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Il Belgio accoglie il multiculturalismo

febbraio 21, 2019 • Paralleli, z in evidenza

 

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

di Judith Bergman – 

Il rapporto osserva che i testi utilizzati invocano la possibilità che i gay vengano lapidati o defenestrati e definisce gli ebrei “corrotti, malvagi e traditori”. (…) Gli scritti, continua il report, esortano alla “guerra” contro tutti coloro che non seguono l’Islam sunnita. – Un brano tratto da un recente documento dei servizi di sicurezza del Belgio.

“Il principio più importante del jihad è combattere i miscredenti e gli aggressori. (…) Il jihad armato diventa un dovere individuale per ogni musulmano.” – Da un manuale utilizzato per l’insegnamento nelle moschee belghe, secondo un documento di intelligence trapelato.

Tali manuali, osserva il report, sono ampiamente disponibili “grazie ai mezzi finanziari e tecnologici illimitati dell’apparato di proselitismo dell’Arabia Saudita e di altri Stati del Golfo”. I manuali, aggiunge il documento, sono stati rinvenuti non solo in Belgio, ma anche nei paesi limitrofi.

A maggio, Benjamin Herman, un criminale che si è convertito all’Islam in carcere, ha ucciso tre persone (tra cui due agenti di polizia) a Liegi, in Belgio, durante un permesso premio di 48 ore. Ha poi colpito e ferito altri quattro poliziotti al grido di “Allahu Akbar”. Nella foto: il centro della città di Liegi.

An aerial view on the city of Liege in the Wallonia region of Belgium with Saint Bartholomew church and Curtius Museum

(Fonte dell’immagine: iStock)

Il Belgio, nel suo benevolo benvenuto ai nuovi arrivati dal Medio Oriente, sta affrontando una persistente minaccia terroristica e “un’ondata di jihadismo”, secondo un nuovo rapporto pubblicato il 30 novembre dai servizi di intelligence belgi, la cui attività è svolta dalla Sûreté de l’État (VSSE). Il motivo principale di queste recenti acquisizioni, osserva il report, è la continua radicalizzazione islamica dei detenuti nelle carceri belghe e il rischio che i detenuti condannati per terrorismo siano coinvolti in atti terroristici una volta tornati in libertà dopo aver scontato la pena.

“Nei prossimi anni,” afferma il report, “la VSSE sarà portata a prestare particolare attenzione al monitoraggio dei detenuti condannati per atti di terrorismo [dopo che sono] tornati in libertà”. Gli autori del rapporto non rivelano quanti reclusi radicalizzati siano presenti nelle carceri belghe; solo nel settembre del 2018, c’erano 130 detenuti per atti di terrorismo o “in custodia cautelare per reati connessi al terrorismo”.

“Tenendo conto della persistente tendenza a recidivare tra gli ex detenuti per terrorismo, per non parlare dei comuni criminali radicalizzati, il Belgio continuerà ad affrontare una minaccia terroristica latente per molto tempo ancora”, il documento accenna all’argomento.

I servizi di intelligence belgi non sembrano considerare l’Islam un fattore chiave del terrorismo islamico. Il report attribuisce altre motivazioni allo sviluppo del terrorismo islamico internazionale, quali: “…discriminazione reale o percepita, instabilità politica, misere condizioni economiche, disoccupazione, livello di sviluppo”.

Benjamin Herman, ad esempio, era un criminale convertitosi all’Islam in carcere. Nonostante egli fosse schedato dalla Sicurezza di Stato come sospetto radicalizzato, lo scorso maggio, a Liegi, uscito dalla prigione grazie a un permesso premio di 48 ore, ha ucciso tre persone, di cui due poliziotte. Ha risparmiato una donna, a quanto pare perché era musulmana. Ha inoltre colpito e ferito altri quattro agenti di polizia al grido di “Allahu Akbar”. Il ministro dell’Interno Jan Jambon ha dichiarato all’epoca:

“Ci sono segnali che ci permettono di parlare di radicalizzazione in carcere. Ma può anche essere dovuto al fatto che non aveva più prospettive nella nostra società, il che spiega l’omicidio da lui commesso la sera prima”.

Nel 2017, un rapporto confidenziale trapelato rilevò che c’erano 51 organizzazioni a Molenbeek – un quartiere di Bruxelles che è stato definito la “capitale jihadista d’Europa”, dove è stata registrata la presenza di numerosi jihadisti, compresi alcuni coinvolti negli attentati di Parigi del 2015.

La stessa Bruxelles è stata teatro di un attacco nel marzo del 2016, quanto i terroristi musulmani uccisero 31 persone, ferendone circa 300 negli attentati all’aeroporto di Bruxelles e nella stazione della metropolitana di Maalbeek.

Inoltre, in Belgio, è attualmente in corso un processo di islamizzazione.

Un altro ambito in cui la radicalizzazione è crescente, secondo un ulteriore documento confidenziale dei servizi segreti trapelato a maggio ai media, è quello delle moschee dove viene predicato il jihad. Alcune di esse, come la Grande Moschea di Bruxelles finanziata dai sauditi, sembrano formare imam per promuovere il jihad armato, l’odio verso gli ebrei e pare che perseguitino i membri della comunità LGBT. Il report osserva che i testi islamici diffusi in queste moschee invocano la possibilità che i gay vengano lapidati o defenestrati e definiscono gli ebrei “corrotti, malvagi e traditori”. Gli scritti in questione, continua il report, “si ispirano principalmente al diritto islamico classico del Medioevo” ed esortano alla guerra contro tutti coloro che non seguono l’Islam sunnita. “Il principio più importante del jihad”, si legge in un manuale didattico, “è combattere i miscredenti e gli aggressori. (…) Il jihad armato diventa un dovere individuale per ogni musulmano”.

Tali manuali, osserva il report, sono ampiamente disponibili “grazie ai mezzi finanziari e tecnologici illimitati dell’apparato di proselitismo dell’Arabia Saudita e di altri Stati del Golfo”. I manuali, sia in formato cartaceo sia online, aggiunge il documento, sono stati rinvenuti non solo in Belgio, ma anche nei paesi limitrofi.

Un altro modo in cui l’islamizzazione si sta diffondendo è la rimozione delle tradizioni cristiane, per paura di “offendere la sensibilità”. A Bruges, gli organizzatori del mercatino di Natale hanno cambiato il suo nome in “Mercato invernale” per “non offendere gli altri credi religiosi”, spiega il quotidiano belga HLN.

Le luminarie natalizie diventano ora “illuminazioni invernali”. Secondo Pieter Vanderyse, l’organizzatore del mercatino invernale di Bruges, “se utilizziamo la parola Natale, essa sarà associata a una religione, allora vogliamo essere più neutrali. Non sappiamo dove sia il problema, il nome è stato cambiato da due anni”.

Sempre secondo HLN, altre città belghe come Bruxelles, Anversa, Gand e Hasselt hanno cambiato il nome dei mercatini natalizi chiamandoli “mercati invernali, “terre invernali” o “divertimenti invernali”.

Si potrebbe tuttavia ipotizzare che oltre a temere di “offendere la sensibilità”, gli organizzatori abbiano anche paura del jihad. I mercatini natalizi in Europa sono diventati ripetuti bersagli del terrorismo islamista. Nel 2016, un terrorista, Anis Amri, uccise 12 persone in una mercatino di Natale a Berlino dopo aver promesso fedeltà all’Isis. Più di recente, il 2 dicembre 2018, un uomo armato di accetta e al grido di “Allahu Akbar” [“Allah è il più Grande!”] ha minacciato alcune persone in un mercatino natalizio nella città tedesca di Witzenhausen.

Il crescente desiderio di accontentare i nuovi arrivati dal Medio Oriente non è limitato alle attività commerciali come i mercatini di Natale. Anche la Chiesa cattolica è intervenuta. A Liegi, al funerale delle due poliziotte uccise da Benjamin Herman, il vescovo di Liegi, Jean-Pierre Delville, apparentemente inesperto dei principi dell’Islam, ha detto:

“Sappiamo che, se l’Islam è stato invocato come motivazione per uccidere, è perché è stato manipolato e tenuto in ostaggio da terroristi e gente violenta. Dobbiamo quindi contribuire a liberare l’Islam da queste interpretazioni manipolative e perverse, promuovendo continuamente il dialogo e l’amicizia”.

Il Belgio ha il suo partito islamico, chiamato ISLAM (“Integrité, Solidarité, Liberté, Authenticité, Moralité”), che ha come obiettivo la creazione di uno Stato islamico, tra cui la separazione tra uomini e donne sui bus. Nelle elezioni comunali del 2012, il partito ottenne due seggi, uno dei quali a Molenbeek. Nelle elezioni comunali del 2018, il partito perse il suo seggio a Molenbeek, ottenendo meno del 2 per cento dei voti, quindi forse l’interesse verso tale partito è in calo.

Il Belgio ha inoltre assistito alla crescita di un antisemitismo forse ampiamente importato. Il rabbino capo di Bruxelles non indossa in pubblico la kippah dal 2001, anno in cui fu attaccato da un gruppo di giovani arabi. Quando un’emittente pubblica belga chiese di riprendere il rabbino capo e altri membri della comunità ebraica mentre camminavano per strada portando la kippah sul capo, essi non accettarono affermando che temevano per la loro incolumità. Nel 2014, un terrorista musulmano uccise quattro persone al museo ebraico di Bruxelles.

La metà di tutti gli adolescenti musulmani in Belgio nutre idee antisemite, secondo uno studio del 2013 condotto dal governo fiammingo tra quasi 4mila studenti delle scuole superiori di Anversa e Gand. Tra i musulmani, il 50,9 per cento degli intervistati è d’accordo con l’affermazione che “gli ebrei fomentano la guerra e incolpano gli altri di questo”, rispetto al 7,1 per cento tra i non musulmani. L’asserzione “gli ebrei cercano di controllare tutto” ha ottenuto il 45,1 per cento dei consensi tra i musulmani, rispetto al 10,8 per cento di gradimento tra i non musulmani. Circa il 35 per cento dei musulmani concorda con l’affermazione che “gli ebrei hanno troppa influenza in Belgio”, rispetto all’11,8 per cento dei non musulmani.

Secondo il principale organo di vigilanza contro l’antisemitismo in Belgio, la Lega belga contro l’antisemitismo (Lbca), gli ebrei belgi vivono “in una fase permanente di assedio”.

“I presidi militari nelle strade davanti ai siti ebraici sono alquanto rassicuranti”, ha dichiarato nel maggio del 2018 il presidente della Lbca, Joël Rubinfeld. Negli “ultimi due o tre anni”, egli ha detto, la sua organizzazione si è occupata di una dozzina di casi di studenti ebrei vittime di bullismo antisemita, nonché di una tendenza più ampia da parte dei genitori ebrei che non vogliono rischiare di mandare i propri figli nelle scuole pubbliche.

“Questo è ciò che si chiama una doppia punizione: da un lato, sono vittime di questi atti antisemiti, di bullismo o anche a volte di violenza fisica, e dall’altro, sono loro, e non gli aggressori, a dover lasciare la scuola”.

Rubinfeld ha inoltre affermato che non è facile far comprendere ai politici belgi che il paese ha un serio problema con l’antisemitismo. “Già nel 2008-2009, dicevo loro: ‘Se non lo fate per i miei figli fatelo per i vostri'”. E ha aggiunto che è difficile convincere gli esponenti politici belgi che il paese ha un grosso problema.

È possibile che il Belgio ne abbia qualcuno?

Judith Bergman è avvocato, editorialista e analista politica. È Distinguished Senior Fellow presso il Gatestone Institute.

Pezzo in lingua originale inglese: Belgium Welcomes Multiculturalism
Traduzioni di Angelita La Spada

https://it.gatestoneinstitute.org/13752/belgio-multiculturalismo?fbclid=IwAR0Aq9gpdYujAgJZubTnX0FMGv2VTp1tFd5RJLFudW4ifgBOcD2SbpChFWE

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