, alcune domande sorgono spontanee: l’Unione Europea è davvero il nostro futuro? Hanno ragione gli europeisti quando affermano che è un progetto indispensabile, e che sottraendoci da esso finiremmo collocati ai margini della storia e della civiltà?

Ad avviso di chi scrive, a domande di questo genere si deve rispondere con laconico «no». La UE non è il nostro futuro, appartiene al passato dell’Europa, al tempo delle sue utopie socialiste e delle sue allucinazioni rivoluzionarie e gnostiche. Questa traballante Unione è il residuo dell’internazionalismo, del cosmopolitismo ingenuo e del sogno marxista di una umanità unificata sotto le insegne del proletariato. Illusioni che hanno avuto vita breve, negli anni Novanta già crollava l’impero transnazionale sovietico e le nazioni ricomparivano, prepotentemente, sulla scena politica mondiale.

Come ci ricorda l’ex dissidente sovietico Vladimir Bukovski, l’URSS mirava a creare una nuova entità storica: il popolo sovietico. Voleva plasmare l’uomo del futuro, l’uomo socialista. Per fare questo, gli individui si dovevano spogliare della loro nazionalità, della religione dei loro padri e delle loro usanze.

Oggi, la medesima cosa sembra avvenire all’interno dell’Unione Europea. Gli “eurofili” non sopportano l’idea che gli individui possano sentirsi italiani, inglesi, greci… le appartenenze nazionali sono un ostacolo al dispiegarsi della loro «Unione».

Le autorità di Bruxelles mirano a disintegrare la nazioni, come provò a fare l’Unione Sovietica, privandole della loro sovranità e favorendo l’immigrazione clandestina. La UE vuole generare «gli europei», cioè uomini senza una identità.

Il rifiuto dell’identità è la vera causa del naufragio delle istituzioni europee e della civiltà occidentale in generale. L’Unione ha solo il nome di «europeo», fin dalle suo origini ha rigettato le nazioni e la loro storia in quanto prodromi del fascismo. Rifiuto che ha toccato il suo apice nel 2005, col mancato inserimento della «radici giudaico-cristiane» all’interno della bozza di costituzione europea.

Questa volontà di obliare sé stessi ha generato degli organismi sovranazionali astratti e impersonali, che fanno colare le proprie norme assurte a verità sulle teste dei popoli. Per i teorici dell’impero di Maastricht, ogni identità nazionale e ogni diversità è una minaccia alla pace e al benessere economico. Le diversità vanno  quindi annullate e le nazioni omologate sotto il segno di ideali iperuranici.

Strumenti di questo programma sono le forme funzionali del pensiero e una ragione puramente strumentale: l’economia, la tecnica, l’asettica regolamentazione delle idee, delle merci, delle persone che non tiene conto delle realtà concrete e tutto sacrifica ai suoi astratti ideali. L’omologazione procede a passo spedito: moneta unica, autorità unica, pensiero unico, parlamento unico, la varietà delle forme e dei regimi politico-economici ridotta a un unico protocollo neutro.

Il potere decisionale viene trasferito dalle mani dei politici, a quelle di chi è più capace a impiegare gli strumenti tecnici, a redigere i codici e leggere i grafici. Quindi: tecnocrazia, finanza, sociologia, media, signori dell’algoritmo e statistiche. La volontà di cancellare ogni identità si manifesta anche nei codici linguistici promossi dalla UE. Il lessico politicamente corretto evita accuratamente ogni rimando alle origini culturali dei popoli e degli individui, il già citato Bukovski lo definisce «gulag mentale».

L’Unione Sovietica era governata da un gruppo ristretto di funzionari di partito non eletti, le cui decisioni venivano ratificate da uno pseudo parlamento, il Soviet Supremo. Allo stesso modo, L’Unione Europea è retta da una commissione dotata di scarsa legittimità democratica e da un parlamento-farsa, che non detiene alcuna autorità fondamentale e che si limita a «timbrare» le decisioni della commissione. All’interno della UE il potere è detenuto dalla Banca Centrale Europea, organo tecnocratico e non democratico. Detenendo il controllo della moneta, la BCE influenza le politiche economiche dei singoli stati nazionali e, insieme alla Commissione Europea, si è rivelata rigida sulle questioni teoriche aggrovigliandosi in una matassa dettata dal mantra delle politiche restrittive, del contenimento del deficit e della riduzione del debito a tutti i costi.

La UE si sta rivelando una vera e propria «gabbia d’acciaio», come diceva Max Weber, scarsamente democratica, supina alle ambizioni egemoniche franco-tedesche. Un progetto anacronistico e irriformabile che deve essere smantellato al più presto, ne va della libertà delle nazioni.

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