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Usa, oltre i mezzi termini

novembre 8, 2018 • Politica, z in evidenza

di Massimo Grecchi – 

 

Pur perdendo la Camera, come nella migliore tradizione delle elezioni di medio mandato, Trump ha vinto il presente e il futuro consolidando il Senato, soprattutto ponendo se stesso ad ago della bilancia sia della nazione che del proprio partito, eliminate le sacche dei rivali interni non sempre a lui favorevoli quando non apertamente contrari.

Queste elezioni sono state la riprova della democrazia americana, più meritocratica che egualitaria, dove i consensi forti ed espressione del movimento reale statunitense, superano l’impasse piattamente numerico ai margini della passività e dell’assenza identitaria.

Gli opinion leader dell’ “informazione” ufficiale, infatti, avevano fatto finta di non saperlo ma, nelle elezioni di mezzo termine, ha sempre prevalso, salvo pochissimi casi, il partito di opposizione. Obama, tanto per fare un esempio importante, aveva perso il controllo di tutto il congresso, camera e senato. Per tale motivo i democratici ed i loro sostenitori, in Italia ed Europa, speravano in una vittoria schiacciante che permettesse loro di avviare con qualche speranza di successo la procedura di impeachment, a prescindere ovviamente dalla serietà delle accuse mosse al presidente.

La vittoria schiacciante, viceversa, non c’è stata. I democratici hanno conquistato la camera scalando 23 seggi, ma i repubblicani conservano il senato, riuscendo a consolidare la loro maggioranza, ora, a prova di colpo di stato. Le sfide per i governatori, infatti, vedono la vittoria in fondamentali stati chiave di candidati sostenuti apertamente da Trump.

Certo, questi risultati renderanno più difficile la attività del presidente. Non c’è nulla di particolarmente negativo in un fatto simile. La sostanza di una democrazia liberale è proprio questa: non esiste un potere che abbia la assoluta preminenza sugli altri.

Ma è altrettanto certo che queste elezioni di mezzo termine seppelliscono definitivamente la prospettiva dell’impeachment che era il grande sogno di tanti democratici e dei loro sostenitori fuori dagli States.

Ad avviso degli esperti, sono emersi così due importanti elementi che si ripercuoteranno nella politica americana del prossimo biennio:

Il primo, con la conquista della Camera da parte dei democratici, obbligherà i dem a proporre una politica alternativa nei rapporti istituzionali, andando al di là delle proteste sbraitate e sbracate fin qui condotte contro il Presidente in mancanza di un leader proponibile e di obiettivi realmente confacenti alla volontà del Paese così come emerso dal suffragio del 2016.

In secondo luogo, e per contro, è mutata la natura del partito repubblicano ora più aggregato attorno al Presidente. Se due anni fa Trump poteva rappresentate un’eccezione che poteva addirittura essere sganciata dal party oggi non è più così: la fisionomia del partito repubblicano emersa dalle elezioni di mezzo termine è profondamente cambiata ed è decisamente trumpiana. Perciò se complessivamente i repubblicani hanno perso peso, Trump invece personalmente ha guadagnato una maggiore legittimazione rispetto a quella che aveva due anni fa. Soprattutto per quanto concerne la politica estera, tradizionalmente espressa per il tramite dei decreti presidenziali. Chi ha la primazia in questo campo è il Senato che ora è più repubblicano di quanto fosse prima. Non si vedono in questo modo mutamenti importanti nei prossimi due anni.

Vale comunque la pena, a questo punto, dare ulteriori accenni al successo personale del Presidente. Si era capito dai comizi degli ultimi giorni. Le immagini televisive di Trump nella sua girandola elettorale in otto stati toccati in sei giorni rimandavano sempre lo stesso copione: auditorium pieni, migliaia di sostenitori, cartelli rossi.

La rimonta del presidente c’è stata. Sua. Tutti i sondaggi davano la Camera ai democratici, e il Senato con uno stretto margine ai repubblicani ma il riscontro alla camera alta è stato tale da abbattere fin dagli inizi il sogno dei democratici verso una rimonta diversa.

Dalla Casa Bianca nella notte americana le prime dichiarazioni della portavoce Sarah Sanders lasciavano trasparire un risultato oltre le aspettative: «È stata una buona notte per il presidente». Per fare dei bilanci numerici definitivi bisognerà attendere ancora ma la supposta débâcle repubblicana non c’è stata. Anzi. La campagna divisiva e muscolare di Trump basata su immigrazione, sicurezza, economia e war trade sembra aver funzionato. Nel primo vero banco di prova dopo le elezioni presidenziali 2016 nelle quali aveva battuto la candidata democratica favorita da tutti i sondaggi Trump ha tenuto.

Certo, con la Camera ai democratici si aprirà per la seconda parte della sua presidenza una fase nuova, più complessa. I democratici lanceranno investigazioni sulle dichiarazioni dei redditi passate di Trump sul suo patrimonio. Tenteranno di bloccare il nuovo taglio delle tasse annunciato in campagna elettorale per la middle class.

La guerra commerciale verrà ridimensionata, a partire dal nuovo trattato tra Messico, Canada e Stati Uniti per il quale l’amministrazione teneva ottenere entro il mese la ratifica dal Congresso. Rischiano poi di nascere male i futuri negoziati per la revisione degli accordi commerciali con Europa, Gran Bretagna e Giappone.

I democratici cercheranno di rivedere i dazi contro la Cina che hanno creato non pochi problemi alle aziende americane più export oriented, e anche le tariffe su acciaio e alluminio. Riprenderà spazio poi l’inchiesta del procuratore Mueller sulle ingerenze russe nelle presidenziali 2016, in blackout negli ultimi due mesi per le elezioni midterm; ma tutto ciò sembra avere minore importanza rispetto alla continuità nazionale e razionale voluta dal Presidente.

Trump nei prossimi due anni, con il Congresso diviso, si concentrerà maggiormente sulla politica estera.

Il risultato del voto midterm era atteso anche da Wall Street. Gli analisti di Morgan Stanley, Bank of America, Goldman Sachs, Deutsche Bank e BlackRock avevano già scritto nelle scorse settimane ai loro collegati client report in cui prevedevano la vittoria democratica alla Camera. Uno scenario che dovrebbe portare a un calo delle tensioni commerciali, a una minore volatilità tanto che alcuni si spingono a prevedere un rally azionario per fine anno.

Quello che è sicuro finora è che queste elezioni di metà mandato sono state le più combattute degli ultimi tempi. E anche le più costose della storia con una spesa di 4,7 miliardi di dollari: i democratici sono quelli che hanno raccolto e speso di più grazie a campagne che hanno coinvolto categorie sociali e professionali, dal basso, con donazioni anche minime ma molto diffuse. Trump con la personalizzazione dello scontro elettorale sulla sua persona è riuscito ad accendere le passioni politiche sia nei suoi sostenitori che negli avversari.

L’affluenza alle urne, infatti, è stata nettamente superiore alla tradizione del Midterm, sintomo della polarizzazione del Paese e di un voto che è diventato un referendum sulla presidenza Trump. L’elevata partecipazione era parsa evidente fin da prima del giorno ufficiale delle elezioni: ben 39 milioni di americani hanno fatto ricorso al voto anticipato, consentito in 37 stati su 50, contro 27 milioni alle precedenti elezioni di metà mandato.

Tra le grandi tematiche che hanno motivato gli elettori, assistenza sanitaria e immigrazione sono state le prime due in classifica: chi ha indicato la sanità come questione cruciale, nel 74% dei casi ha votato democratico; chi ha scelto la difesa dall’immigrazione ha premiato il 76% delle volte i repubblicani. La terza tematica per importanza, l’economia, ha favorito i repubblicani nel 56% dei casi. Chiarezza di idee quindi tra gli elettori.

Così, pur con la maratona elettorale in corso, acquisito il risultato della camera alta, Trump non ha perso tempo e su twitter ha parlato di un “successo eccezionale”; ed a ragione, perché con un Senato che ora è totalmente nelle sue mani può serenamente andare verso le prossime elezioni di rinnovo presidenziale del 2020 sapendo di essere unico e forte e avendo capito che gli avversari non hanno ancora un leader reale e funzionale.

Vero è che il Presidente si troverà a governare con un congresso che sarà un po’ un’anatra zoppa in quanto dalla Camera passano tutti i provvedimenti di spesa, ma il Senato è ora davvero nelle mani del tycoon.

Inoltre Trump non ha bisogno di fare molte leggi ma continuerà seguendo il suo istinto che gli sta facendo mantenere forti consensi nel Paese, avendo avuto ragione a indirizzare tutta la campagna sui temi dell’immigrazione e non sui risultati eccezionali ottenuti dall’economia.  Ha giocato sul bisogno di sicurezza degli americani e in questo senso ha avuto assolutamente ragione. La sua politica dei dazi, viceversa, sembra aver pagato poco in molti Stati toccati da queste limitazioni.

Piuttosto, la verità fondamentale emersa da questi risultati è che le elezioni del 2016 non sono state un fuoco di paglia ma hanno detto ancora una volta che il presidente Trump ha più che mai saldamente in mano il partito. Ora il tycoon può serenamente andare avanti e volgere lo sguardo al 2020, l’anno delle presidenziali, sapendo che più della metà del paese condivide appieno il suo stile morale di fare politica e il suo modo di essere il presidente degli americani.

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