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Corbyneide

agosto 24, 2018 • Paralleli, z in evidenza

di Niram Ferretti –

Recita inflessibile l’adagio, “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” e certo non si può fare eccezione per Jeremy Corbyn, lo stagionato backbencher (parlamentare senza incarichi di governo) laburista, noto per il suo radicalismo di attivista di sinistra dalle passate frequentazioni trozkiste e diventato segretario del partito nel 2015.

“I primi amori non si scordano mai”, recita un altro adagio, e Corbyn, divenuto da figurina marginale, da riservista perenne (venne eletto nel 1984) a centro attacco, non ha certo mai scordato la vulgata “antimperialista” e anti-occidentalista dei suoi vecchi compagni o Kompagni di una volta, per i quali, ovviamente, Israele non poteva che essere un esempio di colonialismo e la manus longa dell’imperialismo yankee.

Nel periodo in cui Corbyn cominciò la sua attività politica, il verbo moscovita era stato capovolto. Ancora nel 1947 l’allora delegato sovietico alle Nazione Unite, Andrei Gromyko poteva perorare appassionatamente la nascita dello Stato ebraico. Allora gli arabi non erano quello che sarebbero diventati dopo la crisi di Suez del 1956, “dispossessati” e “vittime”, e i palestinesi non erano ancora stati creati a tavolino in funzione anti-israeliana.

Corbyn è dunque un figlio del suo tempo, di quando si era già fatta strada la narrativa terzomondista e la rivoluzione mancata in Occidente si era spostata altrove, orfana del proletariato armato e già proiettata verso quello arabo, jihadista, che l’ayatollah Khoimeni  avrebbe elevato in chiave sciita nel sembiante dei poveri di lotta in cerca di riscatto.

L’Occidente è, si sa, questa macchia nera, indelebile per la vulgata progressista. Il Terzo mondo, nella loro fiction, era invece una oasi felice prima che su di esso venisse depositato il fardello kiplinghiano dell’uomo bianco. Non parliamo della Palestina, dove, prima dell’arrivo dei “perfidi” coloni ebrei europei, gli arabi locali e gli ebrei locali vivevano in pace e in armonia. Tutto questo è a monte, è il retroscena. Aiuta un minimo a situare Corbyn, a collocare questo paladino dell’antirazzismo e i suoi sodali, virulentemente antisionisti come lui, che si trovano ora al vertice di quello che fu il partito di Neil Kinnock e Tony Blair, all’epoca dei quali l’antisionismo e l’antisemitismo erano solo rumori di fondo, assai lontani se non praticamente del tutto assenti. Ma, come ci ricorda uno dei massimi storici dell’antisemitismo della seconda metà del Novecento, Robert Wistrich:

“Dal 1980, la sinistra radicale britannica è diventata esplicitamente o implicitamente antisemita nella sua demonizzazione degli ebrei, la sua equazione del sionismo col razzismo o il nazismo, e la sua malevola delegittimazione di ogni base morale per l’esistenza di Israele”.

Jeremy Corbyn appartiene a questa storia, è il prodotto di questo scenario e non è dunque difficile dare torto a Tony Blair, quando, prima della sua elezione a segretario, profetò che se Corbyn fosse stato eletto, ciò avrebbe significato la dissoluzione del suo ex partito. Certo Blair ha avuto torto, numericamente parlando, anche in virtù della penosa gestione politica di Theresa May, la quale molto ha fatto per fare avanzare Corbyn, ma la ragione è tutta sua se si analizza la mutazione culturale del partito, il suo tracollo morale.

Da quando Corbyn lo gestisce, l’antisemitismo, nella sua forma politica, è diventato esplicito, e non poteva essere diversamente vista la Weltanshaaung di Corbyn e dei suoi sodali più stretti, tra cui (ora sospeso dal partito) il rossissimo ex sindaco di Londra Ken Livingstone, per il quale il Terzo Reich avrebbe tifato per il sionismo.

Ma per un Livingstone sospeso, c’è un Seamus Milne, ex giornalista del Guardian, e oggi direttore delle comunicazioni e della strategia del partito laburista, la cui stretta ortodossia anti-occidentalista lo porta a tifare per il jihadismo e a dichiarare, come fece durante un comizio nel 2014, che “Israele non ha alcun diritto di difendere se stesso da i territori che occupa illegalmente”.

Altri ve ne sono, è il cerchio magico corbyniano, gli affatturati dall’antisionismo, tutti più o meno sulle stesse posizioni di Noam Chomsky, il più allucinato e implacabile talebano occidentale di sinistra. Ma fuori dal cerchio, vi sono altri “amici”, così Corbyn considera gli esponenti di Hamas e Hezbollah da invitare in parlamento, oppure lo sceicco Raed Salah a capo dei Fratelli Musulmani in Israele e noto per sostenere il celebre libello antisemita medioevale secondo il quale gli ebrei userebbero il sangue dei bambini per confezionare il pane azzimo, da Corbyn invitato per un tè alla House of Commons, dove già invitò, nel 1984, il capo dell’IRA, Gerry Adams insieme a due terroristi irlandesi, poche settimane dopo che l’IRA aveva cercato di uccidere Margaret Thatcher a Brighton.

Questo è Corbyn, uomo di pace e antirazzista, che nel 2014 vola a Tunisi per partecipare a una cerimonia in onore dei 47 palestinesi morti a causa di un attacco aereo israeliano su una base dell’OLP nel 1985, nello stesso luogo in cui sono sepolti, a pochi metri di distanza, i terroristi di Settembre Nero responsabili del massacro di Monaco del 1972 in cui vennero trucidati undici atleti israeliani. Circostanza in cui il futuro segretario laburista si trovava accanto a Maher al Taher, leader in esilio del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il quale un mese dopo l’incontro avrebbe rivendicato la strage alla sinagoga Har Nof di Gerusalemme avvenuta il 18 novembre 2014 in cui quattro rabbini vennero uccisi a colpi di ascia e di pistola. Gli anni precedenti non sono certo privi di omissioni.

Nel 2012, quando era ospite gradito della Iranian Press Tv, Corbyn elogiò la decisione di Israele di rilasciare 1,000 terroristi di Hamas, i quali avevano ucciso circa 600 persone, in cambio della restituzione del caporale Gilsd Shalit, definendoli “fratelli”. Lo stesso anno, a novembre, ospitò in parlamento Musa Abu Maria, membro della Jihad Palestinee Islamica. Tra gli amici e i fratelli non poteva, naturalmente mancare la dirottatrice Leila Khaled, simbolo della “resistenza” palestinese e dei gloriosi anni ’70.

Si potrebbe continuare ancora in questa immersione nel profondo rosso dell’attuale segretario laburista, affiorerebbero altri tesori. Velocemente citeremo la sua partecipazione annuale ai charities organizzati dal negazionista Paul Eisen o al suo incontro, sempre in parlamento, con Hajo Meyer, il più noto antisemita olandese, durante il quale sfoderò l’ormai consolidato paragone di Israele con la Germania nazista. Paragone che lo stesso Corbyn non si è fatto sfuggire nel 2013, quando dichiarò che i palestinesi della Giudea e Samaria vivrebbero una situazione di occupazione analoga a quella dell’Europa durante la seconda guerra mondiale. Per lo meno a Meyer si deve la sfrontatezza di dichiarare apertamente il suo pensiero. Cosa che ha fatto una laburista di vecchio conio e senza peli sulla lingua, Margaret Hodge, la quale non ha certo parlato solo per se stessa, ma ha espresso il crescente disagio all’interno del partito:

“Mia nonna e mio zio sono stati assassinate da Hitler e i miei molti cugini uccisi nelle camera a gas…Sono entrata nel partito laburista per combattere il razzismo. Trovarmi, cinquanta anni dopo, nel 2018 a confrontarmi con l’antisemitismo nel mio stesso partito è semplicemente orribile”.

Sì, è orribile, ma è lo spirito del tempo.

 

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