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Dalla Sardegna alle europee passando per la Basilicata e il Piemonte, quali scenari?

febbraio 27, 2019 • Politica, z in evidenza

di Stefano Bonacorsi –

Al netto delle elezioni in Sardegna e delle proiezioni per le Europee (con l’aggiunta di Basilicata e Piemonte) la sensazione è che il governo del triumvirato mattarelliano Conte-Di Maio-Salvini finirà all’indomani del 26 maggio.

Da giorni i retroscenisti dipingono scenari che passano dal dramma alla farsa in uno sfogliar di pagina di quotidiano. Ma c’è un dato che nessuno (forse) tiene in considerazione: il 3 marzo ci saranno le primarie del Partito Democratico e c’è già chi sta iniziando a preparare le valigie: Giacchetti ha dichiarato che se rientrano Emiliano e Bersani se ne andrà, così come Calenda ha detto che il modello Zedda, quello visto in Sardegna, non gli piace. Ed ecco la chiave di volta del governo che verrà.

Fermo per ora Renzi con le inchieste di famiglia che ne bloccano una pur improbabile risalita, i suoi luogotenenti sono pronti ad andarsene in un fronte che potremmo definire liberal democratico. Calenda, dal canto suo uomo di establishment, ha ricevuto endorsement persino da Berlusconi, e in un ottica nella quale, Salvini non vuol fare il Renzi (cioè non vuole guidare un governo senza un’investitura popolare) potrebbe essere il giusto supporto, col suo fronte repubblicano a un governo di transizione.

Sì perché la cosa che appare chiara a molti è che spazio per un’altra tornata elettorale non c’è o se c’è non si sa dove metterla. E allora Mattarella dovrà inventarsi qualcosa che superi l’attuale governo e, vedendo come si è mosso a suo tempo per l’istituzione del triumvirato, sicuramente inventerà qualcosa di grottesco ma che, nel suo esser costituzionalista, avrà l’efficacia temporale per arrivare al 2020. Dopo di che, tana libera tutti. Ma nel frattempo?

Nel frattempo sarà da vedere se il MoVimento 5 Stelle vivrà realmente una scissione oppure si accartoccerà su se stesso relegandosi all’opposizione di un eventuale “gombloddoh”. Così come sarà da vedere se, a distanza di un anno è veramente realizzabile un governo di centro destra che però, numeri alla mano, non è autosufficiente in parlamento.

Perché i sondaggi non comportano automaticamente l’elezione del nuovo parlamento, né lo fanno i cambi di colore nelle regioni, dato che, con la bocciatura della riforma Boschi non sono i consigli regionali a determinare la composizione del Senato (e quindi il 6 a 0 sbandierato da Salvini è un dato a sè stante confrontato al raggio d’azione del Governo in Parlamento).

Infine sarà da vedere se ci sarà disponibilità dell’ala ex renziana-calendiana del Pd a sostenere un governo di orientamento non proprio affine, e lo stesso discorso vale per l’eventuale area governista dei Cinque Stelle.

Sono solo ipotesi basate su retroscena che tutto dicono e tutto smentiscono. C’è da chiedersi però, data la situazione economica che si prospetta stagnante, se non sia meglio da parte di Mattarella sollecitare da subito un ruolo più centrale del Parlamento a fronte di un’azione di governo che è si incentrata sul compromesso, ma anche di un incertezza esasperante. Perché questo? Perché è il Parlamento che approva in via definitiva le leggi, lentezza permettendo.

E spostare il ruolo sul Parlamento, oltre a essere più consono a livello costituzionale, eviterebbe uno stallo, quello successivo al voto europeo, che potrebbe essere molto più dannoso rispetto ad esempio ai ritardi sull’economia e le infrastrutture, dovuti essenzialmente al prendere tempo.

Costringere dunque l’attuale governo a un ruolo più amministrativo che non politico, dato che in ogni caso la composizione di una maggioranza di governo, senza nuove elezioni, è molto più complessa rispetto allo scenario attuale.

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