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Il Paradosso

ottobre 31, 2018 • Politica, z in evidenza

 

di Massimo Grecchi –

Il paradosso di Salvini: più diventa forte, meno gli conviene andare a votare. Innanzitutto, colpisce il sorpasso, certificato oramai da ogni istituto, della Lega nei confronti degli alleati di governo del Movimento 5 Stelle.

Se alle elezioni politiche il distacco tra i due partiti unanimemente considerati “vincitori” è stato di 15 punti a favore della lista guidata da Di Maio, oggi il vantaggio della Lega sui pentastellati supera i 4 punti secondo l’ultima Supermedia dei sondaggi elaborata da YouTrend per Agi il 6 settembre. Un dato che premia la centralità nell’agenda politica degli ultimi mesi di Matteo Salvini, sempre più leader e key player di questo governo.

Di fronte al capovolgimento dei rapporti di forza tra partiti di governo, gli equilibri tra Lega e 5 Stelle saranno inevitabilmente messi a dura prova e l’opzione di ritorno anticipato alle urne potrebbe ingolosire Salvini, che con questi numeri uscirebbe dal voto con una truppa parlamentare molto più forte, alla guida di una coalizione di centrodestra in grado di ambire alla maggioranza dei seggi. Ma davvero a Salvini conviene un’ipotesi simile? No, per 3 motivi.

Primo: Salvini è già il leader del governo. La leadership politica in questo caso non coincide con la premiership ma è evidente oggi la sua influenza totale su un governo in cui parte da un peso (in termini di deputati e senatori) assai minore rispetto ai pentastellati.

Secondo: perché i 5 Stelle sono il partner ideale. Di Maio e i suoi non hanno la forza politica né l’omogeneità interna per imporre la propria agenda ai media e al governo.

Non hanno una classe dirigente paragonabile a quella del centrodestra, che tra le proprie fila annovera ex presidenti del consiglio, ministri, parlamentari di lungo corso e politici navigati in grado di far pesare i propri numeri in Parlamento e potenzialmente di mettere in difficoltà Salvini.

Terzo: il voto è sempre un’incognita: lo insegna la storia di questo Paese, fatta di rimonte e sorprese elettorali; e lo insegnano le recenti analisi del voto, che evidenziano una fluidità elettorale senza precedenti.

La Lega arriverebbe alle urne in un innegabile momento di grande forza, ma abbandonerebbe una posizione vincente per rischiare, ottenendo al massimo la conferma di uno status dominante.

Oggi, Salvini è già nelle condizioni ideali per portare la Lega al trionfo alle elezioni europee e alle prossime amministrative. E le basi della strategia politica insegnano che quando si è in una posizione di forza, è meglio non rischiare.

Infatti, anche volendo arzigogolare sul ricatto dei carneadi Defalcati (si torni alla campagna elettorale…) che annunciano boicottaggio, cosa accadrebbe?Una parte dei grillini (la maggiore) sta con Di Maio (Casaleggio) e Salvini.

L’altra, la minore (per non dir minima, al momento) quella di Fico e delle sindachesse Raggi e Appendino, in attesa degli sproloqui di Di Battista da Ipanema, soffre di complessi localisti e contrattisti; ma anche votasse contro sarebbe facilmente travolta dai franchi tiratori di FI (il carro della Lega fa gola per i prossimi diasporati) e da FdI. E da altri che non vogliono andare ad elezioni perdendo il posto. Tantomeno agonizzare nell’inedia del fallimento del Paese a loro per sempre attribuibile.

Chi è quell’impopolare (nemmeno il folletto Mattarella rischierebbe un ridicolo del genere) che tenterebbe di mettere assieme l’attuale compagine dei rottami perdenti (FI, PD, LEU, post grillini.com unitamente a Tecnici d’asporto, cachi & datteri) per formulare un più che realissimo quadriennio di sprofondamento? Con le Europee alle porte? Con Trump e Putin a vigilare? Con una Commissione UE che sbaraccherà a breve?

Certo: se i 5 Stelle si ritirassero dal governo in toto e accettassero il ricatto dall’ala sinistra le cose sarebbero diverse. Non crediamo proprio, però; vorrebbe dire che alle Europee del 2019, i rappresentanti italiani sarebbero tutti della Lega di Salvini .

 

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