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Il principio di realtà

marzo 1, 2019 • Medio Oriente, z in evidenza

di Niram Ferretti –

Ci vuole un principe del foro come Alan Dershowitz per evidenziare un fatto fisiologico che in politica può solo scandalizzare i sepolcri imbiancati e i moralisti un tanto al chilo, ovvero che, come ci insegna Da Ponte da Mozart musicato, “Cosi fan tutte”, o tutti?

A proposito del caso Netanyahu, accusato di abuso di fiducia e corruzione, e rinviato a giudizio ieri, Dershowitz ha detto “Non ci sono prove sufficienti di un reato. Ritengo molto pericoloso iniziare a rinviare a giudizio le persone basandosi sulle negoziazioni con i giornali. E’ quello che fanno i politici”.

Difficile pensare se non per chi della politica ha l’idea tutta astratta e ideale, fuori dalla realtà dunque, che non vi sia tra stampa e politica una tessitura fitta intelata su favori e regalie, non necessariamente basate sulla compravendita, ma meno scandalosamente sul principio che una mano lava l’altra. E’ così che funziona da quando i media sono oggetto e soggetto preponderante della società. La stampa serve al potere e il potere serve alla stampa anche quando quest’ultima si dichiara libera, liberissima.

Un politico che abbia in un giornale un megafono suo proprio come in Italia può essere sì una anomalia ma non un reato, ma in modo meno eclatante si può pensare agli USA, dove l’intreccio tra politica e media è più fitto dei serpenti sulla testa di Medusa. Eppure nessuno si scandalizza della partigianeria del New York Times o del Washington Post, della CNN o di Fox News, del fatto che tra strizzate d’occhio, buoni uffici e accordi taciti, si appoggi Tizio o Caio, si porti acqua al suo mulino in modo più o meno spudorato e si chiedano, sì, si chiedano reciprocamente favori. Il pudore non è prerogativa della politica.

In Israele la sinistra virtuosissima che da anni inscena processi mediatici ed esecuzioni simboliche di Netanyahu, ha potuto godere di un ampio palcoscenico in cui, di volta in volta, sono state presentate accuse farsesche a lui rivolte e alla sua consorte, dalla cresta su vuoti a rendere, ai lavori di manutenzione fatti nella villa di Cesarea e addebitati in conto allo Stato, ai pasti ordinati in costosi ristoranti anch’essi addebitati allo Stato, per poi passare alle cose serie, ai sigari e altri regali forniti a Netanyahu dall’amico produttore per avergli fatto rinnovare il visto americano. Poi si è giunti ai sommergibili veduti alla Difesa, e qui sarebbe stato un caso davvero succulento, un Lockheed sottomarino, se si fossero trovate le prove contro il premier israeliano ma non avendole trovate si è ricorso appunto ai sigari e presunti accordi sottobanco con l’editore Arnon Mozes ma soprattutto con il magnate Shaul Elovitch che avrebbe fornito a Netanyahu una copertura editoriale favorevole tramite il sito di notize Walla in cambio di decisioni politiche che avrebbero favorito Bezeq sul mercato. Ed è questo, in fin dei conti, il vero pezzo forte delle accuse, il piatto principale. L’accordo illecito con Elovitch che avrebbe donato a Netanyahu una copertura assai favorevole su Walla e al magnate un miliardo e ottocento milioni di sheckel di introiti grazie a leggi fatte pro domo sua. Certo per un ritorno di denaro così faraonico, la copertura di stampa favorevole deve essere stata assai massiccia, sproporzionata, non, come afferma Netanyahu di alcuni articoli positivi in un “oceano” di copertura a lui avversa.

Quello che il premier in carica ha definito un castello di carte che verrà mandato all’aria, è ciò che grava al momento su di lui. Sì, sono tante carte, una costruzione indiziaria in cui, il maggiore dei reati figura come quel do ut des che qui non implica mazzette. Non appare nessuna pistola fumante o corpo del reato.

Per presentare il suo contrattacco basato su riscontri e dati che dovranno confutare ciò che gli viene addebitato, a Netanyahu ci vorrà minimo un anno.  E’ questo infatti il tempo necessario prima che si apra al cospetto del Procuratore Generale l’audizione in cui il premier israeliano potrà presentare la sua versione contro il rinvio a giudizio che di fatto diventerà effettivo, solo dopo l’audizione. A quel punto e solo allora si saprà se vi sarà un processo.

“Solo dopo lo svolgimento dell’audizione e la valutazione dei dati forniti in questa cornice verrà presa una decisione finale relativa ai vari casi”, ha scritto il Procuratore Generale, Mandelblit. Fino ad allora Netanyahu non ha di che preoccuparsi ed è come tutti i cittadini di uno Stato garantista, salvo per i giacobini che ne vorrebbero la testa issata su una picca, innocente fino a prova contraria.

Dunque, l’opposizione  guidata da Gantz, dovrà aspettare a lungo dopo le elezioni del 9 di aprile prossimo, presumibilmente fino all’inverno del 2020, prima dell’audizione davanti a Mandelblit dove Netanyahu farà valere le sue ragioni. Da qui ad allora molte cose possono accadere, una, la più insidiosa per l’opposizione, è che Netanyahu e la sua coalizione vincano un’altra volta le elezioni.

 

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