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Il santone dell’immigrazione e il pericolo del mitra

aprile 23, 2019 • Cultura e Società, z in evidenza

di Niram Ferretti –

Nell’universo ormai psicotico di Roberto Saviano non esistono sfumature o gradazioni, il mondo si colora in due campiture precise, bianca e nera, quella del Bene e quella del Male. Inutile evidenziare il campo in cui egli si è collocato ed è stato collocato, è da lì, infatti, che, simile a Isaia o Savonarola, lancia scomuniche e anatemi contro colui che ai suoi occhi ha ormai assunto la fisionomia della tenebra assoluta, Matteo Salvini.

“Il ministro della malavita”, così da lui appellato prendendo in prestito (in questo caso non plagiando) la definizione data da Salvemini a Giolitti, definizione per la quale l’autore di Gomorra, e santone laico dell’immigrazione dovrà rispondere in giudizio, è ormai una ossessione senza scampo.

Da quando Salvini è diventato Ministro dell’Interno, Saviano ha iniziato a rappresentarlo come il maggiore pericolo che l’Italia corre dal dopoguerra a oggi, pericolo per la democrazia si intende, di cui lo scrittore è, per nostra fortuna, in mancanza di Salvemini, strenuo difensore, scudo protettore. Egli è talmente calato nella parte di raddrizzatore dei torti e delle ingiustizie, da non rendersi mai conto, nemmeno per il frammento di un istante, di come il suo invasamento lo trascini inesorabilmente verso il surreale ed il grottesco.

Non lo aiuta certo il giornale per il quale scrive, La Repubblica, il cui anti-salvinismo è attualmente il sostituto di quella che per vent’anni è stata la sua bandiera e la sua ragione d’essere, l’anti-berlusconismo. Saviano allora non ribolliva come oggi, certo di Berlusconi non parlava bene, ma il Cavaliere non gli faceva lanciare appelli allucinati e pronunciare omelie, modalità nelle quali ormai si è specializzato.

Così, nell’ultimo articolo da lui scritto, dall’alto della sua torre di vedetta, blindata dalla polizia che ne vigila giorno e notte l’incolumità, essendo, come è noto, uomo assai a rischio per avere svelato gli arcani della Camorra, Saviano esorta tutti gli uomini di buona volontà a prendere coscienza del rischio tremendo che corriamo.

Il suo più recente appalesamento, il più inquietante, riguarda la rodomontata di Luca Morisi, spin doctor di Salvini, il quale, in un post pubblicato a Pasqua sulla sua pagina Facebook, ha scritto che i leghisti sono muniti di armi ed elmetto contro chi cercherà di fermare l’avanzata del Capitano, ovvero il Ministro dell’Interno. Il tutto accompagnato da una foto del condottiero descamisado che ispeziona un mitra ad una fiera. Per Saviano è troppo. Dopo i giubbotti della polizia indossati a suo dire abusivamente da Salvini e segno palese della sua propensione autoritaria, dopo i bambini fatti annegare in mare, segno di una ferocia senza pari, arriva ora l’evidenza più flagrante, il mitra.

Occorre, a questo proposito, ascoltare la sua voce. Il tono, come sempre, è perentorio:

“Quella di Morisi è stata un’evidente istigazione a delinquere, reato che i giuristi definiscono di pericolo concreto. Se l’alter ego social del ministro dell’Interno – colui il quale è al vertice della Polizia di Stato ed esercita quindi il monopolio della forza – minaccia magistratura e oppositori di ritorsioni armate, quindi di morte, il pericolo è concreto per definizione.

“Sono passate molte ore. In migliaia hanno segnalato quel post. Ma Facebook non lo ha rimosso. Perché Morisi ha deciso in maniera cosciente di affrontare un possibile processo per un delitto punito fino a cinque anni di carcere? E perché quel post non lo ha fatto direttamente come Matteo Salvini? Poi ho capito che la risposta alla mia domanda era la reazione di Facebook: Morisi ha testato su se stesso il limite. Il limite fino al quale spingersi in vista delle elezioni del 26 maggio. Qualche tempo fa postai la foto della donna e del bimbo annegati nello stesso naufragio al quale è sopravvissuta Josefa, soccorsa dalla Ong Proactiva Open Arms. Prima di postarla avevo reso irriconoscibile l’immagine del bimbo, ma nonostante ciò venne oscurata e per potervi accedere ancora oggi è necessario andare oltre l’alert connesso normalmente a ‘immagini forti o violente’. Per Facebook quella foto era ed è evidentemente una fonte di malessere per i suoi utenti. Perché Facebook non ha invece censurato la foto di Matteo Salvini – il ministro dell’Interno, non certo un comune cittadino – che imbraccia un mitra, postata da un soggetto con un profilo neanche verificato, che parla espressamente di uso delle armi contro chiunque si frapponga tra loro e il Potere? Quali sono i reali rapporti tra l’apparato comunicativo di Salvini e Facebook?”.

Sono domande importanti. Effettivamente sarebbe da indagare quale oscuro interesse lega “l’apparato comunicativo di Salvini” a Facebook. Morisi ha messo alla prova Facebook, ha voluto vedere fino a dove si poteva spingere e Facebook gli ha dato il nulla osta, quella stessa piattaforma che osa oscurare l’immagine del bimbo annegato postata da Saviano. E’ chiaro che qui c’è connivenza, c’è compiacenza. L’apparato di Salvini e Facebook e “l’istigazione a delinquere di Morisi”.

In questa circostanza Vladimir Putin non viene tirato in ballo, anche se si sa che Salvini nutre ammirazione per l’autocrate russo. Saviano accennò a Putin quando Salvini lo denunciò. Il Cremlino che ispira la denuncia nei confronti di Saviano.

Putin teme Saviano, così come lo teme la Camorra. Immaginiamoci un momento un Saviano russo, quali altri arcani avrebbe scoperchiato? Ma forse c’è già stato. Forse era Anna Politkovsaja…Ma lasciamo da parte Putin. Non fa parte del quadro. Il quadro è già abbastanza torvo di suo. Le parole “eversive” di Morisi, Salvini che ispeziona un mitra ad una fiera con alle spalle le forze dell’ordine che non glielo impediscono, perché si dovrebbe impedire sempre a un ministro, soprattutto se è quello dell’Interno, di ispezionare un mitra, Facebook che non interviene prontamente e censura il post. C’è già abbastanza materiale probatorio. Non occorre una mente superiore per vedere i nessi, le ramificazioni. Come quelli che coglieva Strindberg a Parigi, in uno dei suoi ciclici accessi paranoici.

Saviano giunge così, cartesianamente, alle conclusioni:

“L’impressione è che Facebook abbia scelto. Ha scelto di ritenere quella comunicazione rispettosa dei suoi standard. Dobbiamo concludere, dunque, che per Facebook non può essere denunciato l’orrore genocida delle politiche di accoglienza europee, ma che minacciare di gravi conseguenze la magistratura, gli oppositori politici e chi semplicemente critica le azioni del ministro dell’Interno vada bene. Facebook ha scelto, e lo ha fatto in maniera assai rischiosa anche per la piattaforma stessa, dato che ha condiviso, nella sostanza, una prospettiva in potenza eversiva senza aver fatto evidentemente i conti con le leggi dello Stato che, giova ricordarlo a chi pare vivere solo sulla superficie delle cose, puniscono l’incitamento all’odio. Ma Facebook vive dell’illusione totalitaria che fuori da Facebook un personaggio pubblico non esista. Che non esistano le opinioni al di fuori di Facebook, perché non conoscibili. Un vicolo cieco nel quale la tecnologia travolge le democrazie liberali. Ma l’amaro risveglio, oggi, non possiamo dire ancora con certezza a chi toccherà, poiché la partita tra Facebook e gli Stati democratici è ancora aperta, si sta ancora giocando”.

Roba grossa effettivamente, altro che i camorristi. Questa è una battaglia cosmica, il Bene e il Male, e i complici del Male, Facebook anche. Il “vicolo cieco”, le potenze o i potentati, i troni e le dominazioni, gli arconti, l’arconte Salvini soprattutto, contro l’Arcangelo dell’immigrazione a tutto spiano munito del suo Vangelo secondo il quale la salvezza non viene dai giudei ma dai migranti. Altro che Francesco, lui è solo il papa, alle sue spalle si erge ingombrante e ultimativa, come quella di un profeta biblico inascoltato, la figura di Saviano.

E’ esaltante vivere in un’epoca in cui ci sono dati in sorte tali ammonitori.

 

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