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Islamismo, antisemitismo e cattiva coscienza

febbraio 19, 2019 • Cultura e Società, z in evidenza

 

di Loredana Biffo –

L’aggressione di matrice antisemita avvenuta a Parigi nei confronti del filosofo ebreo Alain Finkielkraut (apostrofato con epiteti significativi:  “sporco sionista”; “buttati nel canale”; “Palestina”; “vattene in Israele”; ” la Francia è nostra”), ha scatenato un tam tam giornalistico sia in Francia che in Italia, le voci di dissenso si sono levate in particolare a sinistra, nel tentativo di difendere quello che quest’area politica considera un proprio valore; ovvero la “memoria della Shoah”. Dimenticando però, che l’interdipendenza tra antisionismo e antisemitismo è la variabile dipendente della questione e che proprio questo è l’errore più grossolano che viene fatto quando si parla di antisemitismo che ripetutamente viene mascherato con l’antisionismo, quasi che questi e lo Stato di Israele fossero un corpo separato ed estraneo all’antisemitismo, veicolato attraverso il mantra del “non sono antisemita, sono antisionista”. Questa frase molto abusata, rivela in realtà tutte le contraddizioni rispetto alla storia della shoah prima e dello Stato di Israele dopo; nonchè l’egemonia che la cultura di sinistra vorrebbe maldestramente esercitare a tal proposito.

Questa vicenda dei gilet gialli presenta un’altra istanza che ha una genesi nella storia del socialismo e del comunismo, ma che oggi viene ignorata dalla sinistra, ovvero la questione della “rappresentanza” e della storia dei “movimenti” come portatori di istanze sociali e politiche; una questione che oggi interpella tutte le società occidentali, in particolare in Europa, ma che tutti si affrettano a definire violenti e non desiderabili, oscurandone quindi il complesso intreccio di questioni sociali (lavoro, immigrazione, sicurezza ecc..) che esistono e ribollono al loro interno e che non cesseranno di esistere per il solo fatto che li si oscuri o delegittimi. Per usare una categoria gramsciana, possiamo dire che la sinistra ha perso definitivamente la “connessione sentimentale con il popolo”, stabilendola ormai in modo univoco con l’immigrato – meglio se islamico – che riconosce come il nuovo proletariato. Questo ha una forte ricaduta sul piano politico-sociale, è la tendenza prevalente soprattutto sul piano della divulgazione giornalistica e dell’uso pubblico della storia, che troppo spesso subisce contraffazioni grottesche, senza che i “grandi media” mettano in luce questa dissociazione.

Si pensi per esempio al fatto che ovunque si scriva che Israele ha “invaso la Palestina”, “deportando gli arabi”, quando incontrovertibili fonti storiche dimostrano che quelle terre paludose erano state a suo tempo vendute dagli arabi (per altro provenienti da altri paesi mediorientali, cosa che dimostra l’invenzione “dell’arabo palestinese”) agli ebrei, per poi rivendicarne successivamente il possesso una volta rese fertili.

Così come non si scrive mai delle numerose risoluzioni di pace che gli arabi hanno rifiutato. Colpisce che a sinistra non si colga la contraddizione implicita nel fatto che degli islamici francesi urlino ad un intellettuale ebreo di origine francese “tornatene in Israele”, “la Francia è nostra”, quando agli israeliani viene detto dagli arabi palestinesi di andarsene; di quanto sia evidente la volontà degli islamisti di colonizzare e islamizzare l’Europa e distruggere Israele negandone il diritto ad esistere, ma questo venga taciuto o giustificato con il fatto che l’Europa è stata colonialista, omettendo anche il fatto che Israele sia l’unica democrazia esistente nel Medio Oriente.

Inoltre vi è un fatto ancor più evidente in questa incapacità di analizzare i movimenti o peggio di leggere la realtà, ovvero la drammatica perdita da parte della sinistra, della dimensione del “sociale”, della subordinazione e della spoliazione dei diritti economici e per l’appunto sociali che i cittadini vivono nelle nostre società, dove i lavoratori autoctoni sono stati messi in competizione con quelli provenienti da parti più povere e meno tutelate del mondo, abbassando drasticamente il salario dei primi; è sufficiente a tal proposito leggere qualsiasi libro del sociologo Luciano Gallino a tal proposito (Finanzcapitalismo, Il lavoro non è una merce, Il colpo di stato di stato di banche e governi, Globalizzazione e disuguaglianze, La lotta di classe dopo la lotta di classe, Il costo umano della flessibilità e molti altri), il quale spiega molto bene come la classe capitalistica transnazionale ha operato in modo eccellente in questo senso.

Sembra altresì che gli argomenti che scandirono le lotte per l’emancipazione femminile ai primi del novecento ora la sinistra li abbia rimossi, che non veda lo stretto collegamento con i diritti inesistenti e i gravi soprusi per le donne nel mondo islamico, anzi, sedicenti femministe e rappresentanti della nostra classe politica sono ben felici di velarsi in occasione di incontri con i barbuti ayatollah. Vi è poi un aspetto ancor più evidente, del quale i cittadini parlano, ma che la politica oscura, ossia il fatto che i gilet gialli sono nati come movimento per la rivendicazione dei diritti sociali ed economici e che in un contesto come quello francese, (dove ci sono cifre ufficiali che dichiarano l’esistenza di 6 milioni di islamici, in realtà sembrerebbero essere molti di più secondo le dichiarazioni di un ex ministro francese: https://www.youtube.com/watch?v=oXj7NQVm4F0&fbclid=IwAR0iBUv_00qiIWYBPGsGTtBnPiOVLlKm1E5Fk9MufJ8Y5NtKV5AiCuHH4Gk

era facile immaginare che si sarebbero infiltrati i radicalizzati di seconda e terza generazione, ma la stampa urla al pericolo del fascismo e del nazismo che secondo il sinistrume sarebbe alle porte, facendo di questa teoria la solita arma di distrazione di massa, salvo poi tacciare di nazionalismo e islamofobia chiunque osi avere un pensiero contrario. Insomma, la sinistra ha ormai da tempo perso la peculiarità di interpretare il sociale e le trasformazioni culturali che toccano nel vivo le forme stesse dell’autocoscienza, che scaturiscono dai rapporti reali di produzione e dominio – per usare la categoria marxiana – consegnando così le nostre società all’imminente islamizzazione, oltre che alla pauperizzazione, sottendendo che il mondo islamico sia il “nuovo proletariato” a cui fare riferimento per la sua propria rinascita politica – qui invece sta la sua sconfitta più grande, che ha consegnato l’elettorato a Lega e 5stelle – ma avendo gli occhi bendati sul fatto che sono proprio i rapporti economici ad aver spianato la strada a paesi come l’Iran e l’Arabia Saudita che dei diritti umani, sociali, politici ed in primis economici (si vedano i tassi di povertà assoluta in questi paesi) ne fanno polpette.

A questo punto viene spontaneo chiedersi se la sinistra non farebbe bene a pensare di considerare che il concetto di antisionismo di cui è fieramente portatrice (sic!), sia la vera chiave di volta di tutta la questione, e che questo sia più che altro utilizzato come il tappeto sotto il quale nascondere la sua vera natura antisemita indissolubilmente legata a quella islamista, declinata in antisionista, cominciando magari ad assumersi le sue responsabilità nei confronti della nuova vulgata antisemita, invece di trastullarsi con il fantasma del fascismo.

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