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L’inarrestabile avanzare del Progresso

novembre 19, 2018 • Cultura e Società, z in evidenza

 

di Niram Ferretti – 

 

Le nuove parole d’ordine si impongono perentorie e insieme a loro la visione del mondo che promuovono. Scriveva Emanuele Samek Ludovici, in quel fulgido breviario di resistenza che è Metamorfosi della Gnosi, Quadri della dissoluzione contemporanea, “Lo strumento più potente del potere è la confezione di una nuova lingua”. Il pubblico, le masse, devono essere educate o meglio rieducate a un linguaggio che le abitui a ripensare le cose, a vederle in una luce diversa, e soprattutto nella loro luce vera, anche se questa verità è manifestamente falsa. Anzi, proprio perché è manifestamente falsa bisogna insistere che è vera. Il dispositivo della propaganda è così che agisce, interviene sulla realtà per riplasmarla secondo i propri fini e per predisporre quel cambiamento effettivo sulle cose che poi sarà l’azione a portare a compimento.

“Diritti umani” è l’accostamento semantico privilegiato del nostro tempo ed è anche quello più atto ad agire come mordacchia su ogni tentativo di dissenso. Tutti gli uomini, in quanto tali, hanno diritti e come tali vanno rispettati, lo richiede un imperativo categorico assoluto, il problema è che, come tutte le formule astratte e in quanto tali efficaci come slogan, dall’iperuranio platonico in cui domiciliano vanno poi calate nel mondo sublunare, che, come è noto, è un mondo di contrasti, dissonanze, ambiguità. Ciò è irrilevante per i fiaccolai del Progresso che dalla loro parte hanno appunto i “Diritti Umani” di cui sono portatori proclamati mentre coloro i quali non si accodano al corteo sono genia infame, demoni totali o quasi, da additare al pubblico ludibrio. Così accade che i teologhi dell’immigrazione a tutto spiano come destino irrevocabile e inarrestabile (gli “illuminati” vedono sempre più avanti della massa damnationis, è per questo che sono deputati a guidarla verso il futuro) ci dicono che non possiamo e non dobbiamo opporci al Destino soprattutto se esso è tutt’uno con i Diritti Umani.

Un mondo in cui l’immigrazione diventerà un diritto umano insindacabile non può essere un mondo di confini, barriere, limitazioni, tutto ciò infatti è contro l’umanità e il suo rigoglio, e chi non lo capisce (“razzista”, “retrogrado”, “fascista”) necessita di essere prontamente rieducato al nuovo verbo, così, lo sfondamento dei confini, dei bordi, il loro oltrepassamento, non è solo un auspicio concreto, una precisa direttiva politica, chiaramente esplicitata da un defunto grand commis della UE come Peter Sutherland, “Chiederò ai governi di cooperare, di riconoscere che la sovranità è una illusione, che la sovranità è una illusione totale che deve essere messa alle nostre spalle. Il tempo del nascondersi dietro i confini e i cancelli se ne è andato da molto tempo”[1], ma è invece una necessità.

Dopo la UE tocca ora alle Nazioni Unite, che il prossimo dicembre, in Marocco presenteranno un accordo non vincolante che di fatto farà dell’immigrazione un diritto umano. Ne da conto Judith Bergman in un suo articolo:

“Non si può sottolineare abbastanza che questo accordo non riguarda i rifugiati in fuga dalle persecuzioni o i loro diritti alla protezione secondo il diritto internazionale. Invece, l’accordo propaga l’idea radicale che la migrazione, per qualsiasi motivo, debba essere promossa, abilitata e protetta. Quasi tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, ad eccezione di Stati Uniti, Austria, Australia, Croazia, Ungheria e forse anche Repubblica Ceca e Polonia, dovrebbero firmarlo”[2].

E perché “dovrebbero”? Perché così è stato stabilito dai Signori del Progresso a cui si oppongono i paesi elencati sopra, che non sono certo virtuosi secondo il nuovo Verbo che non si situa al principio, come il logos giovanneo, ma molto dopo e non è di fattura trascendente anche se vorrebbe imporsi come tale.

Scrive sempre Judith Bergman:

“L’ONU non ha interesse ad ammettere che l’accordo promuova la migrazione come un diritto umano; fino a poco tempo fa c’è stato un piccolo dibattito sul tema. Un dibattito più ampio potrebbe rischiare di compromettere l’intero progetto. La formulazione dell’accordo…lascia pochi dubbi, tuttavia, sul fatto che con la firma dell’accordo, la migrazione diventerà effettivamente un diritto umano”[3].

Tra i vari paragrafi dell’accordo ve ne è uno di particolare interesse, dove è scritto che i paesi ospitanti dovranno:

“Promuovere il rispetto reciproco per le culture, le tradizioni e le abitudini delle comunità di destinazione e dei migranti scambiando e implementando le migliori pratiche sulle politiche, i programmi e le attività di integrazione, compresi i modi per promuovere l’accettazione della diversità e facilitare la coesione e l’inclusione sociale”[4].

Insomma, si tratterà di accettare la diversità con tutte le sue implicazioni poiché da decenni il tamburo relativista ci informa che tutte le culture sono uguali malgrado poi cadere in contraddizione facendo appello a un principio che non sarebbe relativo, quello, appunto dei Diritti Umani, che verrebbero prima di ogni altra considerazione. Dunque, in loro nome, si accetterà la diversità specifica di modi e usanze varie perché ogni cultura, andrebbe giudicata sulla base della proprio contesto, delle sue regole del gioco, e allora:

“Presumibilmente, questo significa che, ad esempio, la tradizione delle mutilazioni genitali femminili, che quasi tutte le donne somale vivono in Somalia, deve essere riconosciuta a Londra e Parigi come meritevole di “rispetto reciproco” nello stesso modo in cui lo sarebbe a Mogadiscio”[5].

Si vuole l’abbattimento dei confini territoriali e poi, al medesimo tempo, si vogliono i confini della diversità specifica, perimetrati accuratamente in nome del “rispetto” della cultura altrui, così che l’infibulazione o la poligamia o le spose bambine, non possano essere giudicate pratiche arcaiche e da scoraggiare, ma esempi di convivenza mista, in accordo con la fusion socioculturale.

Suonano dunque assai sconvenienti le parole di un grande uomo di Chiesa già all’epoca non in linea con la teologia dell’immigrazione, figuriamoci oggi, se fosse vivo, essendo essa uno dei cardini della dottrina bergogliana:

“Bisogna concretamente operare perché coloro che intendono stabilirsi da noi in modo definitivo ‘si inculturino’ nella realtà spirituale, morale, giuridica del nostro paese, e vengano posti in condizione di conoscere al meglio le tradizioni letterarie, estetiche, religiose della peculiare umanità della quale sono venuti a far parte. A questo fine, le concrete condizioni di partenza degli immigrati non sono ugualmente propizie; e le autorità non dovrebbero trascurare questo dato della questione. In una prospettiva realistica, andrebbero preferite (a parità di condizioni, soprattutto per quel che si riferisce all’onestà delle intenzioni e al corretto comportamento) le popolazioni cattoliche o almeno cristiane, alle quali l’inserimento risulta enormemente agevolato (per esempio i latino-americani, i filippini, gli eritrei, i provenienti da molti paesi dell’Est Europa, eccetera); poi gli asiatici (come i cinesi e i coreani), che hanno dimostrato di sapersi integrare con buona facilità, pur conservando i tratti distintivi della loro cultura. Questa linea di condotta – essendo ‘laicamente’ motivata – non dovrebbe lasciarsi condizionare o disanimare nemmeno dalle possibili critiche sollevate dall’ambiente ecclesiastico o dalle organizzazioni cattoliche”[6].

Nulla di più estraneo alla religione dei Diritti Umani e dell’Umanità, e alla sua koine, promossa dai sacerdoti laici della UE, delle Nazioni Unite e fatta propria anche dalla grande ONLUS di Francesco.

 

 

[1] UN News Centre, “Refugees are the responsibility of the world… Proximity doesn’t define responsibility”, Intervista con Peter Sutherland, 2 ottobre 2015.

[2] Judith Bergman, UN Member States: Migration Is a Human Right, Gatestone Institute, 10 novembre 2018

[3] Art. cit.

[4] Art. cit.

[5] Art. cit.

[6] Giacomo Biffi, Sull’immigrazione, Intervento dell’arcivescovo di Bologna al Seminario della Fondazione Migrantes, 30 settembre 2000

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