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Turrchia, Russia e Iran, le mani sulla Siria

settembre 16, 2018 • Medio Oriente, z in evidenza

Redazione –

Negli ultimi due anni l’arbitro della guerra civile in Siria è stata la Russia, che ha sostenuto il governo di Assad e indotto alla cooperazione da un lato l’Iran, che da anni impegna in sostegno di Assad decine di migliaia di uomini e armamenti pesanti, dall’altra la Turchia, che invece ha sempre sostenuto una parte delle fazioni ribelli ed è ostile ad Assad.

I tre paesi hanno un solo interesse comune: controllare la Siria perché fa parte del ‘cortile di casa’. Per i Turchi la Siria ha sempre fatto parte della loro storia politica e culturale. Per gli Iraniani la Siria è la via di accesso al Mediterraneo e la messa in sicurezza dell’Iraq, paese che oggi è di fatto vassallo dell’Iran. Per i Russi la Mesopotamia (Iraq e Siria) è importante proprio perché confina con la Turchia e con l’Iran, paesi con cui la Russia condivide le sponde del Mar Nero e del Mar Caspio, vitali per l’economia e per la sicurezza della Russia. Aver basi militari e un governo alleato in Siria permette alla Russia di impedire che la Turchia o l’Iran si espandano e diventino tanto forti da rappresentare un pericolo. La Russia vuole avere il dominio dei mari, oltre dei cieli, attorno ai suoi confini meridionali e vuole avere basi militari nel Mediterraneo da cui poter intervenire immediatamente se la Turchia intendesse bloccare l’accesso al Mar Nero attraverso il Bosforo. Attualmente la Russia ha il controllo militare della costa siriana, ha basi da Latakia a Tartus, e non intende perderle.

La situazione ideale per la Russia è avere l’amicizia politica e la cooperazione economica sia della Turchia sia dell’Iran, ma impedire che i due paesi siano solidali fra di loro e possano in futuro costruire un’alleanza per spartirsi il Medio Oriente e agire contro gli interessi russi. Perciò la Russia deve mantenere l’amicizia e la fiducia non soltanto di Assad, ma anche quella dei Curdi, che vivono sulle catene montuose e sugli altipiani a cavallo fra Iran, Turchia, Iraq e Siria e aspirano all’indipendenza. Proprio per questo i governi di Iran, Iraq, Turchia e Siria hanno spesso perseguitato i Curdi e ancora li perseguitano. Proprio per questo la Russia, così come gli USA, hanno tradizionalmente sostenuto i Curdi, li hanno armati e protetti con i loro aerei, con gran rabbia dei governi della regione che invece vorrebbero sopprimere ogni autonomia curda.

Aiutati da paesi lontani ma perseguitati dai governi degli stati in cui vivono, i Curdi vivono nella tragedia costante e quotidiana, anche se nessuno ne parla. Dal 6 settembre l’Iran colpisce basi di guerriglieri curdi sui monti dell’Iraq con mortai e persino con missili, facendo decine di morti. Contemporaneamente ha inviato battaglioni di Guardie della Rivoluzione ad occupare le città curdo-iraniane di Kamyaran, Marivan and Piranshahr e ha impiccato quattro indipendentisti curdi. Altre decine di indipendentisti curdi sono stati ritrovati assassinati ai due lati della frontiera fra l’Iran e il Kurdistan iracheno. Nessun giornale italiano ha riportato queste notizie.

Si parla invece spesso dell’imminente attacco via terra a Idlib, enclave che è ancora in mano ai ribelli siriani e che Assad deve riconquistare per poter dichiarare terminata la guerra civile e ripristinare l’ordine su tutto il territorio dello stato. Ma a Idlib ci sono milioni di abitanti e varie milizie ribelli, alcune delle quali sostenute e difese dalla Turchia. Nell’ultimo mese i governi di Turchia, Russia e Iran hanno avuto molteplici incontri per trovare un accordo per porre termine alla secessione di Idlib dalla Siria, accordo che non pare essere stato raggiunto. Nel frattempo Iran e Turchia fanno a gara a corteggiare l’Azerbaigian, paese ricco di petrolio e tradizionale alleato della Russia, per far pressione su Putin dimostrando di poter danneggiare gli interessi russi nel Caucaso, se Putin danneggiasse i loro interessi in Siria. La Turchia sta addirittura svolgendo manovre militari congiunte con gli Azeri e vuole installare una base militare a Nakhchivan, zona contesa fra Armenia e Azerbaigian e spina nel fianco della politica russa nel Caucaso. Putin è volato in Azerbaigian per una improvvisa visita di stato.

Russia, Turchia e Iran condividono un’altra condizione: attraversano tutti e tre una grande crisi economica, che indebolisce il consenso interno, perciò hanno bisogno di ridurre il loro impegno militare all’estero, che consuma risorse e irrita la popolazione. In Iran dall’inizio dell’estate si susseguono manifestazioni di scontento in varie aree del paese. La svalutazione ha raggiunto livelli allarmanti sia in Turchia sia in Iran. Cosa ancor più allarmante per Teheran, a Bassora, nel sud dell’Iraq ma al confine con l’Iran, da circa un mese si susseguono manifestazioni di protesta fra la popolazione, che lamenta la corruzione e l’inefficienza del governo iracheno sostenuto dall’Iran e chiede che le truppe iraniane se ne vadano.

Se Russia, Turchia e Iran troveranno un accordo sulla sorte di Idlib, tale accordo definirà per alcuni anni i rapporti fra i tre paesi e le prospettive di pace o di instabilità del Medio Oriente. Ma l’accordo è molto difficile da raggiungere, viste le divergenze di interessi. Nessuno dei governi dei tre paesi può permettersi di apparire perdente agli occhi dei propri cittadini, dopo anni di impegno militare e politico in Siria. Chi apparirà perdente in Siria correrà il rischio di perdere anche il potere a casa propria.

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