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L’Orco e il Grande Moralista

dicembre 14, 2018 • Paralleli, z in evidenza

 

di Niram Ferretti –

 

“Ripeness is all”, dice il Matto a Re Lear, “La maturità è tutto“, contemplando i canuti capelli del re dal cuore grande e l’animo innocente. La maturità, però, lo sappiamo, non procede necessariamente allo stesso passo della canizie, e spesso i capelli e le barbe bianche non sono esempi di saggezza. Mai lo sono state quelle di Eugenio Scalfari, autoproclamatosi pontefice laico e grande fustigatore delle inadempienze altrui, ma assai indulgente con le proprie.

Lungo sarebbe lo snocciolamento dei suoi strali, dei suoi consigli, questi ultimi, dati sempre in modo non richiesto. Qualche anno fa, la prestigiosa collana mondadoriana dei Meridiani, dove figurano giganti della letteratura e del pensiero, lo onorò con un volume in cui appare effigiato in copertina di tre quarti, il viso altero, la bocca sottile, lo sguardo di chi, nella vita, è stato predisposto dal Destino a insegnare tutto agli altri. Il titolo del volume è emblematico, “La passione dell’etica”.

Scalfari da sempre si atteggia a grande moralista, e come ogni moralista che si rispetti, da La Rochefoucauld a Vauvenargues, la sua materia preferita non può che essere, appunto, l’etica. Quando si ha uno sguardo così acuto, si sa sempre dove è il Bene e il Giusto e dove risiedono il Male e l’Ingiustizia, e Scalfari nella sua lunga vita, non è mai stato sfiorato dal dubbio di dove si trovassero.

Dopo la giovanile parentesi fascista, un inciampo giovanile a una età in cui quasi tutti in Italia erano fascisti, capì velocemente che solo a sinistra ci possono essere Virtù e Progresso, e che al posto di Dio ci può essere solo l’Io, nel suo caso trasformato in chiesa di se stesso. Una chiesa laica in forma umana che non può mancare, come ogni chiesa, di scomuniche e anatemi. L’ultimo in ordine di tempo è quello lanciato contro Matteo Salvini, che nell’immaginario del nonagenario fondatore di Repubblica, ha preso il posto di Silvio Berlusconi.

E’ accaduto, quindi, che dopo avere detto alcune settimane fa, che il Ministro dell’Interno, si prepara a diventare dittatore dell’Italia grazie ai buoni auspici di Vladimir Putin che vuole avere un suo uomo a governare la penisola, l’altra sera, su La7, Scalfari, si è lanciato in accuse assai poco consone a un Magister quale è lui.

“Per Salvini, gli immigrati andrebbero, non voglio dire trucidati, ma eliminati”. Così ha detto. Non solo. Salvini sarebbe razzista e per “l’uomo bianco”, insomma, un misto tra de Gobineau e David Duke.

E’ sconsolante ascoltare un uomo così insigne, alla cui carriera è mancata solo per coronamento la toga senatoriale, usare un repertorio degno di Rula Jebreal. Ma avviene che, con il passare implacabile degli anni, e un conseguente intorpidimento della mente, il pensiero afferri della realtà solo le bucce, ciò che c’è di più banale e insulso, in questo caso, le parole stantie e irrigidite del repertorio dei demonizzatori, delle tricoteuses. Non che Scalfari abbia mai volato alto sulle ali del pensiero, ma così giù non gli era ancora capitato.

Salvini razzista e suprematista, eliminazionista e futuro dittatore per procura, è una figura di villain che supera di gran lunga Berlusconi, è quasi un archetipo del Male, una sua cupa incarnazione, l’ultima, contro cui combatte fieramente il Grande Moralista, che al contrario di Re Lear, non ha accanto a sé il Matto che gli possa dire, “Su, a casa, zietto, a farti benedire dalle tue figliole”[1].

[1] William Shakespeare, Re Lear, Atto Terzo, Seconda Scena

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