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Deficit e mercati globali, che c’entra la Commissione Europea?

ottobre 2, 2018 • Paralleli, z in evidenza

Redazione –

Le grandi agenzie di rating a settembre rivedono la valutazione del debito pubblico degli stati, ma quest’anno hanno posticipato la valutazione dei titoli di stato italiani a fine ottobre, per attendere il primo DEF del nuovo governo italiano (il documento economico e finanziario che stabilisce la spesa dello stato e con quali fondi verrà finanziata tale spesa). La valutazione delle agenzie influenzerà, come sempre, le scelte degli investitori in tutto il mondo.

Che cosa valutano le agenzie di rating? La probabilità che lo stato in questione riesca a pagare gli interessi con regolarità e a rimborsare il capitale alla scadenza. Se tale probabilità è bassa, la massa degli investitori internazionali non acquisteranno i titoli. Qualcuno si azzarderà ad acquistarne un po’ se i tassi di interesse saranno davvero altissimi.

Come si valuta se lo stato sarà in grado di pagare gli interessi e il capitale con regolarità? In base a quattro parametri:

1.       quanti debiti ha quello stato in rapporto al volume della sua economia, cioè in base al suo PIL annuo;

2.       se l’economia (dunque il guadagno dei cittadini e le tasse pagate allo stato) cresce da un anno all’altro oppure no;

3.       se il debito totale dello stato sta aumentando o sta diminuendo di anno in anno;

4.       se lo stato ha delle riserve, cioè dei risparmi accumulati o dei beni da poter vendere per pagare i debiti in casi di estrema necessità.

Riguardo al punto 1, l’Italia è il terzo paese più indebitato al mondo in rapporto alla sua economia, dopo il Giappone e la Grecia.

Riguardo al punto 3, il debito pubblico italiano continua a salire di anno in anno, perché ogni anno lo stato spende di più di quanto incassa. La differenza fra quanto incassa e quanto spende si chiama deficit annuo, e per capirne il peso lo si mette in rapporto al PIL, cioè alla ricchezza prodotta dall’economia in quello stesso anno.

Riguardo al punto 4, l’Italia (a differenza di un altro stato molto indebitato come il Giappone, che però possiede quote di molte grandi aziende sparse per il mondo e in caso di necessità può utilizzare quelle quote per pagare i debiti) non ha né grandi riserve, né molti beni da poter vendere, perché ha già venduto quasi tutto il possibile per far fronte alla crisi in cui ci troviamo da 10 anni. Abbiamo già privatizzato tutte le aziende pubbliche che valevano e producevano utili.

Anche i proprietari di grandi aziende private hanno venduto le loro aziende in Italia o le hanno ridotte e ridimensionate e sono andati a investire all’estero, dove le tasse sono più basse e il mercato è grande e vivace. Lo ha fatto la FIAT, che è andata a investire negli USA, lo hanno fatto quasi tutte le grandi aziende del lusso e della moda, che hanno venduto a stranieri. Lo ha fatto la Ferrero, che ha trasferito quasi tutto all’estero. L’Italia non ha più molte riserve cui attingere.

Ora il nuovo governo vuole poter spendere di più in deficit, accrescendo il debito pubblico più di quanto era stato previsto sei mesi fa, e se la prende con i regolamenti europei che non ce lo permettono. Ma non è questo il punto: i regolamenti europei li possiamo anche infrangere, d’accordo. Ci costerà una multa, ma non sarà l’Europa a impedirci di chiedere soldi sui mercati. Ma questo non cambia il fatto che noi siamo deboli o debolissimi su tutti e quattro i parametri in base ai quali gli investitori internazionali decideranno se darci fiducia oppure no. Se non avranno fiducia, ci troveremo nella condizione della Grecia e dovremo ridurre tutti quanti il nostro tenore di vita per decenni a venire.

C’è da chiedersi perché la discussione sul deficit venga concentrata da alcuni politici sui regolamenti europei, quando l’esame l’Italia lo deve superare sui mercati finanziari globali, che non dipendono dalla Commissione Europea. Sono scemi loro o prendono per scemi noi cittadini? La cosa è preoccupante in entrambi i casi.

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