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e Pollock, i geni del futuro remoto in mostra a Roma

ottobre 22, 2018 • Paralleli, z in evidenza

 

di Luigi Coppola –

Si rivela una scelta opportuna, curata con efficacia sintesi rispetto alla varietà dei contenuti, l’allestimento delle due mostre organizzate dal Gruppo Arthemisia presso il complesso del Vittoriano (Ala Brasini) a Roma.

In coincidenza con i novant’anni trascorsi dalla sua nascita, il percorso biografico e artistico dedicato ad Andy Warhol (inaugurato lo scorso tre ottobre, sarà aperto sino al prossimo tre febbraio), costituisce una valida retrospettiva su quel vasto e articolato movimento del secolo breve racchiuso nell’esatto conio linguistico della “Pop Art”.

 

Condividere l’omaggio alla figura di Andrew Warhol Jr. nato a Pittsburgh il sei agosto nel 1928, scomparso prematuramente dopo cinquantotto anni a New York, in seguito ad un banale intervento chirurgico, approfondirne la sua opera multidisciplinare consegna al visitatore più di un servizio pregevole che giustifica e onora adeguatamente il prezzo del biglietto d’ingresso.

La narrazione dell’ascesa artistica, espressa in più codici e linguaggi visuali, assortiti in un’armonia grafica, cifra del protagonista, incontra i destini, le storie d’innumerevoli profili, sodali e partner del futurista (probabilmente termine semplificativo) americano. A loro volta beneficiati dal successo nelle varie filiere artistiche (musica, cinema, moda) con delle fortune amplificate dall’estro comunicativo di Wharol.

Riflesso a sua volta dalla luce mediatica di queste sinergie crescenti che sdoganarono per la prima volta paletti e recinti conservatori fra i contenuti artistici e i canali di distribuzione degli stessi.

Questa commistione non sempre lineare fra arte e pubblicità, per usare un eufemismo, rappresenta il vulnus decisivo non solo per gli anni d’oro della produzione di Warhol, in America come in Europa e nel crepuscolo del Novecento nello stesso nostro Paese con i coinvolgimenti di nomi storici nei brand di riferimento come Agnelli e Armani, Versace e Coveri.

Il dubbio amletico che potrebbe insorgere all’uscita di una galleria generosa di luci insistenti su oggetti forse troppo “semplici” e di largo consumo, produttori di un consenso materiale o “populistico” per insistere in un’omologazione dei termini, è opportunamente fugato con l’ingresso nell’altra mostra, inaugurata pochi giorni dopo di questa già consumata.

S’intitola Pollock e la scuola di New York, l’iniziativa dedicata  al genio americano Jackson Pollock, nato il ventotto gennaio del 1912 nel capoluogo della Contea di Park, Cody posta nello Stato del Wyoming. La galleria, il cui ingresso è posto di fronte alla mostra di Warhol, offre una selezione di circa cinquanta esposizioni. Veri e propri capolavori del pittore statunitense, morto anche lui giovanissimo a Long Island l’undici agosto del 1956.

Fra le opere in vista il celebre Number 27 realizzato da Pollock nel 1950, il Mahoning di Kline risalente al 1956 e il Door to the River del 1960 per opera di De Kooning.

Colori forti, forme e soggetti completamente inediti per quell’epoca che segnarono un movimento crescente propedeutico a quell’Espressionismo Astratto, cifra singolare della cultura pop moderna.

Dal dieci ottobre al prossimo ventiquattro febbraio l’Ala Brasini del Vittoriano propone un compendio prezioso di un nucleo esclusivo tratto dalla collezione del Whitney Museum di New York. Affreschi e immagini che documentano la straordinaria unione di giovani pittori europei che originarono con il leader Pollock, la Scuola di New York. 

Una terribile squadra di ribelli che, con il personale impeto di rottura, furono ricordati come gli indimenticabili “irascibili”. 

La cosiddetta “Action painting”, vera innovazione e trasformazione degli schemi classici della pittura, sta nella vena creativa di Pollock, ispiratore di quel “gripping paint” un’originale danza con i ritmi segnati dalle cadenze gocciolanti dei colori usati.

Un affascinante documentario riepiloga le fasi salienti di quest’ampio rinnovamento artistico che s’integrò con altre forme di espressioni musicali quali l’emergente Jazz di Miles Davis.

Le due mostre curate da Arthemisia hanno un ruolo oggettivo e importante nel rivelare l’esistenza di ponti consolidati e codici comuni fra il Vecchio e il Nuovo continente nel Ventesimo Secolo.

Una vicinanza forte oltre il comune immaginario, favorita da esponenti di culture diverse per le più opposte antropologie di origine; esperienze e vicende personali accomunate da un linguaggio universale nel gioco vincente del dialogo: dirompente oltre ogni orizzonte sociale e politico.

Un riscontro evidente, non ultimo da ricordare, la presenza alle mostre romane di diverse scolaresche, opportunamente accolte con delle proposte personalizzate (con tariffe privilegiate), secondo gli obiettivi del corso didattico. Registrare giovanissime chiome junior, accompagnati da abitini sgargianti tipici della scuola primaria, incantate dalle sequenze dei panelli murali, ancor di più dalle narrazioni delle giovani guide, è fuor di dubbio un supplemento d’empatia nelle visioni felici.

Successivi approfondimenti sui siti di riferimento:

http://www.ilvittoriano.com/mostra-warhol-roma.html

http://www.ilvittoriano.com/mostra-pollock-roma.html

 

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