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Kubrick, il moralista visionario

marzo 7, 2019 • Paralleli, z in evidenza

di Niram Ferretti –

 

Il 7 marzo del 1999 Stanley Kubrick moriva a causa di un infarto che lo colpiva nel sonno.

Grande opera scritta per immagini, resta per i posteri la sua compatta ed esigua produzione cinematografica.  Tredici film nell’arco di quarantasei, anche se i primi due, Fear and Desire, 1953 e Il bacio dell’assassino, 1956, li considerava poco più che delle bozze, degli esercizi amatoriali, mentre Spartacus, 1960, fu un progetto in cui subentrò, e che, col passare degli anni, discostò da sé.

Kubrick, l’inquieto genio ebreo nato nel Bronx nel 1928, che scelse, o forse è meglio dire, come è sempre nel caso delle vocazioni irrevocabili, fu scelto dalle immagini, da quando, ancora ragazzo, diventò, a soli diciotto anni, apprendista fotografo per Look per poi essere assunto a tempo pieno dalla prestigiosa rivista newyorkese.

E’ questa la preistoria di chi non avrebbe abbandonato più, fino alla morte, (avvenuta inaspettatamente dopo che aveva appena finito di girare Eyes Wide Shut) il cinema, consacrandosi interamente a raccontare sullo schermo la sua visione dell’umanità. Visione beffarda, cupa, abrasiva, mai consolatoria o conforme alle aspettative del pubblico e dei critici e soprattutto così in contrasto con la visione liberal e progressista della storia. A questo proposito, l’equivoco di un Kubrick “di sinistra” nato dopo Orizzonti di Gloria, 1957 scambiato per un pamphlet antimilitarista mentre si trattava e si tratta di una riflessione disincantata sulla storia e la civiltà (costante fissa del cinema di Kubrick), si dissipò con forza al cospetto di Arancia Meccanica, 1971. Allora Kubrick divenne per alcuni critici un reazionario, se non, addirittura un fascista, semplicemente perché, aveva mostrato come il male non ha preferenze politiche ma è distribuito con equanimità ovunque. Non poteva essere che così per chi, durante una intervista rilasciata per l’uscita di Arancia Meccanica, dichiarava senza mezzi termini:

“Penso che Rousseau, trasferendo il concetto di peccato originale dall’uomo alla società, si sia reso responsabile di un sacco di analisi sociali fuorvianti che poi seguirono. Non credo che l’uomo sia quello che è a causa di una società strutturata imperfettamente, ma piuttosto che la società sia strutturata imperfettamente a causa della natura dell’uomo”. [1]

Il ribaltamento della posizione illuminista, il convincimento freudiano che nel soggetto sia inscritta ontologicamente una negatività che può essere soltanto domata ma mai dissolta, è per Kubrick alla base della sua critica corrosiva nei confronti dell’idea stessa di civiltà, e dunque, inevitabilmente, a una critica parallela nei confronti delle nozioni solidali e complementari di progresso e razionalità. Si può dire a questo proposito, che tutta la sua opera ruoti intorno alla sconfessione dei capisaldi della Weltanschauung progressista, propugnata nell’età moderna proprio dall’illuminismo, e incardinata sulla triade ragione-progresso-civilizzazione, sulla persuasione cioè che essa costituisca di per sé una garanzia sufficiente al levamento della contraddizione, al superamento del negativo.

La sconfessione della triade ragione-progresso-civiltà è, nell’opera di Kubrick, rappresentata emblematicamente come crisi interna ai tre termini che la compongono, crisi che ognuno dei suoi film si è incaricato individualmente di esibire. E’ vero, dunque, quello che ha scritto Michel Ciment, “Il mondo di Kubrick è sempre sul punto di sprofondare”[2], e questo perché nel mondo da lui messo in scena viene meno il presupposto prometeico, prima rinascimentale poi illuminista, che l’uomo abbia il potere (la capacità) di predisporne la sorte verso l’ordine. Al contrario, l’uomo viene raffigurato come privo in modo desolante di questo potere.

Si tratta dunque di mostrare come la Storia (e le storie dei singoli), all’interno di una visione interamente immanentistica ma non atea, semplicemente priva di preoccupazioni o tensioni spirituali, non procedano verso il bene, il meglio, o il giusto, ma si pongano come testimonianza incontestabile e primaria di un disordine umano troppo umano, interno al loro procedere.

Sarà necessario allora sottolineare l’inefficacia della ragione (Rapina a mano armata ), evidenziare come essa stessa sia produttrice di sragione (Stranamore), bisognerà indicare che i fasti della civiltà del passato (Barry Lyndon ) e quelli della civiltà del futuro (2001 ) sono, come in una medaglia, il recto, che impedisce di vedre il verso della distruzione organizzata (la Guerra dei Sette anni, la Guerra, l’annunciarsi della Rivoluzione francese), o della progressiva (questo si un risultato effettivo del progresso) deumanizzazione prodotta dall’imperio tecnologico. Ma sarà anche necessario dire che civiltà e progresso producendo e glorificando i loro grandi feticci, l’Arte e la Cultura (il ‘700, della musica, dei dipinti, dell’architettura, dell’Encyclopédie, così come, poi, la musica di Bethoveen e i valzer viennesi) continuano a trascinarsi appresso, indissolubili, paralleli, la barbarie e l’involuzione, e quindi i loro correlati, l’amoralità, l’ingiustizia, la violenza, la corruzione (Orizzonti di gloria, Barry Lyndon, Arancia Meccanica). Insomma, si tratterà di chiudere una volta per tutte con la favola bella che illuse e illude gli illusi.

“Antiidealistica e antidialettica”[3] come la visione di Leopardi, vocazionalmente nemica di sintesi e conciliazioni, quella kubrickiana procede impietosamente nella catalogazione ragionata dei modi minacciosi in cui si declina il male, nelle forme collettive e soggettive, pubbliche e private, esterne ed interne, del suo manifestarsi. La debolezza dell’Illuminismo e dell’Idealismo (già strutturalmente anticipato nella dialettica del progresso settecentesca) per Kubrick sta, infatti, nel suo ottimismo di fondo, nella sua promessa di bonheur che l’evidenza dei fatti, dei fatti concreti, smentisce senza sosta. E’ l’ostinazione stessa del male, dunque, è la sua costanza empirica a persuadere, nonostante i discorsi contrari, a rendere risibili le prospettive definitive di cura, i supposti antidoti miracolosi.

Soltanto tenendo gli occhi spalancati-aperti, (per parafrasare il titolo del suo ultimo film), si può vedere ciò che c’è da vedere. Vedere significherà allora per chi ha consarato tutta la sua esistenza a fare vedere ciò che egli ha saputo vedere, far si che anche gli altri, alla pari di lui, vedano, e vedendo imparino.

Oggi, a vent’anni di distanza dalla morte di questo grande moralista visionario l’invito è di guardare ancora al suo straordinario lascito, è quello di farsi catturare nuovamente con stupore, meraviglia e riconoscenza dalle immagini indimenticabili che ha saputo creare per noi. E’ quello di godersi lo spettacolo, e, al contempo, di rinvenire in esse, puntuale, la diagnosi del disagio profondo che si cela dietro i proclami delle nostre magnifiche sorti e progressive.   

 

[1]  Stanley Kubrick, intervista a Michel Ciment, in Michel Ciment, Kubrick. Milano Libri, 1981.

 

[2] Michel Ciment, op. cit.

[3]  Mario Andrea Rigoni, Introduzione a Giacomo Leopardi, La Strage Delle Illusioni. Adelphi, 1992

 

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