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Stato nazionale e democrazia rappresentativa

aprile 16, 2019 • Paralleli, z in evidenza

 

 

di Davide Cavaliere –

Dalla fine del secondo conflitto mondiale, i politici e gli intellettuali hanno individuato nel nazionalismo e, di conseguenza, nelle identità nazionali e negli stati nazionali la causa della guerra che devastò l’Europa e della Shoah. Per decenni, come affetti da ecolalia, hanno scandito sempre lo stesso mantra: la nazione è provinciale, chiude le menti e le anime, impoverisce gli individui e gli inocula i germi del fascismo e del militarismo. Eppure, non è stato sempre così.

Nel corso del XIX secolo sino al primo dopoguerra, il nazionalismo costituì un’ideologia liberale e democratica. I patrioti europei alle rivendicazioni di carattere costituzionale, univano quelle per l’indipendenza nazionale.

Alle soglie del primo conflitto mondiale prese corpo il fenomeno dell’interventismo democratico, che voleva farla finita con gli imperi centrali, residui di un mondo oramai tramontato, e liberare le nazioni sottomesse alla corona asburgica.

Gli eventi sopraccitati dimostrano che il nazionalismo può essere disgiunto dall’autoritarismo, dall’idea di Razza e dal revanscismo. Anzi, lo stato nazionale è stato storicamente lo spazio all’interno del quale si è sviluppata la democrazia rappresentativa e sociale. A sostenerlo è il biblista israeliano Yoram Hazony, nel saggio intitolato The Virtue of Nationalism (Basic Books). Hazony muove da una considerazione fulminante: il nazismo non era nazionalista. Hitler era un imperial-razzista, che considerava lo stato-nazione come una struttura inadatta alle potenzialità e alla volontà del popolo tedesco.

Il nazismo aveva un programma imperialista, voleva «germanizzare» l’Europa. Dopotutto, basta leggere cosa prevedeva il «Piano Funk» elaborato dal ministro per gli affari economici del Reich, Walter Funk: subordinazione dell’apparato produttivo europeo alla politica economica tedesca e in funzione della sua supremazia, livellamento delle normative, moneta unica sostenuta da un sistema di compensazione fra importazioni ed esportazioni.

Se nel leggere le ultime righe avete pensato all’attuale Unione europea germanocentrica, non siete andati fuori strada. Per Hazony, l’attuale Unione europea è l’ennesima riproposizione di una concezione imperiale dell’ordine europeo. Un insieme di popoli uniti sotto un’unica autorità centrale, tecnocratica e non politica nel caso dell’attuale Unione.

La premessa indispensabile di qualunque struttura imperiale è la negazione dell’idea di nazione, il progetto federalista europeo è ontologicamente anti-nazionale e tende a demonizzare tutte quelle realtà che non intendono assoggettarsi alle nuove autorità transnazionali. Questa è la ragione dell’avversione della UE allo Stato d’Israele e agli Stati Uniti d’America, due stati nazionali fieri della propria identità e refrattari all’utopia cosmopolita. Solo con la loro esistenza ricordano agli euroentusiasti la persistenza e la forza di ciò che vorrebbero negare.

Le forze sovraniste ed euroscettiche del Vecchio continente, dovrebbero ispirarsi al sionismo e al patriottismo americano e alla loro capacità di coniugare la fierezza per la propria nazione alle più solide istituzioni democratiche. L’alternativa sarà essere sommersi dal cupio dissolvi dell’ideologia imperial-europeista.

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