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Il trono vuoto dell’imperatore

novembre 4, 2018 • Agorà, z in evidenza

di Niram Ferretti –

Siamo entrati ormai in modo dirompente una epoca di contrasti, polarizzazioni forti, tribalismi rinnovati. E’ lo Spirito del Tempo che non sembra seguire alcuna astuzia della Ragione, poiché, con buona pace di Hegel, non è la ragione a guidare la storia.

L’elezione di Donald Trump a quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti è stato l’evento catalizzatore che ha scoperchiato una pentola già da tempo in ebollizione. Donald Trump è lo specchio sul quale si riflesso l’umore nero di chi, stanco del vecchio ordine, voleva e vuole parole nuove, che altro non sono se non il vecchio che ritorna nel sembiante del falso inedito, una scopa robusta che spazzi via i cocci di molte depositate frustrazioni.

Nel suo discorso inaugurale, spigoloso e pugnace, Trump si è presentato al mondo come il vendicatore wasp dei sogni andati a male dell’America, il redentore della working class impoverita e del popolo tradito dal sistema. I tasti da pigiare furono quelli primordiali, il riscatto, il patriottismo, la speranza. Si trattò di dare un colpo di reni per tornare in sella.

Allo stesso tempo egli è il risultato di quella che è una perdita di certezza generalizzata sul futuro e la tenuta del nostro apparato di vita liberale, non solo quello americano, che è stato, dal dopoguerra a oggi, il massimo simbolo della prosperità e della forza occidentali. C’è, e va tenuto bene a mente, chi vorrebbe un altro ordine, o sottomesso all’imperio di un Sacro che ha la spada come regola e divide il mondo tra fedeli e infedeli, o quello di chi, sulle rovine di un impero asiatico consacrato alla menzogna, oggi si ritaglia qua e là zone di influenza comprando a più non posso servitori e galoppini. La Russia gangsteristica di Putin sa che nel dividi et impera, il potere è saldo.

Chi vede in Trump l’orco cattivo della fiaba, il potenziale dittatore, un riflusso del Maligno, al contempo sbaglia e ha ragione. Sbaglia perché Trump non è il male condensato (ci sono, per citare Paolo, dominazioni e potentati, ben più inquietanti, dall’Iran, alla Corea del Nord, dalla Russia alla Turchia, per non parlare del frammentato e disseminato ordine del integralismo musulmano), ma ha ragione nel proiettare su di lui queste figure archetipe.

Sono fantasmi che emergono potenti dal sottosuolo. Vengono a galla in momenti di trasformazione, di crisi. Non siamo noi a manifestarli, sono loro che si manifestano attraverso di noi come ci ha insegnato mirabilmente Herr Professor Jung.

Siamo, infatti, dentro un sommovimento profondo che muove le budella, rinfocola i terrori di notti buie, senza stelle. Un Occidente ormai stanco di se stesso, una Europa vecchia e incapace di rifondarsi e che ha fatto di un utopia sovranazionale la forma di un futuro già fallito, mentre i fasti tecnologici procedono sfarzosi regalandoci protesi sempre più sofisticate, balocchi utili e molti inutili, oppi nuovi al posto di quelli non più efficaci.

Al contempo orde di senza tetto bussano alle porte per entrare. Vogliono anche loro fare parte del futuro. Sì, ma quale? Ed ecco emergere il desiderio del nocchiere, dell’uomo forte, di chi ci libererà dal disordine incombente salvandoci da un altro ordine quello del sacro militarizzato islamico.

Trump è dunque una evocazione e come tutte le evocazioni è il terminale di un disagio radicato. Per molti annuncia l’uscita dall’oscurità di un presente disagevole e pieno di incertezze, per altri rappresenta, al contrario, l’ingresso in una oscurità maggiore. In entrambi i casi egli è la figura simbolica più forte oggi sulla scena, la scena su cui è da tempo vuoto un trono, quello dell’imperatore.

L’imperatore non è un uomo. E’ il bisogno che gli uomini hanno di una guida. Ci accompagna dai primordi della storia e non se ne andrà mai. Quando manca, al suo posto si insediano poteri senza volto, agglomerati fantasmatici, conglomerati molto più inquietanti di una figura sola investita dal potere, perché inafferrabili, misteriosi, sinistramente occulti.

E’ contro questi potentati che Trump si è presentato, in altre parole, si è presentato come un argine alla loro fame di dominio. Che egli stesso ne sia poi contaminato, non importa, importa che nell’immaginazione ne rappresenti l’antagonista, l’oppositore, l’esorcismo. I nemici di Trump, quelli che vorrebbero a loro volta il trono, sono molti, dentro gli Stati Uniti e fuori. Non si fanno scrupoli. Ogni mezzo è buono per azzoppare il presidente-imperatore.

Trump è totemico. Per questo polarizza esaspera, divide. E polarizza, esaspera e divide perché intercetta potentemente il disagio che stiamo attraversando, un disagio che non diminuirà affatto. Bisognerà prenderne atto.

 

 

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