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La verità come dissidenza : Intervista a Georges Bensoussan

settembre 8, 2018 • Agorà, z in evidenza

di Niram Ferretti –

La “colpa” di Georges Bensoussan, uno dei maggiori studiosi europei della Shoah, già responsabile editoriale del Memoriale della Shoah di Parigi e autore di libri fondamentali come, Il sionismo una storia politica e intellettuale, Genocidio. Una passione europea, l’eredità di Auschwitz, come ricordare, è stata quella di dire qualcosa di risaputo ma che si preferisce non dire troppo chiaramente. Associare l’antisemitismo all’Islam è oggi, in Francia ma non solo, un “reato” che può costare molto. La polizia del pensiero che si maschera con i panni nobilitanti dell’antirazzismo non tollera che si possa dire ciò che è evidente. Ma la realtà è davanti ai nostri occhi e bisogna avere il coraggio e l’onestà intellettuale di nominarla. La posta in gioco è alta. Quando, in una democrazia, dire la verità comincia a diventare una forma di dissidenza dovremmo essere tutti preoccupati.

Georges Bensoussan, l’anno scorso lei è stato citato in giudizio da un gruppo di associazioni contro il razzismo, Ligue de Droits de lhomme, SOS Racisme, Licra, MRP, CCIF. La ragione di ciò è dovuta al fatto che durante una trasmissione radiofonica su France 2 con il filosofo Alain Finkielkraut, lei ha parafrasato laffermazione di un sociologo francese nato in Algeria che aveva affermato come lantisemitismo sia un’eredità culturale che si tramanda nelle famiglie arabe. Come conseguenza è stato accusato di razzismo e quindi costretto a difendersi in due diversi processi, lultimo terminato a maggio. In entrambi i processi è stato assolto Qual è stato il significato complessivo di questa esperienza per lei?

Questi due processi sono stati totalmente assurdi, e per questa stessa ragione, perfino emblematici dello stato in cui versa la società francese. Hanno rivelato sullo sfondo diverse fratture della sofferenza di un popolo che si sente derubato della propria vita. La prima frattura riguarda la negazione della realtà, dal momento che sono stati necessari due processi e molti mesi di istruttoria, il mobilitarsi della giustizia, di cui conosciamo il sovraccarico di lavoro, per riconoscere la realtà di un antisemitismo che numerose famiglie arabe condividono. Che si tratti di “Alcune famiglie” oppure “delle famiglie”, cambia poco, dal momento che si sa che in francese “le” non significa “tutte le”, ma una parte. L’anti-giudaismo che una volta funzionava nel Maghreb come codice culturale è stato importato. Ma quello che per lungo tempo non è stato altro che un anti-giudaismo fluttuante è diventato, alla seconda ed ancor più alla terza generazione, più virulento, talvolta degenerante in odio verso gli ebrei, ossessivo e focalizzato.

Sono stati necessari quindi due processi per riconoscere che enunciando questa verità, non si emetteva un giudizio razzista e essenzializzante “sugli arabi” in generale. Un guazzabuglio che la dice lunga sulla volontà di non vedere e di non capire. Questi due processi hanno anche messo in luce la forza di una visione totalitaria del mondo che, tuttavia, si afferma sotto sembianze molto civili. Mi riferisco qui a quel famoso “politicamente corretto” che, poco alla volta, mira a creare un “uomo nuovo” che pensa, lavora e consuma “bene”. Replica di un vecchio sogno totalizzante, se non totalitario, appartenente a queste società moderne caratterizzate dall’individualismo delle “folle solitarie”, per dirla con le parole di David Riesman.

Credere che l’esaurimento del comunismo sovietico e dei suoi epigoni alla fine del XX secolo avrebbe sradicato l’aspirazione totalitaria appare ingenuo. Quel “sogno” semba indissociabile dallle società massificate, ostili alla libertà del singolo, a dispetto di un discorso di esaltazione senza fine dell’individuo, “voi, innanzitutto…”. Perché il regno dell’individualismo, quest’altro nome della solitudine collettiva, appare anche come l’altra faccia di una massificazione totalitaria che provoca induce lo stato di “guerra di tutti contro tutti”.

Tuttavia, questo caratterizza da molti secoli l’evoluzione di una società totalmente divorata dall’economia, dalla produzione, dalla norma, dalla produttività, dal profitto, dal consumo senza fine, ecc… Il paradosso è che oggi la sinistra, che per lungo tempo è stata associata all’idea di libertà, partecipa a questo processo di asservimento che promuove un uomo astratto, senza legami e senza radici, lavoratore intercambiabile e consumatore mai sazio.

È il sogno terrificante del quale George Orwell aveva avuto presto la premonizione componendo 1984. Insieme ad altri, penso in particolare al francese Elie Halévy, Orwell aveva capito che il sogno totalitario non era limitato al comunismo o al nazismo ma sarebbe continuato sotto forme più sottili, nelle  “società democratiche”. Il “politicamente corretto” non è, dunque, la deviazione amabile delle  nostre tradizioni politiche ed intellettuali più liberali. Sono già trascorsi quasi due secoli da quando, Tocqueville, nel 1835, aveva descritto e analizzato questo conformismo che rovina il pensiero e qualunque possibilità di fuga verso la libertà. Un sistema, come spiegava, che vi si lascia la libertà, a condizione che si rimanga dentro al cerchio.  Allontanatevene e vi si lascerà la vita “peggiore della morte”, scriveva. Trasgredite il codice del gregge e proverete la morte sociale dei dissidenti.

Questi due processi hanno messo in luce anche delle fratture presenti nella società ebraica in Francia, ancora largamente dominata dalle élite dei notabili che devono il loro posto solo alla cooptazione, “figlio o figlia di…” e/o alla potenza del denaro. Élite che sono dunque, per il loro rango sociale, per forza vicine al potere, qualunque esso sia, e spaventate dall’idea di non piacergli, così come di prendere le distanze dal conformismo imperante. Senza pregiudizio verso la qualità umana di questi uomini e di queste donne, che peraltro può essere grande, è per questa ragione che la loro posizione sociale li divora, la loro funzione li assorbe. Di conseguenza, l’avvenire della società ebraica non è e non può essere la loro prima preoccupazione. Ciò che importa loro è innanzi tutto conservare le loro posizioni sociali.

La società ebraica francese, non uso, volutamente la parola “comunità” è attraversata da una frattura che riproduce in modo identico quella che attraversa il paese. Da una parte ci sono le élite  laureate, dotate di un capitale importante, culturale, scolastico e sociale ed economicamente agiate. Raggruppate nelle metropoli, e in particolare nei centri cittadini, traggono profitto dalla mondializzazione. Ultra-minoritarie, sono pur tuttavia loro che dominano in materia di cultura, che monopolizzano la parola pubblica e dunque privano la maggioranza della popolazione di qualsiasi espressione libera. E, per il resto, fanno la predica al minimo segno di ribellione per relegarlo nella sfera infamante del “populismo”, quando non del cripto-fascismo. È quella che il geografo Christophe Guilluy chiama la “Francia dei piani alti”. In secondo luogo, abbiamo la Francia suburbana. Si tratta, essenzialmente, di quei 500 “quartieri difficili”  che raggruppano quasi 5 milioni di persone, sovente sono quasi delle zone di confinamento etnico-sociale dove la popolazione si trova in ostaggio, intrappolata tra il progredire dell’Islam politico da un lato, e dall’altro il mondo dei traffici di ogni tipo, stupefacenti prima di tutto. In terzo luogo, infine, c’è questa “Francia periferica” che raggruppa quasi il 60% della popolazione ed occupa la maggior parte del territorio: territori rurali, piccoli e medi agglomerati, centri cittadini e periferie abbandonate. È la parte maggioritaria del paese, vittima della de-industrializzazione e spesso colpita dalla disoccupazione di massa, mentre i posti di lavoro distrutti da oltre quarant’anni non sono stati necessariamente compensati dalla creazione di posti nel settore terziario.

Questi sfaldamenti sociali e geografici rendono conto di una Francia esplosa e permettono di comprendere meglio il distacco rispetto alla cosa pubblica, come testimonia lo spettacolare progresso dell’astensione elettorale da una quarantina d’anni a questa parte. Questi sfaldamenti si ritrovano, almeno in parte, in seno alla società ebraica. I notabili che la dominano si occupano, da lungo tempo, di opere sociali, ma questo non li rende meno distaccati da ciò che accade nella“strada ebraica”. Non si tratta di “chiusura di cuore”. Ma semplicemente del fatto che non la vedono proprio…

Ebbene, questo è il momento in cui gli ebrei di Francia si devono confrontare con la peggiore crisi della loro storia dal 1945. Molti hanno il sentimento che i loro “dirigenti” non li ascoltino, il che aggrava l’impressione del “si salvi chi può”, il sentimento che nessuno prenda in considerazione la salvezza collettiva, come se ciascuno cercasse, prima di tutto, per la propria famiglia, una soluzione di salvataggio personale.

Il famoso scrittore algerino Boualem Sansal, ha scritto una lettera in sua difesa che è stata letta durante il primo processo. Relativamente al modo in cui gli ebrei sono percepiti nel mondo islamico ha dichiarato, “Affermare che lantisemitismo è una parte della cultura è semplicemente ripetere ciò che è scritto nel Corano e insegnato nelle moschee”. Quali sono le ragioni per le quali è diventato praticamente impossibile oggi affermare qualcosa di così ovvio, specialmente in Europa?

Il substrato culturale di sinistra, ereditato dalla decolonizzazione, ha definitivamente messo i popoli musulmani nella condizione di popoli dominati e resi inferiori dall’Europa. Si è postulato che un dominante non possa essere un dominatore, e che una vittima del razzismo non possa essere razzista. Come se si dovesse assolutamente colmare di virtù la figura del dominato solo perché è  dominato. A questa pia mitizzazione si aggiunge il crollo dell’utopia comunista, dapprima nella sua versione sovietica, poi in quella cubana e, ulteriormente, in quella cinese. Una parte della sinistra si è allora cercata un proletariato di sostituzione, in grado di cristallizzare il sogno di una società nuova e di un uomo nuovo: così è stato per l’immigrato economico in Occidente. E, per estensione, se non per scivolamento, nel corso degli anni, così è avvenuto per l’Islam, non solo perché era ed è tuttora la religione dominante di gran parte di questa immigrazione, ma anche perché, a partire dal 1978, la retorica iraniana sciita/khomeinista, che aveva rovesciato lo Scià, l’aveva elevato a religione degli oppressi.

Quando, all’interno di un paese che fu a lungo colonizzatore questa memoria della decolonizzazione si coniuga col focalizzarsi sulla figura dell’immigrato musulmano, diventato il nuovo proletario portatore dei sogni di una società rinnovata, si comprende meglio perché l’Islam sia presto apparso come al di sopra di qualsiasi critica. Di conseguenza, come qualsiasi critica dell’islam appaia collegata al razzismo. Si aggiunga a questo che la Francia del dopo 1945 è sprofondata in un processo di contrizione memoriale che si è alimentato da due fonti: l’enorme sconfitta del 1940, della quale non si dirà mai a sufficienza quanto abbia danneggiato l’immagine del gallo gallico, e la guerra d’Algeria, con la sua estrema violenza, che ha traumatizzato una parte della sinistra.

Ma ci sono state altre ragioni, impossibili da enunciare chiaramente, ma che tuttavia ognuno conosce. Sono le zone proibite del “politicamente corretto“. In primo luogo, la questione dei rapporti demografici di forza e della spinta migratoria musulmana in Europa. Una parte di questa immigrazione, sotto la copertura della religione, è portatrice di un progetto politico. Si sa che nell’Islam la dimensione religiosa è indissociabile da quella politica, ed è per questo che l’espressione “Islam politico” appare sciocca agli studiosi di Islam, dal momento che l’Islam è politico dall’inizio alla fine.

L’esposizione di questo substrato è difficile da elaborare: la paura di essere accusato di razzismo frena ogni discorso, soprattutto se l’analisi riguarda questa frangia della popolazione arabo-musulmana che è portatrice di una società altra. La si designa in Francia con l’epiteto “radicalizzata”, senza diversa precisazione. Ma questa espressione può riferirsi allo stesso modo al cattolicesimo come al buddismo, all’estrema sinistra come all’estrema destra. Mentre ciascuno sa qui che non si tratta che di militanti islamisti, alcuni dei quali finiscono per militare nel terrorismo. Questa paura non verbalizzata di fronte a una parte di questa popolazione alimenta un’ attitudine crescente alla sottomissione che conferisce un rilievo particolare al romanzo eponimo di Michel Houellebecq che fu pubblicato lo stesso giorno degli attentati di CharlieHebdo, il 7 gennaio 2015. La paura interiorizzata porta a tenere un basso profilo. È   congiunta ad una vulgata culturale di sinistra, predominante nei media e in una parte del mondo universitario. Qualsiasi messa in discussione dell’Islam, e non solo dell’islamismo, è proibita. Così come ogni interrogativo su un’ immigrazione di insediamento che è meno ben integrata oggi di quanto non fosse ieri. Questo modificarsi lento e profondo del Paese è un dato di fatto. Ci si può rallegrare e si può deplorarlo, ma resta il fatto che alimenta lo smarrimento di una parte della popolazione che si sente spossessata della sua stessa patria.

Si avrà un bel tacciare questi francesi di essere dei “populisti”, ma questo non impedirà loro di provare questo malessere e questa collera. Sarà facile stigmatizzarli e camuffarli in razzisti primordiali o in fascisti in erba, ma questa attitudine subirà lo stesso riflesso di quei comunisti destabilizzati dalle insurrezioni popolari nell’ Europa dell’Est del 1953, a Berlino, e che Brecht sbeffeggiava suggerendo che bisognava “sciogliere il popolo” ed eleggerne un altro. Accusando una gran parte delle classi popolari, in Francia come in Europa, di “sprofondare nel populismo”, si è partecipi di questo riflesso delle élite borghesi, di sinistra come di destra, che non possono ascoltare il popolo quando non va nella loro stessa direzione, e che allora ne discreditano la parola assimilandola, da vicino o da lontano, al “fascismo”.

Quando Ahmad al Tayyib, il Grande Imam dell’Università di Al Azhar al Cairo  commenta il versetto 5:28 del Corano, Scoprirai che i più veementi nella loro ostilità contro i credenti sono gli ebrei e gli idolatri” come ha fatto il 25 di ottobre del 2013, affermando, Questa è una prospettiva storica che non è mutata fino ai nostri giorni », ciò non suscita scandalo. Se qualcuno con la sua reputazione di studioso afferma che lantisemitismo è una configurazione musulmana portante viene trascinato in giudizio. Cosa sta accadendo ?

Credo che ciò sia dovuto a svariate ragioni. In primo luogo il sospetto di un’accusa di razzismo pesa come una spada di Damocle su tutte le espressioni contemporanee. Quando Finkielkraut diceva recentemente che l’antirazzismo era “il comunismo del XXI secolo”, aveva visto giusto. È in nome di questa causa traviata  che il pensiero è oggi imbavagliato in nome di un ideale di purezza. Per questa ragione accusare di razzismo un musulmano che tenga i discorsi  che lei cita, significa correre il rischio di cadere noi stessi nell’accusa di razzismo. Questo perché si ritiene comunemente che un musulmano debba per definizione essere un “dominato” e un “dominato” non potrebbe mai essere razzista. È sulla base di questi semplicismi che si costruiscono alcune delle credenze contemporanee. A questo proposito ritengo ci sia una seconda ragione che spieghi questo mutismo, ed è il timore che oggi l’Islam suscita. Un timore suffragato innanzitutto dalla violenza di un terrorismo che colpisce in primo luogo i Paesi musulmani. Ma, al di là di qualsiasi macabra contabilità, “l’islamismo uccide più musulmani che non musulmani”, resta la realtà di un attacco scatenato contro il mondo occidentale e ai suoi valori.

Questa ideologia è strutturata. E’ animata da un progetto politico che non arretrerà davanti ad alcun mezzo di comunicazione per arrivare al suo scopo. È per questa ragione che l’instaurarsi di un regime di tipo millenarista sarebbe una catastrofe per lo Stato di Israele e per molti suoi Stati confinanti, o anche più lontani. E questa ideologia strutturata fa tanto più paura perché il mondo occidentale appare intellettualmente disarmato per tenergli testa. E per svariate ragioni. Innanzitutto perché ha perso l’abitudine a combattere. In secondo luogo, perché è stato indebolito da decenni di disaffiliazione e di sradicamento, di confinamento delle vite individuali nelle loro funzioni di lavoro e di consumo. Confrontato pure alla cancellazione delle frontiere, sinonimo di arcaico. E alla distruzione dell’idea di nazione.

Bisogna cogliere con un unico sguardo la spinta demografica dei paesi musulmani, l’esplosione demografica dell’Africa e l’ideologia islamista che deriva dalla natura politica” dell’Islam. E’ in questo modo che si comprende meglio perché l’Occidente appare vinto dalla paura, finanche, da un sentimento di capitolazione. Da qui emergono delle reazioni stranamente così contrastate: talora il silenzio mantenuto di fronte ad alcuni discorsi, e talvolta,  al contrario, di fronte ad altri, la furia mediatica, giudiziaria ed intellettuale. In un contesto in cui i termini del combattimento sono stati capovolti: oggi il razzismo parla la lingua dell’antirazzismo, come si vede in Francia coi raduni “resi razzisti”, nei quali, cioè, i “bianchi” sono esclusi, Alla stessa maniera, l’antisemitismo parla la lingua dell’antirazzismo. Si è sbarazzato della lingua arcaica del razzismo d’anteguerra, ed è in nome dell’antirazzismo che si può oramai odiare gli ebrei, perché sono portatori di una doppia identità che è “dunque” un doppio vettore di esclusione: il particolarismo ebraico da molto tempo non sopportato in Occidente, è il sionismo, questo movimento nazionale, assimilato a torto ad una ideologia, “razzista”.

Durante il suo processo di primo grado, ad un certo punto, rivolgendosi alla corte, lei ha detto, Stasera, Signora Presidente, per la prima volta in vita mia ho provato la tentazione dellesilio”. Lei vive sempre in Francia, ma esiste un altro tipo di « esilio » che un intellettuale e uno studioso può sperimentare, non è così ?

L’esilio del quale parlavo non era solo l’esilio geografico. Quella sera del 25 gennaio 2017, all’una del mattino, di fronte alla 17esima camera del tribunale correzionale di Parigi, avevo nella mia testa tante immagini che si sovrapponevano, tra le quali quella dell’esilio interiore. Pensavo a coloro che avevano dovuto fuggire dalla Germania dopo il 1933, a quelle figure di intellettuali che avevano abbandonato l’apatia di una certa Francia degli anni ‘30. E, certamente, pensavo a Bernanos, quell’ anarchico conservatore, prima partito per la Spagna, e poi, fuggendo l’orrore della guerra civile, di ritorno in Francia, per ripartire, rapidamente, nel 1938, verso un altro esilio, il Brasile.

Ma esiste un altro esilio, più essenziale, capitale, e del quale nessuno parla perché riguarda “persone senza importanza”, è quello vissuto nel quotidiano da milioni di compatrioti, la sensazione di sentirsi straniero nel proprio Paese. Esclusi da ogni discorso pubblico quando questo viene confiscato dal linguaggio dell’ipocrisia di tanti politici dei quali si possono indovinare in anticipo le frasi, tanto sono prevedibili, fatte di un discorso formattato, imbalsamato ed insignificante. E’ una parola confiscata da organi di informazione che si allineano su questa assenza di pensiero che caratterizza il “vivere insieme”, uno strano slogan che parla a vuoto dicendo, precisamente, che noi non viviamo insieme. Ma viviamo gli uni a fianco degli altri in società frammentate e disarticolate. Laddove il razzismo progredisce sotto i tratti dell’antirazzismo, questa deriva alla quale ho già accennato e nella quale si è lasciata inghiottire la sinistra sociale da più di trentacinque anni, che serve anche a nascondere la realtà ininterrotta, è vissuta il più vicino possibile ai corpi, alla dominazione e allo sfruttamento.

La sinistra sociale che resta dominante nella vita culturale francese ha sbarrato l’accesso ai posti nei grandi media, dove l’uniformità di giudizio confina con la stupidità di un nuovo Ordine morale mac-mahoniano. È questo l’esilio interiore, ed è questa la cosa peggiore: sentirsi straniero nel proprio Paese, privato di tutte le parole, stigmatizzato fino alla nausea per aver pensato male, qualificato come “razzista” per un sopracciglio alzato, per una virgola, una parola “di troppo”: equivale ad una condanna a morte. Qualificato come “reazionario” colui che osa oltrepassare la stretta cerchia del conformismo democratico, per citare Tocqueville. Questa realtà dell’esilio interiore è quella di milioni di francesi che vivono sotto il peso di questa frattura inimmaginabile solo 20 anni fa, da un lato un discorso mediatico-culturale che mostra  un Paese placato, nonostante alcuni problemi, è ovvio, e dall’altro lato la realtà di una Francia nella quale l’infelicità nazionale si impone alla coscienza collettiva. Il fervore isterico che ha accompagnato il successo francese alla Coppa del mondo di calcio a Mosca è espressione, tra le righe, di questo dolore, una gioia esagerata e esibita per credere di essere ancora una nazione. Come per nascondere questa disaffiliazione che avanza.

Nel 2015, lanno della sua morte prematura, il noto studioso e storico dell’antisemitismo , Robert Wistrich, disse Gli ebrei dEuropa non hanno un futuro. Quello stesso anno, a Gerusalemme, il Ministero degli Affari della Diaspora presentò un rapporto nel quale si evidenziava chiaramente che gli estremisti musulmani sono i principali istigatori dellantisemitismo globale. Quello stesso rapporto indicò specificamente la Francia come il Paese in Europa ad aver avuto l’ondata antisemita più rilevante. Qual è la sua prospettiva?

Robert Wistrich è stato senza dubbio uno dei migliori storici dell’antisemitismo. Subito dopo la pubblicazione dei Territori perduti della Repubblica, nel 2004, mi aveva fatto invitare all’Università ebraica di Gerusalemme per parlare dell’antisemitismo in Francia. Era consapevole dei problemi francesi ed europei in generale. A seguito di questa conferenza mi aveva chiesto di scrivere un intervento sull’argomento per la collana di studi sull’antisemitismo che dirigeva presso l’Istituto Vidal Sasson dell’Università ebraica di Gerusalemme. Una pubblicazione in inglese. E il progetto fu realizzato.

Tre anni dopo la sua morte non posso che sottoscrivere la sua analisi. Fondata su ragioni che riguardano la demografia, l’assenza di volontà politica dei dirigenti europei provenienti nella maggior parte dei casi, da classi borghesi, il peso dell’immigrazione musulmana, così come l’offensiva islamista, anche se tutti i musulmani, va ben sottolineato, non sono degli islamisti. Questa convergenza di fattori fa sì che l’avvenire degli ebrei d’Europa appaia agli sgoccioli. Ed ancor più il futuro degli ebrei in Francia, perché la Francia non soltanto raggruppa il 25% dei musulmani d’Europa, ma concentra anche la maggior corrente migratoria di popolazioni musulmane.  È anche l’unico Paese d’Europa nel quale dal 2003 a oggi, 16 Ebrei sono stati uccisi in quanto Ebrei, un fenomeno inedito dalla Liberazione. E tutti assassinati da musulmani. Nessun altro paese d’Europa conosce una situazione analoga.

Di fronte a questa offensiva islamista relativamente in sordina, in ogni caso raramente proclamata in quanto tale e la pratica del doppio linguaggio, la taqqiya, è propria di questo processo, i più lucidi tra gli europei non dimenticano che la storia non è un racconto per bambini, ma che è intessuta di tragico. Vedono in questa spinta islamista una nuova forma di totalitarismo e si allarmano di fronte all’attitudine di tanti contemporanei che appaiono ai loro occhi pronti ad arrendersi di fronte al pericolo. Insomma, temono una lenta deriva verso la sottomissione, ma per piccoli passi, insensibili, se ciascuno di essi è preso isolatamente, relativamente poco significativo in apparenza, e questo con l’unico scopo di “avere la pace”. Se questo andamento si conferma, possiamo scommettere tranquillamente che tra 20 o 30 anni ciò che rimane della vita ebraica in Francia sarà spazzato via. E più esattamente “marranizzato”. Questo, la “strada ebraica” (il popolo) lo comprende, lo sente e lo sa nonostante i proclami tranquillizzanti di dirigenti autoproclamatisi tali che, di nascita, si sentono così profondamente giustificati di esserci da essere incapaci di prevedere di non esserci più domani. Alla stregua di quella nobiltà d’Ancien Régime che, al termine dei dieci anni della Rivoluzione, non avrà imparato nulla né dimenticato nulla.

Lo sfasamento è diventato un abisso tra il popolo e questi notabili israeliti i quali ripetono senza sosta che c’è un avvenire per gli ebrei in Francia. Ci credono davvero? O si rassicurano sul loro proprio avvenire mentre la gran massa degli ebrei di Francia ritiene, che il suo  futuro, qui, è compromesso. Se il capo ha un compito, è quello di parlare un linguaggio veritiero nei confronti di migliaia di indifesi per permettere loro di cercare, mentre sono ancora in tempo, una soluzione decente per il loro disagio.

Nel loro pamphlet del 2011, « Islamofobia, Il crimine del pensiero del futuro totalitario », Robert Spencer e David Horowitz scrivono, « In 1984, lincubo futuristico di George Orwell, i cittadini sono vigilati da una polizia segreta per « crimini del pensiero » commessi nei confronti dello Stato totalitario »  Questi crimini consistono semplicemente in attitudini e idee che le autorità reputano politicamente scorrette…’Islamofobia’ è il nome che viene dato oggi a un crimine del pensiero. Quanto è seria la situazione, e lei cosa prevede?

L’islamofobia è una delle forme adottate in Occidente di quella che viene definita correttezza politica. Il termine stesso, che risale all’epoca coloniale all’inizio del XX secolo  è stato ripreso e popolarizzato dagli islamisti. È destinato a far sentire gli occidentali colpevoli, a schiacciarli sotto questa accusa che porta con sé la promessa della morte sociale, il razzismo. L’obiettivo di questi ambienti sta diventando sempre più noto, tuttavia dobbiamo leggere attentamente i loro testi. Ai loro occhi, l’Occidente è un ventre molle, un gruppo di deboli e decadenti che hanno da tempo dimenticato il linguaggio delle armi. Questi circoli islamisti sono diffusi dalla schiera di coloro che, facendo riferimento alla formula di Lenin nel secolo scorso, si chiamano “utili idioti”. Precedentemente lo erano del comunismo, dell’islamismo oggi, sostenendo, come ieri,ciecamente, un processo totalitario che finirà per stritolarli. Chi sono costoro? È questa parte della sinistra culturale che, nel contesto del crollo del sogno comunista, segnata dalla memoria del colonialismo, avendo sostituito a un proletariato indigeno, o nazionale, decretato imborghesito, (e pensano in silenzio che li abbia “profondamente delusi”), un proletariato immaginato e immaginario centrato sull’immigrazione.

Ciò non rappresenta nulla di nuovo. È per questa ragione che mi sembra più importante individuare i conflitti futuri incominciando con lo smontare il termine “islamofobia”, un non senso in sé, a meno di ristabilire il delitto di blasfemia abolito in Francia da più di due secoli. Questo termine, l’ho già detto, è stato imposto dagli ambienti islamisti e comunitaristi, ovvero etno-essenzialisti per i quali la società deve basarsi su comunità distinte e non sull’unità nazionale nella cornice di una strategia di conquista del  conforme ai testi fondativi dell’Islam, e in particolare a quegi hadiths mirati a imporre la legge dell’Islam ai non musulmani, ovunque essi siano sulla terra. Se il Corano è indubbiamente un “libro di saggezza”, ciò che si è cristallizzato intorno ad esso rientra nell’ambito di un progetto di società estranea alla nozione di alterità. Si tratta, come si sente spesso dire, di un progetto di conquista destinato a condurre tutta l’umanità alla “fede originale”, dal momento che saremmo tutti nati musulmani? Si tratta di rimettere sulla santa via un mondo non musulmano ancora restio alla verità del Profeta? Non spetta a noi entrare in questa discussione teologica nella quale la conclusione precede la domanda. Ma piuttosto concentrarci per comprendere la strategia di intimidazione messa in opera attraverso il ricatto del “razzismo”. Essa ha come fine lo strangolamento del pensiero come George Orwell aveva intuito in 1984.

Il politicamente corretto è arrivato essenzialmente dagli Stati Uniti a partire dagli anni ‘60. È stato diffuso nei decenni successivi in Europa occidentale da una parte della sinistra sociale, che trionfò poi in Francia con l’elezione di François Mitterrand nel 1981 e col regno del partito socialista. Questo clima si aggravò considerabilmente col fenomeno di “Corte” organizzato attorno a Mitterrand. La cortigianeria contribuisce a imbavagliare le coscienze, partecipando, in fine,a questo abbrutimento generalizzato del quale, trentacinque anni dopo, la morte sociale, elettorale e cerebrale del Partito Socialista è il segno più tragico.

Il politicamente corretto, come ho detto, si ricollega ad un vecchio progetto totalitario che non è proprio alla nostra epoca, anche se l’età delle masse lo favorisce: un mondo senza conflitti mentre noi viviamo in un mondo sovrappopolato che corre verso la sua morte ecologica. Questo sogno puerile di un mondo che si è sbarazzato di ogni forma di guerra dimentica la parola di Eraclito che fa del conflitto il “padre di ogni cosa”. È la controversia che rende possibile la libertà tra gli esseri umani. Ora, lungi dall’essere sinonimo di un mondo placato, il politicamente corretto è portatore di un conformismo di massa, che parte da un rischio di asservimento.

In questo contesto l’antirazzismo è stato fuorviato per divenire “un prêt a penser” che ostacola la libertà di critica. Il riciclo da parte dei degli ambienti islamisti e comunitaristi del concetto di islamofobia vi ha trovato il suo tornaconto ed ha saputo insinuarsi con abilità. Il ricatto permanente del “razzismo”, la passione messa nel rintracciare le “discriminazioni” quando si tratta quasi esclusivamente di differenze sessuali, di colore della pelle, di religione ma non più di dominazione di classe che è sparita: l’immensa schiera degli sfruttati ha lasciato il posto al regno dei LGBT, transessuali ed altre ortografie inclusiviste In questo mondo nel quale il braccare isterico alla “discriminazione” occupa il fronte dei media, sono spariti lo sfruttamento e le vite precarie della maggioranza che subisce nel quotidiano questo lavaggio del cervello. Se io fossi un esponente del capitalismo finanziario che fa e disfa le vite di milioni di persone a forza di corsa al profitto, mi sfregherei le mani ogni giorno, soddisfatto per questa onda di stupidità rivestita degli orpelli del “progressismo”.

È qui la trama del “politicamente corretto”, una delle peggiori espressioni del pensiero reazionario di oggi. Non conservatore: reazionario, che è radicalmente diverso. Nel cuore di una società trasparente e liscia,  nella quale bisogna dirsi tutto, e che si riannoda col vecchio sogno di una società uniforme e cristallina, senza zone d’ombra, è il cuore del progetto totalitario, il progetto di un “uomo nuovo” porta all’incubo di una società nella quale la libertà di pensiero è vista come uno sfuggire alla regola del gruppo, e, in fine, come una manifestazione di inciviltà. Si noterà, d’altronde, l’uso e soprattutto il cattivo uso della parola “cittadino” nel preciso momento nel quale il principio di autorità, confuso ingenuamente con l’oppressione, è minato, e nel quale la nozione di bene comune, sempre messa in prima fila, è a mille miglia di distanza da ciò che è realmente vissuto da una gran parte della società.

Ora, senza la libertà di critica, il sogno di una società placata porta al suo opposto, al mondo del sospetto di tutti contro tutti, e, in fin dei conti, della guerra di tutti contro tutti. La strumentalizzazione dell’antirazzismo è ascrivibile in Occidente a questo sogno terrificante nel quale si è paralizzati dalla paura di pensare diversamente. In un contesto simile quello di una disfatta annunciata, gli islamisti non hanno che da aspettare che il frutto caschi dall’albero.

Che posto occupa ancora la “differenza ebraica” e la sorte degli ebrei di Francia in questo quadro? Modesto Incapace, in ogni caso, di resistere a lungo al rullo compressore della “sottomissione cittadina” che gli attentati del novembre 2015 avevano così tragicamente evidenziato. Se lo ricorda? Al posto di affermare la volontà di combattere il nemico che vi vuole annientare, una parte del pubblico francese era sceso in piazza con queste parole: “Voi non avrete il mio odio”.

Traduzione dal francese a cura di Claudia Bourdin e Emanuel Segre Amar

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